La crisi energetica frena l’industria, crescita economica a rischio?
I settori energivori sono più esposti, il comparto farmaceutico e delle Life Science sconta il tema dell’aumento dei costi. In uno scenario a rischio recessione, sono cruciali misure a sostegno delle imprese
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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Il quadro macroeconomico globale si muove in un contesto di forte volatilità, già segnato dalle tensioni commerciali tra le principali economie e ora ulteriormente aggravato dagli effetti del conflitto in Medio Oriente, che si trasmettono all’economia soprattutto attraverso il canale energetico. Le tensioni sull’offerta e sulle rotte di approvvigionamento stanno incidendo sui prezzi dell’energia e sulle aspettative, con ripercussioni dirette su inflazione, condizioni finanziarie e crescita.
Secondo gli osservatori, il protrarsi del conflitto in Medio Oriente, che coinvolge Stati Uniti, Israele e vari Paesi del Golfo e ha portato al blocco dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per le forniture energetiche globali, può compromettere la crescita economica, con effetti immediati su prezzi e scambi internazionali. Per l’Italia, lo scenario di base resta positivo, ma estremamente delicato. La crescita prevista per il 2026 si attesta allo 0,5%, ma risente in modo significativo dell’evoluzione del contesto internazionale.
Va comunque detto che definire l’attuale contesto soltanto come una crisi rischia di essere riduttivo, se non addirittura fuorviante. I segnali indicano infatti una trasformazione più profonda, già in atto, che sta ridefinendo gli equilibri economici. Implicazioni che non possono essere ignorate e che richiedono azioni immediate e concrete, soprattutto a sostegno delle imprese.
Quali sono i diversi scenari in termini di impatto sul Pil?
Secondo un’analisi del Centro Studi di Confindustria, in caso di prolungamento del conflitto, l’impatto sul Pil italiano potrebbe diventare molto più rilevante. Nello scenario base, con il conflitto in rapida soluzione (ipotesi già smentita dai fatti), nel 2026 la crescita sarebbe, appunto, di circa mezzo punto percentuale. In uno scenario intermedio, l’economia italiana entrerebbe in stagnazione nell’anno in corso, mentre in quello più avverso il Paese entrerebbe in recessione, con il Pil che potrebbe ridursi fino a -0,7%, con un peggioramento significativo rispetto alle previsioni di base e un impatto rilevante su consumi, investimenti ed export. Questa vulnerabilità, come mostra ancora il rapporto, riflette in particolare l’elevata esposizione dell’economia italiana agli shock energetici e commerciali.
Cosa succede se calano fiducia e consumi?
L’effetto della crisi energetica, del resto, è già visibile in vari indicatori: cala la fiducia delle famiglie, segnale che anticipa un potenziale rallentamento dei consumi, e peggiorano le aspettative dell’industria, che stava risalendo la china dopo la doppia battuta d’arresto provocata prima dalla pandemia e poi dal conflitto in Ucraina. Secondo i dati Istat, tra gennaio e aprile la fiducia dei consumatori è peggiorata di 6 punti e quella delle imprese di 2,4, mentre la media mensile da inizio anno è scesa di 2 punti per i consumatori e di 0,8 per le imprese. Tengono invece gli investimenti, che nei primi tre mesi del 2026 risultano ancora sostenuti dal Pnrr.


