Approfondimento

La crisi energetica frena l’industria, crescita economica a rischio?

I settori energivori sono più esposti, il comparto farmaceutico e delle Life Science sconta il tema dell’aumento dei costi. In uno scenario a rischio recessione, sono cruciali misure a sostegno delle imprese

di Stefania Arcudi

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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Il quadro macroeconomico globale si muove in un contesto di forte volatilità, già segnato dalle tensioni commerciali tra le principali economie e ora ulteriormente aggravato dagli effetti del conflitto in Medio Oriente, che si trasmettono all’economia soprattutto attraverso il canale energetico. Le tensioni sull’offerta e sulle rotte di approvvigionamento stanno incidendo sui prezzi dell’energia e sulle aspettative, con ripercussioni dirette su inflazione, condizioni finanziarie e crescita.

Secondo gli osservatori, il protrarsi del conflitto in Medio Oriente, che coinvolge Stati Uniti, Israele e vari Paesi del Golfo e ha portato al blocco dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per le forniture energetiche globali, può compromettere la crescita economica, con effetti immediati su prezzi e scambi internazionali. Per l’Italia, lo scenario di base resta positivo, ma estremamente delicato. La crescita prevista per il 2026 si attesta allo 0,5%, ma risente in modo significativo dell’evoluzione del contesto internazionale.

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Va comunque detto che definire l’attuale contesto soltanto come una crisi rischia di essere riduttivo, se non addirittura fuorviante. I segnali indicano infatti una trasformazione più profonda, già in atto, che sta ridefinendo gli equilibri economici. Implicazioni che non possono essere ignorate e che richiedono azioni immediate e concrete, soprattutto a sostegno delle imprese.

Quali sono i diversi scenari in termini di impatto sul Pil?

Secondo un’analisi del Centro Studi di Confindustria, in caso di prolungamento del conflitto, l’impatto sul Pil italiano potrebbe diventare molto più rilevante. Nello scenario base, con il conflitto in rapida soluzione (ipotesi già smentita dai fatti), nel 2026 la crescita sarebbe, appunto, di circa mezzo punto percentuale. In uno scenario intermedio, l’economia italiana entrerebbe in stagnazione nell’anno in corso, mentre in quello più avverso il Paese entrerebbe in recessione, con il Pil che potrebbe ridursi fino a -0,7%, con un peggioramento significativo rispetto alle previsioni di base e un impatto rilevante su consumi, investimenti ed export. Questa vulnerabilità, come mostra ancora il rapporto, riflette in particolare l’elevata esposizione dell’economia italiana agli shock energetici e commerciali.

Cosa succede se calano fiducia e consumi?

L’effetto della crisi energetica, del resto, è già visibile in vari indicatori: cala la fiducia delle famiglie, segnale che anticipa un potenziale rallentamento dei consumi, e peggiorano le aspettative dell’industria, che stava risalendo la china dopo la doppia battuta d’arresto provocata prima dalla pandemia e poi dal conflitto in Ucraina. Secondo i dati Istat, tra gennaio e aprile la fiducia dei consumatori è peggiorata di 6 punti e quella delle imprese di 2,4, mentre la media mensile da inizio anno è scesa di 2 punti per i consumatori e di 0,8 per le imprese. Tengono invece gli investimenti, che nei primi tre mesi del 2026 risultano ancora sostenuti dal Pnrr.

Industria sotto pressione: shock temporaneo o cambiamento profondo?

Con il caos geopolitico attuale, di quanto aumentano i costi energetici per le imprese? A fare i conti è ancora il Centro Studi Confindustria. Secondo le stime, se la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un prezzo del petrolio a 140 dollari in media annua, le imprese pagherebbero 21 miliardi in più rispetto al 2025 per l’energia e l’incidenza dei costi energetici su quelli totali passerebbe dal 4,9% al 7,6%, con un aumento di 2,7 punti percentuali. In questo caso, si tornerebbe vicino ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili per le imprese italiane. Queste, infatti, vedrebbero erosa la loro competitività in Europa e sui mercati internazionali, tanto più che i prezzi di petrolio e gas restano più bassi per le aziende in altre aree del mondo, in particolare nel continente americano.

In uno scenario meno avverso, se la guerra finisse a giugno (ipotesi che al momento non appare a portata di mano, visto lo stallo delle trattative), con un petrolio a 110 dollari in media annua e nell’ipotesi che riprendano i flussi commerciali pre-conflitto e la capacità dei paesi del Golfo resti adeguata a sostenere l’offerta mondiale, le imprese italiane si troverebbero a pagare di più in bolletta 7 miliardi di euro all’anno e l’incidenza dei costi energetici sarebbe più alta di un punto percentuale, salendo dal 4,9% nel 2025 al 5,9 nel 2026.

Settori energivori più esposti, che impatto sulle Life Science?

Le industrie a più alta intensità energetica sono quelle che subiscono le conseguenze più pesanti di questa crisi e potrebbero subire dei “lockdown energetici”. Oltre a soffrire per l’instabilità dell’approvvigionamento della principale risorsa fossile, il gas naturale, a causa della guerra russo-ucraina, devono anche sopportare il peso della bolletta elettrica in continuo aumento e rispettare i permessi Ue sulle emissioni di CO2 per una produzione sostenibile. Inoltre, la crisi energetica che ha investito la Cina negli ultimi mesi dello scorso anno ha avuto un effetto domino su scala planetaria, con gravi ripercussioni sull’economia di molti Paesi.

Sebbene l’industria farmaceutica e delle scienze della vita (Life Science) non sia tra le più esposte alla crisi energetica – lo sono molto di più, per esempio, i comparti alimentare, tessile, automotive, del vetro e della siderurgia – subisce comunque un impatto significativo, soprattutto sul fronte dei costi. L’alluminio utilizzato per il packaging dei farmaci, per esempio, è aumentato fino al 25%, mentre salgono anche i prezzi di vetro, carta e ingredienti attivi. Costi che, tra l’altro, la farmaceutica non può trasferire sui consumatori, perché opera in larga parte con prezzi amministrati. C’è poi il tema della vulnerabilità della supply chain: le crisi rendono più fragili le catene di approvvigionamento di materie prime e componenti intermedi. A questo si aggiungono i rischi legati alla logistica: materiali, prodotti sanitari e farmaci devono essere trasportati e, quindi, l’aumento del prezzo del carburante rappresenta una voce di costo significativa.

Che risposta stanno dando le imprese?

Nell’immediato, le aziende di tutti i settori, Life Science in testa, stanno implementando piani di backup, adattando le catene di approvvigionamento e cercando fornitori alternativi. Soluzioni che, però, nel lungo termine si scontrano con vincoli regolatori, elevati standard di qualità e lunghi tempi di validazione. Secondo gli esperti, dunque, servono misure a sostegno dell’industria in generale e del comparto delle Life Science in particolare, considerato strategico per l’economia europea, la tutela della salute pubblica e la politica industriale del futuro. Tanto più che non si tratta soltanto di un settore all’avanguardia, ma di una vera e propria infrastruttura sociale, nella quale convergono ricerca scientifica, sviluppo tecnologico, governance pubblica e diritti fondamentali.

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