Il report in collaborazione con UNDP

La finanza climatica in Africa bussa alle porte delle assicurazioni

Oggi il continente si trova sulla linea del fronte della crisi climatica, ma al tempo stesso dispone di un potenziale straordinario per la transizione energetica globale. Energie rinnovabili, minerali strategici, agricoltura, biodiversità e una popolazione giovane fanno del continente un attore decisivo. Serve nuova gestione dei flussi e strumenti coordinati a livello panafricano. Il ruolo delle polizze come leva di accelerazione

3' di lettura

English Version

3' di lettura

English Version

L’Africa è stretta in una contraddizione che il dibattito globale sul clima continua troppo spesso a rimuovere: contribuisce in misura minima alle emissioni storiche, ma paga un prezzo altissimo in termini di siccità alluvioni, perdita di produttività, insicurezza alimentare e fragilità sociale. Da qui parte Making Climate Finance Work for Africa , studio firmato da Margherita Bianchi, Domenico Villano e Duccio Maria Tenti, che mette a fuoco un punto essenziale: la finanza climatica destinata al continente non è solo insufficiente, ma anche disegnata in modo non del tutto corretto. Non basta aumentare i fondi: bisogna cambiare il modo in cui vengono mobilitati, distribuiti e utilizzati. Oggi l’Africa si trova sulla linea del fronte della crisi climatica, ma al tempo stesso dispone di un potenziale straordinario per la transizione energetica globale. Energie rinnovabili, minerali strategici, agricoltura, biodiversità e una popolazione giovane fanno del continente un attore decisivo. Il problema è che tra questa promessa e la sua realizzazione si apre un divario enorme.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

IL DOCUMENTO

Making Climate Finance Work for Africa 

Visualizza

I flussi

Secondo il rapporto, l’Africa riceve ancora una quota troppo bassa della finanza climatica mondiale. I flussi sono cresciuti, ma restano largamente inadeguati rispetto ai bisogni. Il caso dell’adattamento e’ emblematico: l’Africa subsahariana avrebbe bisogno di circa 51 miliardi di dollari l’anno solo per affrontare gli impatti climatici, ma i fondi pubblici internazionali effettivamente arrivati coprono appena una frazione della cifra necessaria. A pesare non è solo la scarsità delle risorse, ma anche la loro composizione: oltre metà dei finanziamenti arriva sotto forma di debito, in un continente dove molti Paesi sono già esposti a forte stress finanziario. Qui emerge una delle critiche più forti del documento. La finanza climatica, nata per rafforzare la resilienza, rischia di aggravare la vulnerabilità fiscale. A questo si aggiunge una distribuzione squilibrata dei capitali: i fondi si concentrano in pochi Paesi e in pochi progetti ritenuti meno rischiosi, mentre le nazioni più’ vulnerabili restano spesso ai margini.

Loading...

La burocrazia

Gli autori insistono anche su un altro nodo strutturale: l’architettura della finanza climatica è frammentata, lenta, costosa. Fondi multilaterali, banche di sviluppo, agenzie pubbliche e investitori privati operano con criteri diversi, procedure complesse e tempi lunghi. Per i governi e gli attori locali questo significa affrontare percorsi burocratici onerosi, spesso incompatibili con la necessità di reagire rapidamente agli shock climatici. Il risultato: i Paesi che avrebbero più bisogno di risorse sono anche quelli che incontrano i maggiori ostacoli nell’accesso.

Non meno importante è il problema della “bankability”, cioè della capacità dei progetti di trasformarsi in investimenti finanziabili. Molte iniziative restano bloccate per mancanza di dati affidabili, studi di fattibilità, competenze tecniche o strumenti di strutturazione finanziaria. In altre parole, non manca solo il denaro: manca un ecosistema capace di collegare priorità politiche, progettazione e capitale.

Il rapporto dedica attenzione anche al ruolo delle assicurazioni, considerate una leva ancora sottoutilizzata. In teoria potrebbero proteggere famiglie, imprese e governi dagli shock climatici e rendere più appetibili gli investimenti. In pratica, però, la penetrazione assicurativa resta bassissima. Gli autori vedono con interesse le assicurazioni parametriche, che prevedono pagamenti automatici al verificarsi di determinati indicatori climatici, ma ne sottolineano anche i limiti, a partire dal rischio di discrepanza tra indice e danno reale.

Le soluzioni

La parte più interessante dello studio è forse quella dedicata alle soluzioni. La proposta centrale è adottare un approccio “mission-oriented”: non interventi dispersi e progetti isolati, ma strategie pubbliche chiare, guidate dai governi africani, capaci di coordinare attori diversi intorno a obiettivi precisi. L’idea è costruire filiere di progetti coerenti con i piani nazionali sul clima, con l’industrializzazione e con lo sviluppo sociale. In questo quadro, la finanza deve diventare uno strumento di trasformazione economica, non un insieme di erogazioni episodiche. Accanto a questo, il paper valorizza piattaforme di intermediazione come PISTA ed Energy for Growth in Africa, pensate per ridurre i costi di transazione, accompagnare la maturazione tecnica dei progetti e metterli in contatto con potenziali finanziatori. E’ un passaggio decisivo: senza strutture capaci di fare da ponte tra domanda e offerta di capitale, anche gli impegni piu’ ambiziosi rischiano di restare sulla carta. Se la finanza climatica continuerà a essere frammentata, onerosa e sbilanciata verso il debito, l’Africa resterà intrappolata tra emergenza e sottosviluppo. Se invece verrà ripensata come leva strategica per adattamento, energia, agricoltura e industria, il continente potrà’ trasformare la crisi climatica in una occasione storica di sviluppo.

Leggi il report

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti