La crisi della manifattura, il dilemma europeo e le qualità italiane
Lorenzo Mariani. L’ad di Leonardo racconta la sua appartenenza alla borghesia romana di scienza e di fabbrica e delinea il futuro dell’industria della sicurezza nelle inquietudini geopolitiche
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«Oggi siamo plasmati in maniera traumatica e violenta dalla velocità del cambiamento. Negli anni Novanta, quando iniziai in Finmeccanica, i fenomeni che producevano rotture totali nei sistemi industriali si verificavano ogni dieci anni. Poi, nel combinato disposto fra tecnologie, manifattura e geopolitica, si è scesi a sei. Questo primo spasmodico accorciamento dei grandi cicli è valso fino al 2019. Ora si è dimezzato. In questi tempi difficili, ogni tre anni cambia tutto».
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Lorenzo Mariani è l’amministratore delegato di Leonardo. Siamo nella foresteria di Piazza Monte Grappa, all’ultimo piano. Dalle vetrate si vedono la basilica di San Pietro e l’Altare della patria, le bandiere del Quirinale e il Pincio. Prima di iniziare a mangiare, Mariani delinea la particolare condizione psico-emotiva del capoazienda e lo specifico profilo strategico-produttivo di ogni impresa di oggi: «Non è una condizione che atterrisce e annichilisce. Ma, di sicuro, si ha la consapevolezza che si tratta di una sfida nuova e radicale per chi guida grandi aggregati tecno-manifatturieri. Non era mai successo. In ogni settore industriale l’intelligenza artificiale provoca il taglio dei tempi di progettazione e di messa in produzione e l’assottigliamento dei capex, gli investimenti materiali fissi che una volta rappresentavano, in ogni comparto, una barriera molto alta. Oggi lo scenario è fatto di riduzione dei tempi, di abbassamento dei capex, di abbattimento delle barriere di ingresso».
Mariani, ingegnere, rappresenta il punto di caduta – e di ripartenza – di una storia industriale italiana che, dal lungo periodo, si inserisce direttamente nel flusso del futuro. È un capoazienda di Leonardo- Finmeccanica totalmente “prodotto” dalla vicenda di questa impresa manifatturiera centrale negli equilibri e nella fisiologia tecno-industriale italiana. È entrato da ragazzo, poco dopo avere ultimato gli studi. Ha svolto l’intero cursus honorum al suo interno operando fra ricerca e produzione, funzione commerciale e mercati, tecnologia e geopolitica. Dice Mariani: «Il contesto generale è quello, per il Vecchio Continente, di un logoramento della manifattura. Per oltre mezzo secolo l’ossatura del sistema industriale è stata costituita dall’automotive. La crisi dell’auto occidentale sta producendo un impatto significativo su tutta l’Europa. Noi di Leonardo ci troviamo su molte frontiere tecnologiche internazionali. E, grazie ai nostri stabilimenti e alle nostre reti di fornitura nazionale, siamo una ossatura concreta e una forma attiva di resilienza dell’Italia quale Paese delle fabbriche».
Come antipasto, ad entrambi viene servita una insalata di mare. Mariani ha una biografia romana, nel senso però non della politica e della burocrazia che segnano la capitale, ma nel senso della cultura di impresa – spesso misconosciuta e sovrastata dalle prime due – che a Roma esiste fin da quando, negli anni Trenta, diventò il perno dell’industria pubblica generata dall’Iri di Alberto Beneduce e coagulatasi intorno appunto alla Finmeccanica del Secondo dopoguerra.
Mariani – nato e cresciuto nel quartiere Trieste, laurea in ingegneria all’università di Roma 1 – appartiene per origini famigliari a una specie particolare – e rara – di borghesia romana: la borghesia professionale scientifica, un’altra nascosta e influente minoranza del ceto romano che, per esempio nella fisica, dai ragazzi di Via Panisperna ha condotto a Giorgio Parisi. Nella famiglia di Lorenzo la madre Concetta, laureata in farmacia, e il padre Aurelio, chimico, lavoravano entrambi all’Istituto superiore di sanità. «Mio padre – ricorda Mariani – aveva rapporti di ricerca molto intensi con scienziati francesi, svedesi e tedeschi». Una particolarità a Roma, dove di solito la borghesia ha una cultura e una vocazione giuridica e amministrativa. «La mia famiglia – racconta – ha sempre avuto una intonazione articolata. Oltre alla dimensione scientifica e tecnologica, ne esiste anche una umanistica e artistica. Il mio nonno paterno Lucio era un pittore e un archeologo, direttore del Museo delle terme. Ha partecipato nel deserto libico agli scavi di Leptis Magna, dove hanno visto la luce l’arco di Settimio Severo, le terme di Adriano e la basilica severiana. Il mio bisnonno Cesare Mariani era un pittore religioso, che affrescava chiese e basiliche di Roma».








