La Libia pompa petrolio, ma resta in crisi e guarda allo scenario alla «libanese»
La prossima primavera sono previste le elezioni per il rinnovo del Parlamento e del presidente, ma la strada è in salita anche per via della congiuntura interna. Washington non vuole assecondare logiche di spartizione che, in questa fase, stanno fortemente avvantaggiando Russia, Turchia e Cina. Italia al lavoro per tutelare asset e rapporti
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Nonostante i proclami e il calendario serrato delle scadenze, la strada verso le elezioni in Libia rimane fortemente in salita. Due gli appuntamenti di rilievo nei prossimi mesi: il rinnovo del Parlamento, previsto per la fine di febbraio del 2027, e l’elezione di un nuovo presidente, tema sul quale la Commissione elettorale affiancata dall’Onu avrebbe da poco trovato un accordo su regole e tempi, che dovranno essere contenuti nei due anni a partire da adesso. Il tutto però avviene a poche ore dai funerali di Fawzi al-Mansour, potente capo dell’intelligence libica, molto vicino al Generale Haftar, ucciso in un attentato lo scorso 12 agosto. Le esequie sono state un momento di raduno e incontro per i vertici militari di alcune delle tribù più importanti del Paese ma anche motivo di collera e pretesto per nuove divisioni. Si è fatta notare, in particolare, la presenza di Khaled e Saddam Haftar, i due figli maggiori del leader della Cirenaica e capo della Libyan National Army (LNA), Khalifa Haftar. In particolare, Saddam Haftar sembra destinato ad avere un ruolo crescente nel dialogo con le tribù e con le Cancellerie internazionali. Già nominato Vice Capo generale dell’esercito lo scorso anno, Saddam sarebbe da qualche giorno il responsabile delle forze armate della Libia dell’est e del sud. La famiglia Haftar prepara infatti la successione da tempo, con l’obiettivo di garantirsi continuità e un ruolo privilegiato nella complicata composizione di interessi ed equilibri in Libia. Ma l’età avanzata e i rapporti molto stretti con Mosca hanno reso la figura del feldmaresciallo, protagonista indiscusso dell’ultimo decennio, troppo divisiva per le ambizioni di molti attori interessati al futuro del Paese, a cominciare dagli Stati Uniti.
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Il ritorno degli Usa
Il ritorno di Washington in quel quadrante significa innanzitutto una pressione importante per un disegno unitario. Washington non vuole assecondare logiche di spartizione che, in questa fase, stanno fortemente avvantaggiando Russia, Turchia e Cina. L’inviato speciale di Donald Trump per la Libia, Massad Boulos, ha presentato un piano in otto punti che dovrebbe favorire la creazione di istituzioni unitarie nel Paese, secondo un criterio di spartizione bilanciata di ruoli e responsabilità, fino alla data cruciale dell’elezione di un nuovo Presidente. Una prospettiva “alla libanese”, fortemente gradita anche all’Italia, che continua a lavorare per la tutela di interessi strategici legati all’energia e al controllo delle rotte dell’immigrazione. Saddam Haftar è, da questo punto di vista, un interlocutore parecchio gradito anche a Roma, con cui intrattiene relazioni da tempo.
Il «divide et impera»
Le forze unitarie attorno alla Libia rimangono però in minoranza. A moltissimi conviene infatti il più antico “divide et impera”. A Mosca in particolare, che ha già trasformato la Cirenaica nella sua principale piattaforma militare nel Mediterraneo centrale dopo l’alleggerimento di Latakia, in Siria, come raccontato e documentato da 24OreNextMed lo scorso 18 agosto. A Tripoli è accaduta più o meno la stessa cosa, con le navi turche che ormai solcano stabilmente quella porzione di mare e che vogliono fare della Libia occidentale il principale avamposto verso il Maghreb. Ankara è attenta però a non scontentare nessuno, in particolare Mosca, mantenendo attivi i canali diplomatici con la famiglia Haftar e confidando in un ruolo di mediazione che però, al momento, sembra non essere gradito, soprattutto ai libici, con la parziale eccezione del Governo di unità nazionale del primo ministro Abdulhamid Dbeibah. Alla Libia guardano anche il vicino Egitto, che ha perso ormai il suo storico ruolo di pivot geopolitico nel quadrante Mediterraneo – Medio Oriente – Golfo Persico, e gli Emirati Arabi Uniti, molto attivi sin dall’avvio della rivolta contro Gheddafi per contenere le mire del Cairo e del vicino Qatar.
La congiuntura interna
A pesare su tutti questi scenari c’è una pesante congiuntura interna. La Libia sta estraendo petrolio al ritmo più elevato dell’ultimo decennio, eppure i proventi non arrivano alle famiglie e il loro potere d’acquisto continua a diminuire costantemente. La banca centrale ha svalutato il dinaro due volte in meno di un anno e il paniere del WFP (Programma alimentare mondiale) è aumentato di quasi il 20 per cento nell’arco di dodici mesi. A febbraio, i manifestanti di diverse città dell’ovest hanno chiesto la rimozione dell’intera classe politica, che ritengono responsabile della crisi del costo della vita. La ricchezza esiste, ma viene semplicemente intercettata prima di raggiungere la popolazione. La crisi in Libia è dunque ormai sempre più una crisi globale e globalizzata. E questo dovrebbe suonare una sveglia importante per l’Europa. Se il destino di noi europei si gioca oggi a Est, tra qualche anno si giocherà irrimediabilmente a Sud. A quel punto tutti i nodi saranno venuti al pettine e si conteranno, in maniera inequivocabile, vincitori e vinti.

