A tavola con

La crisi della manifattura, il dilemma europeo e le qualità italiane

Lorenzo Mariani. L’ad di Leonardo racconta la sua appartenenza alla borghesia romana di scienza e di fabbrica e delinea il futuro dell’industria della sicurezza nelle inquietudini geopolitiche

Il percorso. Lorenzo Mariani è Amministratore Delegato e Direttore Generale di Leonardo dal 7 Maggio 2026. Figura manageriale di riferimento nel settore aerospazio, difesa e sicurezza, ha conseguito la laurea in Ingegneria Elettronica con lode nel 1990 ed ha prestato servizio come ufficiale di Marina nel 1991 (Illustrazione di: Ivan Canu)

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«Oggi siamo plasmati in maniera traumatica e violenta dalla velocità del cambiamento. Negli anni Novanta, quando iniziai in Finmeccanica, i fenomeni che producevano rotture totali nei sistemi industriali si verificavano ogni dieci anni. Poi, nel combinato disposto fra tecnologie, manifattura e geopolitica, si è scesi a sei. Questo primo spasmodico accorciamento dei grandi cicli è valso fino al 2019. Ora si è dimezzato. In questi tempi difficili, ogni tre anni cambia tutto».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Lorenzo Mariani è l’amministratore delegato di Leonardo. Siamo nella foresteria di Piazza Monte Grappa, all’ultimo piano. Dalle vetrate si vedono la basilica di San Pietro e l’Altare della patria, le bandiere del Quirinale e il Pincio. Prima di iniziare a mangiare, Mariani delinea la particolare condizione psico-emotiva del capoazienda e lo specifico profilo strategico-produttivo di ogni impresa di oggi: «Non è una condizione che atterrisce e annichilisce. Ma, di sicuro, si ha la consapevolezza che si tratta di una sfida nuova e radicale per chi guida grandi aggregati tecno-manifatturieri. Non era mai successo. In ogni settore industriale l’intelligenza artificiale provoca il taglio dei tempi di progettazione e di messa in produzione e l’assottigliamento dei capex, gli investimenti materiali fissi che una volta rappresentavano, in ogni comparto, una barriera molto alta. Oggi lo scenario è fatto di riduzione dei tempi, di abbassamento dei capex, di abbattimento delle barriere di ingresso».

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Mariani, ingegnere, rappresenta il punto di caduta – e di ripartenza – di una storia industriale italiana che, dal lungo periodo, si inserisce direttamente nel flusso del futuro. È un capoazienda di Leonardo- Finmeccanica totalmente “prodotto” dalla vicenda di questa impresa manifatturiera centrale negli equilibri e nella fisiologia tecno-industriale italiana. È entrato da ragazzo, poco dopo avere ultimato gli studi. Ha svolto l’intero cursus honorum al suo interno operando fra ricerca e produzione, funzione commerciale e mercati, tecnologia e geopolitica. Dice Mariani: «Il contesto generale è quello, per il Vecchio Continente, di un logoramento della manifattura. Per oltre mezzo secolo l’ossatura del sistema industriale è stata costituita dall’automotive. La crisi dell’auto occidentale sta producendo un impatto significativo su tutta l’Europa. Noi di Leonardo ci troviamo su molte frontiere tecnologiche internazionali. E, grazie ai nostri stabilimenti e alle nostre reti di fornitura nazionale, siamo una ossatura concreta e una forma attiva di resilienza dell’Italia quale Paese delle fabbriche».

Come antipasto, ad entrambi viene servita una insalata di mare. Mariani ha una biografia romana, nel senso però non della politica e della burocrazia che segnano la capitale, ma nel senso della cultura di impresa – spesso misconosciuta e sovrastata dalle prime due – che a Roma esiste fin da quando, negli anni Trenta, diventò il perno dell’industria pubblica generata dall’Iri di Alberto Beneduce e coagulatasi intorno appunto alla Finmeccanica del Secondo dopoguerra.

Mariani – nato e cresciuto nel quartiere Trieste, laurea in ingegneria all’università di Roma 1 – appartiene per origini famigliari a una specie particolare – e rara – di borghesia romana: la borghesia professionale scientifica, un’altra nascosta e influente minoranza del ceto romano che, per esempio nella fisica, dai ragazzi di Via Panisperna ha condotto a Giorgio Parisi. Nella famiglia di Lorenzo la madre Concetta, laureata in farmacia, e il padre Aurelio, chimico, lavoravano entrambi all’Istituto superiore di sanità. «Mio padre – ricorda Mariani – aveva rapporti di ricerca molto intensi con scienziati francesi, svedesi e tedeschi». Una particolarità a Roma, dove di solito la borghesia ha una cultura e una vocazione giuridica e amministrativa. «La mia famiglia – racconta – ha sempre avuto una intonazione articolata. Oltre alla dimensione scientifica e tecnologica, ne esiste anche una umanistica e artistica. Il mio nonno paterno Lucio era un pittore e un archeologo, direttore del Museo delle terme. Ha partecipato nel deserto libico agli scavi di Leptis Magna, dove hanno visto la luce l’arco di Settimio Severo, le terme di Adriano e la basilica severiana. Il mio bisnonno Cesare Mariani era un pittore religioso, che affrescava chiese e basiliche di Roma».

Come primo, arriva un piatto di spaghetti alle vongole. Il vino è un greco di Tufo freddo, quasi ghiacciato. Mariani, come molti manager e quadri della allora Finmeccanica, ha svolto il servizio militare da ufficiale, trascorrendo poco meno di un anno e mezzo nella Marina a Livorno. Subito dopo, nel 1992, è entrato in Alenia Difesa, mentre il dominus dell’intero gruppo era l’amministratore delegato Fabiano Fabiani. Ricorda mentre, per il caldo, alterna un sorso di vino bianco e un sorso di acqua minerale: «I primi sei anni sono stati un’altra forma di servizio militare di élite. Ho fatto ricerca e ingegneria pura e dura. Mi muovevo fra Roma e La Spezia. La mia attività era nel disegno dei prodotti nel mondo navale, nelle fabbriche dei radar, nello sviluppo degli apparati». Nel 1998, quando l’amministratore delegato di Finmeccanica è Alberto Lina e mentre nell’intersezione fra la politica e l’economia inizia a prendere forma nella ingegnerizzazione finanziaria di Mario Draghi direttore generale del Tesoro la privatizzazione del gruppo che porterà alla quotazione nel 2000, Mariani compie il classico salto che trasforma gli ingegneri di fabbrica e di laboratorio in uomini di mercato: passa al commerciale, che nel caso specifico di Finmeccanica ha in più – rispetto a molte altre aziende – una sensibilità geopolitica significativa. Infatti, chi produce elicotteri, elettronica civile e militare, radar e dispositivi per la sicurezza opera in mercati in cui la domanda è composta non solo da aziende, ma anche da governi. Nota Mariani: «In qualche maniera il mio percorso ha costituito un piccolo tassello nel mosaico di una azienda che, per tutta la seconda metà del Novecento, ha avuto una enorme cultura industriale e tecnologica, non sempre trasformata in occasioni di business concrete. Questa propulsione verso il mercato, con in più la modernizzazione della governance imposta dalla quotazione, ha reso più agile, preciso ed efficace l’agire dell’impresa. Anche ai livelli medi e operativi di cui, allora, facevo parte. Nel 2002 sono passato per la prima volta in Mbda, il maggiore consorzio europeo di missili e tecnologie per la difesa terrestre, aeronautica e marittima. Ho capito allora una lezione che resiste oggi: la coralità europea, in quel caso garantita nell’equity dalla compresenza di Finmeccanica, Bae Systems e Airbus, è una opzione necessaria ed efficace».

Contraddicendo la regola del pranzo di lavoro con un solo piatto, entrambi prendiamo un branzino al sale con degli spinaci come contorno. Il suo salto manageriale avviene in Selex, la società elettronica del gruppo, in cui dal 2015 Mariani diventa un primo livello a riporto dell’allora amministratore delegato Mauro Moretti. Nella complessità della scelta da parte del governo italiano, maggiore azionista tramite il Ministero dell’Economia e delle Finanze con il 30,2% del capitale, di un capoazienda sui generis come quello di Leonardo, Mariani si è guadagnato i galloni con il suo ritorno da manager maturo nel 2020 in Mbda: «La cosa peggiore che ho fatto è stata quando, da managing director di Selex, fui timido e poco risoluto, non cambiando quello che avrei dovuto cambiare. La cosa migliore è stata lo sviluppo di Mbda, con in cinque anni l’ampliamento del fatturato da 3 a 7 miliardi di euro e con l’aumento degli ordini da 4 a 13 miliardi. Uno sviluppo di cui ha beneficiato la componente industriale italiana, cresciuta in cinque anni di due volte e mezzo. Il modello di Mbda funziona per il mercato militare, con il doppio binario delle imprese azionisti e degli Stati, con la necessità di verticalizzare i processi, di compattare le filiere e rendere rapide le decisioni e con la costruzione di un campione europeo. Per il mercato civile, invece, questo modello si scontra con troppi poteri di blocco da parte dei singoli Paesi».

Arriva una macedonia di frutta e, poi, ecco il caffè. Il mondo sta cambiando, appunto, alla velocità della luce. La manifattura sta sperimentando una rimodulazione complessa e cruenta. Nella intersezione fra geopolitica e geoeconomia, gli Stati Uniti mantengono il primato dei capitali pubblici (e privati) nei settori ad elevata sensibilità e ad alta sicurezza e la Cina, con i suoi silenzi e la sua efficace interpretazione del capitalismo di stato, rimane una incognita. «L’Europa ha problemi significativi. Ma ha anche risorse importanti. Le specifiche culture industriali dei singoli Paesi si integrano bene. Proviamo a tenerne conto. Il metodo tedesco, il sistema francese, l’innovazione inglese, l’organizzazione svedese e la flessibilità sempre più strutturata di noi italiani non sono fenomeni retorici. Sono elementi reali che, nel confronto con gli Stati Uniti e con la Cina, come europei possiamo fare valere. In questi tempi difficili, Leonardo ha molti fattori a suo favore, e quindi a favore dell’Italia e dell’Europa: per esempio la forza nell’elettronica che, con la cybersicurezza e con l’intelligenza artificiale, è il nuovo collante per l’aeronautica e il navale, la radaristica e l’elicotteristica, nella guerra e nella pace», conclude Lorenzo Mariani, ultimo erede della schiatta di dirigenti di impresa formatasi nelle facoltà di ingegneria e nel campo di battaglia composto dalle luci e dalle ombre dell’economia pubblica e post-pubblica e, insieme, dalle durezze del mercato.

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