Conflitto nel Sahel

La diplomazia Usa si schiera contro l’esercito sudanese

Gli Stati Uniti negano il visto al comandante Abdel Fattah al-Burhan, che avrebbe partecipato all’Assemblea generale dell’Onu a New York. Le motivazioni starebbero nel diniego del Saf di accettare tre mesi di cessate il fuoco. Il risultato è un assist alle milizie ribelli

di 24Ore NextMed

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Il generale Abdel Fattah al-Burhan, comandante in capo delle Forze armate sudanesi e leader de facto del Paese (AP)

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Gli Stati Uniti hanno negato il visto al generale Abdel Fattah al-Burhan, comandante in capo delle Forze armate sudanesi e leader de facto del Paese, impedendogli di partecipare e intervenire all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Una mossa deteriora ulteriormente i delicati rapporti tra Washington e l’esercito sudanese, già profondamente compromessi dalla guerra che dal 15 aprile 2023 contrappone le Forze armate sudanesi (Saf) alle milizie ribelli delle Forze di supporto rapido (Rsf).

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Stando a quanto si apprende dalle agenzie di stampa, Washington avrebbe subordinato il rilascio del visto all’accettazione da parte di al-Burhan di una proposta di cessate il fuoco della durata di 90 giorni. L’iniziativa, avanzata da Massad Boulos, consigliere senior degli Stati Uniti per gli affari arabi e africani, aveva l’obiettivo di ottenere una tregua umanitaria e avviare un dialogo politico che conduca alla formazione di un governo civile.

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La proposta però è stata respinta dalle autorità sudanesi. La posizione dell’esercito è che una sospensione dei combattimenti consentirebbe alle Rsf di riorganizzarsi e preparare nuovi attacchi.

Al-Burhan era atteso a New York per intervenire oggi all’Assemblea generale. Non è tuttavia ancora chiaro se riuscirà a partecipare. Fonti diplomatiche a Khartoum, citate dal Sudan Tribune e riportate dal Washington Examiner, sostengono che il rilascio del visto potrebbe comunque avvenire, dal momento che l’ambasciatore del Sudan presso le Nazioni Unite ha scritto al segretario generale António Guterres chiedendo all’Onu di intervenire direttamente sulla questione.

Come riferisce Reuters, alla base delle tensioni tra gli Stati Uni e il Paese africano c’è la proposta americana di estendere a tutto il Sudan l’embargo sulle armi già applicato al Darfur. Misura che, secondo i sostenitori di al-Burhan, rischierebbe di colpire soprattutto le Forze armate sudanesi. Tantopiù che la questione del visto si inserisce in una più ampia ridefinizione della posizione americana nei confronti dei due schieramenti che combattono in Sudan. «Né le Forze armate sudanesi, né le Forze di supporto rapido, né i rispettivi leader rappresentano un governo legittimo e costituzionale per il Sudan», fa sapere il portavoce del Dipartimento di Stato, Tommy Pigott. Tanto che A New York in questi giorni è presente l’ex primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, arrivato negli Stati Uniti per partecipare agli eventi dell’Assemblea generale insieme ai membri della coalizione che si oppone alla prosecuzione della guerra.

La presa di posizione americana riguarda quindi direttamente anche al-Burhan. Il generale, che guida l’esercito nella guerra contro le milizie ribelli comandate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, non è riconosciuto da Washington come rappresentante di un governo legittimo del Sudan.

Il nodo resta effettivamente quello della tregua. In un articolo pubblicato lunedì da Foreign Policy, lo stesso al-Burhan ha sostenuto che i diversi tentativi di cessate il fuoco promossi dall’esterno non sono riusciti a porre fine al conflitto. Secondo il militare, una pace imposta da soggetti esterni sarebbe destinata a fallire.

Ma la guerra, intanto, continua ad avere conseguenze umanitarie di dimensioni enormi. Dal suo inizio nel 2023, quasi 14 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case: 9,3 milioni sono sfollate all’interno del Sudan, mentre, secondo dati Onu dell’ottobre 2025, altri 4,4 milioni hanno attraversato le frontiere cercando rifugio nei Paesi vicini. Per il 2026, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) stima in 33,7 milioni il numero delle persone che necessitano di assistenza umanitaria.

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