La lezione di Ulisse e le contraddizioni della leadership
L’Odissea non offre risposte semplici, ma solleva domande profonde sul prezzo del successo e sul senso della responsabilità verso gli altri
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Abbiamo fatto di Ulisse il modello del dirigente perfetto. Christopher Nolan lo porta sullo schermo il 15 luglio e la sua Odissea — letteralmente l’epopea di Odysseus: «Ulisse» — si rilegge in modo diverso: meno come un manuale del capo o un esempio da seguire che come una problematizzazione senza pari della nostra difficile libertà.
Chiedilo al Sole
Nelle nostre scuole, e oltre, Ulisse ha avuto a lungo la parte migliore. Stratega, astuto, resistente, vincitore: il capo modello, quello che si cita volentieri nei corsi di leadership tra due casi studio per la sua fedeltà al proprio obiettivo, al proprio trono, alla propria famiglia, al proprio equipaggio...
Il 15 luglio, Christopher Nolan lo porta sul grande schermo, nella dimensione di un blockbuster mondiale, e offre a milioni di spettatori l’occasione di riaprire il poema di cui Ismaïl Kadaré aveva cercato così splendidamente la melodia scomparsa ne Il dossier H (1981). Rileggere ciò che si chiama il «proemio» (dal latino «proemium», il principio) significa, fin dal primo verso, inciampare nel suo nome. Achille è nominato fin dai primi versi dell’Iliade. Ulisse, invece, è designato dall’uomo («andros») e dall’epiteto: «polytropos» («dai molti tropi»?). Leconte de Lisle traduceva «andros polytropos» con «quest’uomo sottile», Victor Bérard diceva «l’uomo dai mille espedienti», mentre Philippe Jaccottet, nella sua sublime e ineguagliabile traduzione in versi, lo chiamava «l’inventivo». Il termine indica soprattutto l’uomo che, come il poema che porta il suo nome, fa dell’ambiguità una virtù quando essa non è sinonimo di doppiezza, ma una garanzia di fedeltà alla complessità del reale e un’esigenza di interrogativi approfonditi.
Infatti, il poema che ha plasmato il nostro immaginario della leadership non ci offre una risposta: ci offre delle domande.
I meriti di Ulisse
Riconosciamo innanzitutto i meriti di Ulisse. Sono reali. Ulisse è l’uomo di Atena: l’astuzia, ciò che i Greci chiamano mètis, l’intelligenza flessibile che si adatta all’imprevisto, quella del comandante in un mare agitato. Nulla a che vedere con Ares, dio della guerra, che Atena stessa abbatte nell’Iliade e che Zeus dice di odiare più di tutti gli Olimpi: Ulisse non infiamma le truppe, riflette. È primus inter pares, il primo tra i suoi pari, miglior arciere, miglior stratega, il cavallo di Troia come biglietto da visita. E impara persino dai propri fallimenti: sconfitto presso i Ciconi perché i suoi uomini, ubriachi, hanno fatto orecchie da mercante al suo ordine di ritirata, farà più tardi dell’ubriachezza la propria arma per accecare il Ciclope. Il suo colpo di genio sta d’altronde in una parola. Per intrappolare il mostro, si presenta come «Nessuno» («Outis», che gioca con «Métis», in greco). Quando il gigante accecato urla che lo stanno attaccando, i suoi simili alzano le spalle: «nessuno gli ha fatto nulla». Difficile non ammirarlo.







