La finanza climatica in Africa bussa alle porte delle assicurazioni
Oggi il continente si trova sulla linea del fronte della crisi climatica, ma al tempo stesso dispone di un potenziale straordinario per la transizione energetica globale. Energie rinnovabili, minerali strategici, agricoltura, biodiversità e una popolazione giovane fanno del continente un attore decisivo. Serve nuova gestione dei flussi e strumenti coordinati a livello panafricano. Il ruolo delle polizze come leva di accelerazione
di 24Ore NextMed
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L’Africa è stretta in una contraddizione che il dibattito globale sul clima continua troppo spesso a rimuovere: contribuisce in misura minima alle emissioni storiche, ma paga un prezzo altissimo in termini di siccità alluvioni, perdita di produttività, insicurezza alimentare e fragilità sociale. Da qui parte Making Climate Finance Work for Africa , studio firmato da Margherita Bianchi, Domenico Villano e Duccio Maria Tenti, che mette a fuoco un punto essenziale: la finanza climatica destinata al continente non è solo insufficiente, ma anche disegnata in modo non del tutto corretto. Non basta aumentare i fondi: bisogna cambiare il modo in cui vengono mobilitati, distribuiti e utilizzati. Oggi l’Africa si trova sulla linea del fronte della crisi climatica, ma al tempo stesso dispone di un potenziale straordinario per la transizione energetica globale. Energie rinnovabili, minerali strategici, agricoltura, biodiversità e una popolazione giovane fanno del continente un attore decisivo. Il problema è che tra questa promessa e la sua realizzazione si apre un divario enorme.
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I flussi
Secondo il rapporto, l’Africa riceve ancora una quota troppo bassa della finanza climatica mondiale. I flussi sono cresciuti, ma restano largamente inadeguati rispetto ai bisogni. Il caso dell’adattamento e’ emblematico: l’Africa subsahariana avrebbe bisogno di circa 51 miliardi di dollari l’anno solo per affrontare gli impatti climatici, ma i fondi pubblici internazionali effettivamente arrivati coprono appena una frazione della cifra necessaria. A pesare non è solo la scarsità delle risorse, ma anche la loro composizione: oltre metà dei finanziamenti arriva sotto forma di debito, in un continente dove molti Paesi sono già esposti a forte stress finanziario. Qui emerge una delle critiche più forti del documento. La finanza climatica, nata per rafforzare la resilienza, rischia di aggravare la vulnerabilità fiscale. A questo si aggiunge una distribuzione squilibrata dei capitali: i fondi si concentrano in pochi Paesi e in pochi progetti ritenuti meno rischiosi, mentre le nazioni più’ vulnerabili restano spesso ai margini.
La burocrazia
Gli autori insistono anche su un altro nodo strutturale: l’architettura della finanza climatica è frammentata, lenta, costosa. Fondi multilaterali, banche di sviluppo, agenzie pubbliche e investitori privati operano con criteri diversi, procedure complesse e tempi lunghi. Per i governi e gli attori locali questo significa affrontare percorsi burocratici onerosi, spesso incompatibili con la necessità di reagire rapidamente agli shock climatici. Il risultato: i Paesi che avrebbero più bisogno di risorse sono anche quelli che incontrano i maggiori ostacoli nell’accesso.
Non meno importante è il problema della “bankability”, cioè della capacità dei progetti di trasformarsi in investimenti finanziabili. Molte iniziative restano bloccate per mancanza di dati affidabili, studi di fattibilità, competenze tecniche o strumenti di strutturazione finanziaria. In altre parole, non manca solo il denaro: manca un ecosistema capace di collegare priorità politiche, progettazione e capitale.
Il rapporto dedica attenzione anche al ruolo delle assicurazioni, considerate una leva ancora sottoutilizzata. In teoria potrebbero proteggere famiglie, imprese e governi dagli shock climatici e rendere più appetibili gli investimenti. In pratica, però, la penetrazione assicurativa resta bassissima. Gli autori vedono con interesse le assicurazioni parametriche, che prevedono pagamenti automatici al verificarsi di determinati indicatori climatici, ma ne sottolineano anche i limiti, a partire dal rischio di discrepanza tra indice e danno reale.

