La Difesa stratificata si fa con il tessuto industriale diffuso
La logica dell’arma più sofisticata per ogni minaccia sta lasciando spazio alla deterrenza, che è anche sostenibile dal punto di vista economico. I grandi player trainano e integrano i sistemi. Le piccole aziende sono strategiche per un modello di difesa integrata. Ciò che oggi serve
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I punti chiave
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La Difesa è un bene pubblico, essenziale e indivisibile. Da essa dipendono la nostra sicurezza e la capacità di tutelare interessi e benessere. Ma la guerra dei costi che si sta imponendo — dove un drone da poche migliaia di euro può obbligare l’avversario a rispondere con un intercettore da milioni — si vince nella capacità di mobilitare in fretta tecnologie e filiere, che vanno portate al centro del dibattito strategico. La logica dell’“arma più sofisticata per ogni minaccia” è insostenibile nel tempo: efficace scambio dopo scambio, ma dispendiosa sul piano industriale ed economico. La risposta più discussa è la difesa stratificata: sistemi complessi riservati alle minacce su larga scala, soluzioni più economiche per saturare le difese a basso costo, guerra elettronica, laser, intelligenza artificiale. Ma stratificare significa anche connettere gli attori: avere accesso anche a tecnologie differenti, spesso più agili, capaci di essere adattate rapidamente senza passare per i cicli di sviluppo lunghi e costosi tipici dei grandi programmi. È qui che entra in gioco il valore del tessuto industriale diffuso: piccole e medie imprese, spin-off universitari, aziende nate in settori adiacenti alla difesa che possiedono competenze trasferibili. Non sostituiscono i grandi gruppi, il cui ruolo è essenziale per competenze, scala e capacità di investimento, ma possono accelerarli, offrendo soluzioni puntuali che i grandi programmi non hanno il tempo o l’incentivo di sviluppare da soli.
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I grandi punti di riferimento
L’Italia ne è ricca e sa già oggi esprimere una cifra competitiva importante. Si pensi al settore spaziale, che con la difesa condivide sempre più tecnologie e sfide. Se opportunamente integrate nella filiera più ampia — attraverso partnership con i grandi gruppi, programmi di finanziamento come l’EIC STEP Scale Up Defence o iniziative europee come SAFE — queste tecnologie possono fornire ai grandi player un accesso più rapido e meno oneroso a componenti critici, e alle istituzioni un ventaglio di opzioni difensive più ampio. Il punto non è stabilire se una piccola azienda possa competere da sola con i colossi della Difesa: non è questo il terreno di gioco. Il valore nasce dalla combinazione, dalla capacità di far dialogare le competenze di nicchia con l’integrazione di sistema che solo i grandi gruppi possono garantire. Leonardo su radar e comando e controllo, MBDA Italia sulla difesa missilistica, ELT Group sulla guerra elettronica, Avio per i lanciatori e i sistemi di propulsione, Fincantieri sull’integrazione navale sono autentici campioni a cui il mercato mondiale guarda con ammirazione e a cui i governi, non solo quello italiano, si affidano.
Il ruolo dei piccoli
A questo elenco si possono affiancare, caso per caso, le tecnologie sviluppate da realtà più piccole, capaci di portare soluzioni innovative in tempi e a costi che i grandi programmi difficilmente riescono a replicare da soli. Tecnologie che si possono integrare nei grandi programmi dei campioni nazionali, possono intervenire su alcuni aspetti specifici della difesa integrata, oppure connettere elementi e versanti tecnologici del tutto nuovi. Ciò pone le basi di un’autentica politica industriale, in grado di sostenere e sviluppare un tessuto integrato di ricerca e alta tecnologia, presupposto di una necessaria, maggiore autonomia strategica. La chiave sta tutta nella regia, che solo il decisore pubblico può adeguatamente interpretare.
La deterrenza è anche sostenibilità economica
In un contesto in cui la deterrenza si misura non solo in capacità, ma in sostenibilità economica e velocità di adattamento, valorizzare questa filiera allargata — grandi player, PMI, centri di ricerca, spin-off industriali — non è un esercizio retorico di inclusione, ma una scelta strategica. È la somma di competenze diverse, più che l’eccellenza isolata di un singolo attore, a poter garantire all’Europa e all’Italia un vantaggio reale nella nuova economia della deterrenza.
Daniele Pavarin è co-founder e CEO di T4i

