Competitivtà

La crisi non ferma il made in Italy: le aziende continuano a investire all’estero

Osservatorio Assocamerestero: il 51% delle imprese italiane orientate a scommettere sui mercato esteri, soprattutto in Sud America

 Andrey Kuzmin - Fotolia

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L’export spinge non solo la crescita delle imprese italiane, ma anche la loro fiducia nel futuro. Il contesto internazionale è quello che conosciamo: dazi e politiche protezionistiche, tensioni geopolitiche, blocco o rallentamento delle forniture e aumento dei costi delle materie prime e dell’energia.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Eppure, le aziende italiane presenti all’estero confermano che il made in Italy mantiene la propria forza competitiva, grazie alla sua reputazione di qualità, stile e affidabilità e, per questo, mantengono le proprie intenzioni di investimento.

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È quando emerge dall’Osservatorio Assocamerestero 2026, realizzato attraverso la rete delle Camere di commercio Italiane all’Estero, con indicazioni raccolte da mercati europei, asiatici, africani, americani e dell’area Australia-Pacifico.

Il sondaggio è stato elaborato in una fase di forte instabilità geopolitica ed economica, segnata da tensioni commerciali, incertezza sui dazi, volatilità dei costi energetici e nuove tensioni nelle aree strategiche per gli scambi internazionali. E questo si riflette nella consapevolezza che «il contesto in cui imprese ed esportatori italiani sono chiamati a muoversi è sempre meno lineare. La domanda resta favorevole, ma il vantaggio competitivo non può più fondarsi soltanto sulla forza del prodotto», si legge nella ricerca.

I risultati della ricerca

Il quadro generale resta favorevole: il 40% delle imprese intervistate descrive il clima nei confronti dei prodotti e delle imprese italiane come «molto positivo, con domanda in crescita» e un altro 49% come «positivo, ma più selettivo rispetto al passato». Il 9% segnala un quadro stabile, il 3% un contesto più prudente, mentre non emergono indicazioni di peggioramento evidente.

Emergono tuttavia differenze, anche significative, a seconda dei mercati. Il quadro più positivo è quello delineato dalle aziende che operano in America Latina, dove l’80% degli intervistati segnala un clima «molto positivo» - probabilmente grazie alla spinta delle aspettative legate all’accordo tra unione europea e Mercosur.

Più prudente, invece, l’atteggiamento sul continente africano, dove le aziende si dividono equamente tra chi delinea un quadro stabile e chi dimostra un atteggiamento più prudente, con decisioni di investimento o sviluppo che sembrano rinviate in attesa di un quadro più chiaro.

L’export rimane strategico

Nonostante le complessità del momento storico, il 51% delle imprese intervistate si dichiara intenzionato investire sui mercati esteri. Il 26% segnala invece un atteggiamento più prudente, mentre il 20% evidenzia una strategia volta soprattutto a difendere le posizioni già acquisite. Solo il 3% rileva una riduzione dell’esposizione o degli investimenti.

Anche in questo caso, tuttavia, le risposte cambiano a seconda delle aree geografiche: «in Asia e negli Stati Uniti la totalità delle risposte segnala imprese orientate a investire, a conferma di mercati percepiti come ancora dinamici e ricchi di opportunità. In Europa, invece, l’approccio appare più prudente: il 39% indica imprese orientate a nuovi investimenti, mentre il 33% segnala una strategia più difensiva, concentrata sul mantenimento delle posizioni già acquisite», si legge nell’Osservatorio.

I possibili freni alla crescita

È interessante notare che, tra i fattori geopolitici ed economici che incidono sulle decisioni delle imprese italiane a influenzare maggiormente le scelte di investimento , non sono i dazi o le politiche protezionistiche, ma i costi energetici e delle materie prime, indicati dal 57% del campione. Le politiche protezionistiche e tariffarie arrivano solo al terzo posto, indicate dal 20% delle Camere, a pari merito con la crescente competizione tra blocchi economici e con i conflitti e le tensioni regionali. Più dei dazi pesa il rischio cambio e l’instabilità finanziaria, segnalato dal 23% del campione. Più distanziata, ma comunque significativa, l’instabilità normativa e politica dei singoli mercati, indicata dal 14%.

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Meno prodotto più strategia

In questo quadro mutato - e in continuo mutamento - la forza del prodotto non basta più per posizionarsi e crescere sui mercati esteri: resta decisiva, ma deve essere affiancata da una strategia di medio-lungo periodo, indicata prioritaria da oltre metà del campione. Fondamentali anche (per il 29%) la scelta del partner e la conoscenza delle regole del Paese di destinazione (26%).

Se il made in Italy rimane forte nella percezione dei consumatori globali, si rafforza anche la concorrenza, in particolare quella di Cina (citata dal 77% delle Camere), Francia (46%) e Germania (43%).

Per restare competitivi diventa dunque necessaria una «maggiore promozione coordinata del made in Italy», segnalata dal 71% degli operatori, seguita da un «maggiore sostegno pubblico all’internazionalizzazione delle pmi (49%).

Le previsioni per il 2027

Se per il 2026 l’obiettivo delle imprese è soprattutto mantenere le posizioni acquisite, per il 2027 si attende un ritorno alla crescita (l’82% degli intervistati): il 24% indica una crescita sostenuta del made in Italy nei rispettivi mercati; il 56% prevede una crescita moderata; mentre il 18% prevede una fase di stabilità. Nessuno prevede un rallentamento generalizzato.

«Il dato che arriva dalla rete delle Camere di Commercio Italiane all’Estero è incoraggiante, ma anche molto chiaro - osserva Mario Pozza, presidente di Assocamerestero -: il made in Italy continua a essere percepito come un riferimento di qualità, stile e reputazione. Questo è un patrimonio straordinario, ma oggi non è più sufficiente. Nei mercati internazionali contano sempre di più la continuità della presenza, la conoscenza delle regole locali, la capacità di scegliere partner affidabili, di adattare il modello commerciale e di costruire strategie di medio-lungo periodo. La qualità resta il punto di partenza, non il punto di arrivo».

Un elemento che merita particolare attenzione riguarda l’Europa. I dati non raccontano un mercato in difficoltà, ma un mercato più maturo e più prudente rispetto ad altre aree del mondo. Anche le prospettive a breve termine confermano questa lettura: in Europa prevale un sentimento di stabilità e prudenza.

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