La macchina della verità, i filtri informativi e l’amore pericoloso di madame Cunégonde
Che mondo sarebbe un mondo nel quale potessimo utilizzare un certo meccanismo per spingere gli altri, di loro spontanea volontà, senza nessuna coercizione, a dire sempre la verità?
di Vittorio Pelligra
10' di lettura
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Che mondo sarebbe un mondo nel quale potessimo utilizzare un certo meccanismo per spingere gli altri, di loro spontanea volontà, senza nessuna coercizione, a dire sempre la verità? Un meccanismo attraverso il quale ognuno di noi ricevesse i giusti incentivi per rivelare informazioni private. Sarebbe un mondo utopico o distopico? Una società ideale od una terribile forma di dittatura? Questa società, in parte, già esiste così come esiste il meccanismo “estrattore di informazioni”. Se lo sono inventati gli economisti un po' di anni fa, per cercare di risolvere problemi di inefficienza dei mercati derivanti dalla presenza di informazione asimmetrica.
Abbiamo visto come la presenza di informazione privata, per esempio, sulla qualità di un certo bene possa portare all'implosione del mercato di quel particolare bene; ad una situazione nella quale un potenziale compratore vorrebbe acquistare quel bene ed un produttore vorrebbe venderlo, ma a causa della presenza di informazioni private sulla reale qualità di quel bene da acquistare o finanziare – un'auto usata, un prodotto alimentare, un progetto imprenditoriale, un mutuo bancario, un'assicurazione sanitaria etc. – domanda e offerta non si incontreranno e, così, uno scambio che sarebbe potuto andare a vantaggio di entrambe le parti, non si verifica; da qui l'inefficienza.
Abbiamo visto che esistono, fortunatamente, dei modi per mitigare questa asimmetria informativa. Uno di questi è la “segnalazione”: la parte informata spende per veicolare informazioni in modo credibile alla parte meno informata. Un'assicurazione “soddisfatti o rimborsati” è un segnale di questo tipo; è credibile perché solo chi realmente vende beni di alta qualità può permettersi di offrire una simile promessa senza correre il rischio di andare in bancarotta. Un titolo di studio, soprattutto se rilasciato da un'istituzione rispettata e con una reputazione di affidabilità, rappresenta un segnale allo stesso modo circa le potenzialità di una certa persona sul mercato del lavoro. E così via.
Nel caso della segnalazione sarà dunque la parte informata a fare la prima mossa verso la parte non informata. Esiste anche un secondo principio attraverso il quale si possono affrontare e limitare i danni derivanti dall'asimmetria informativa. Si tratta del principio dello “screening”, di un processo che, attraverso l'utilizzo di uno o più “filtri ci può aiutare a selezionare persone, beni o servizi con certe qualità rispetto a quelli che hanno qualità differenti: un collaboratore talentuoso da uno meno talentuoso, un bene di alta qualità da uno di bassa qualità, un progetto rischioso da uno meno rischioso. In questo caso, diversamente da quanto accade con la “segnalazione”, è la parte non informata a fare la prima mossa. In situazioni normali un accordo si raggiunge attraverso questa linea logica: il venditore (la parte informata) fa un'offerta, il compratore (la parte non informata) accetta o rifiuta e, se accetta, solo in seguito, la qualità del bene acquistato viene effettivamente scoperta.
Quando applichiamo il processo di “screening”, il venditore, o il datore di lavoro, o il finanziatore, non fa un'unica offerta alla controparte, ma offre un menù di alternative, un insieme di contratti differenti ognuno con caratteristiche differenti. Un datore di lavoro, per esempio, può offrire ad un aspirante collaboratore un contratto con una remunerazione fissa e uno a provvigione e lasciare che la controparte, scegliendo la tipologia di contratto preferita, si auto-selezioni rivelando in questo modo un'informazione privata non posseduta dal datore di lavoro, per esempio, la propensione al rischio, l'autostima, la determinazione dell'aspirante collaboratore.






