Data economy

La grande scommessa europea sul cloud resta senza data center

Gaia-X ha costruito un solido impianto di regole, standard e certificazioni che permettono alle infrastrutture esistenti di comunicare all’interno di uno spazio condiviso. Ma ha rinunciato a costruire un’infrastruttura fisica in grado di fornire servizi

Tecnologia cloud. Cloud computing. Dispositivi collegati a sistemi di archiviazione digitale nei data center. (Adobe Stock)

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C’è un dettaglio che racconta meglio di molti proclami dove sia arrivata, oggi, l’ambizione europea di liberarsi dai giganti americani del cloud. Quando nel maggio 2025 il consorzio Gaia-X ha presentato la sua nuova release tecnica, battezzata “Danube”, i primi due settori a metterla alla prova non sono stati il marketing o l’ecommerce, ma l’aerospazio e il nucleare. Industrie dove la fiducia, la sicurezza e il controllo del dato non sono optional. Per il Ceo Ulrich Ahle è il segnale di una svolta: «Stiamo passando dalle prime implementazioni pilota al vero deployment operativo».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Sette anni dopo la nascita, è il momento di un bilancio del sogno di un “cloud europeo”. E il verdetto è in chiaroscuro: Gaia-X ha costruito un impianto di regole solido, ma deve ancora dimostrare che il mercato lo voglia davvero usare.

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Gaia-X nasce nel 2019 dall’asse franco-tedesco con un obiettivo che suonava quasi come una dichiarazione d’indipendenza: costruire un’infrastruttura cloud federata europea per ridurre la dipendenza da Amazon, Microsoft e Google. Nell’immaginario collettivo doveva essere il “cloud europeo”, l’alternativa sovrana alle Big tech a stelle e strisce.

Le cose sono andate diversamente. Gaia-X non ha costruito un solo data center, non vende servizi cloud, non compete frontalmente con nessuno. Si è trasformato in qualcosa di più sottile e meno spettacolare: un insieme di regole, standard e meccanismi di certificazione che permettono alle infrastrutture già esistenti di parlarsi in modo sicuro e sovrano.

Da sfidante degli hyperscaler si è trasformato nel loro arbitro, al punto che gli stessi colossi americani sono stati ammessi nel consorzio, purché ne rispettino le regole. Una scelta pragmatica che ha però annacquato la spinta originaria.

Oggi l’associazione Gaia-X Aisbl (associazione internazionale senza scopo di lucro) conta oltre 300 membri tra imprese e centri di ricerca, e si descrive non come un ente di standardizzazione tradizionale, ma come il motore strategico dell’ecosistema europeo dei dati.

Il prodotto più concreto è il Trust Framework: le regole che stabiliscono chi può entrare in uno spazio dati condiviso e a quali condizioni. Il cuore operativo sono le digital clearing houses, i nodi che verificano identità e conformità dei partecipanti.

Qui i numeri ci sono. Diverse aziende tecnologiche hanno già attivato clearing house funzionanti: Aruba in Italia, NTT Data in Giappone, T-Systems e DeltaDao in Germania, Aire Networks e Arsys in Spagna. Una rete decentralizzata che cresce per adesioni e che ha già superato i confini europei.

Con la release Danube, Gaia-X ha introdotto il principio del “bring your own rules“: le autorità di governance dei singoli spazi dati possono definire regole proprie, settoriali o regionali, che il framework traduce automaticamente in verifiche di conformità. Lo ha spiegato il Coo Roland Fadrany: «Il Trust Framework fornisce identità verificabili, meccanismi di compliance e clearing house digitali che garantiscono sovranità, trasparenza e riconoscimento transfrontaliero». L’obiettivo, aggiunge, è «rendere la sovranità del dato pratica e accessibile, alle condizioni degli utenti».

Ma il bilancio non sarebbe onesto senza le ombre. La prima è la governance: centinaia di membri con interessi divergenti, inclusi i colossi di Big tech,  hanno dilatato i tempi e smussato l’ambizione. I cicli di rilascio delle specifiche sono apparsi lenti rispetto alla velocità del mercato.

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La seconda è l’affollamento. Chi voglia oggi partecipare a uno spazio dati europeo si muove in una selva di sigle: International Data Spaces Association, Data Spaces Business Alliance, Data Spaces Support Centre, Fiware, Eclipse Foundation. Gaia-X dialoga con tutte, ma la sovrapposizione genera confusione più che chiarezza.

La terza, e più pesante, è che il cloud europeo non è mai nato. Gaia-X ha rinunciato all’infrastruttura fisica alternativa per concentrarsi sulle regole. Scelta realistica, ma che lascia aperta la domanda di fondo: chi fornirà concretamente i servizi cloud sovrani su cui gli spazi dati dovranno appoggiarsi? Il rischio è paradossale — che le regole europee finiscano per governare servizi erogati comunque dai data center americani.

L’associazione chiama la fase attuale “Season 2.0”: il passaggio dai progetti pilota al deployment su scala, con strumenti «pronti a crescere» verso ecosistemi cross-settoriali — dalla mobilità all’energia, dalle smart city alla manifattura. La rete di clearing house che arriva fino al Giappone testimonia un’ambizione che guarda oltre l’Europa.

Resta però la prova decisiva, quella dei numeri veri: quante imprese condivideranno davvero dati attraverso il framework, e quanto valore economico ne nascerà. Sette anni dopo, l’Europa ha trovato la grammatica della sovranità digitale. Le manca ancora di dimostrare che il mercato voglia parlarne la lingua.

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