Energia, Italia ed Europa perdenti: il potere è nelle mani delle grandi potenze
L'energia è potere: chi la controlla influenza economia e sovranità nazionale
di Sergio Nava
3' di lettura
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«Questa crisi insegna che energia è potere», riassume il direttore della rivista “Energia” Alberto Clò, quando l’incontro su “La maledizione del petrolio” si avvia alla chiusura. Clò, già ministro dell’Industria, rende il concetto esplicito: «Chi dispone di energia se ne avvantaggia, chi non ne dispone finisce all’angolo. E’ potere, perché influenza i rapporti tra le grandi potenze, condiziona l’andamento dell’economia, definisce l’effettiva sovranità che abbiamo. L’Italia è debole, quindi non è sovrana, non abbiamo carte da giocare. Non solo non disponiamo di energia, ma non estraiamo neppure quel poco che potremmo produrre».
L’Italia, con l’Europa, appaiono come le grandi perdenti della crisi scatenata dall’invasione russa in Ucraina prima e dal blocco di Hormuz poi. Col petrolio come “maledizione” di sottofondo: «Purtroppo una dura realtà, con cui dobbiamo fare i conti. Per tre ragioni: il greggio continua a essere la voce dominante nei consumi energetici, inoltre ogni tensione geopolitica impatta sul petrolio. Infine, del petrolio non se ne può fare a meno», analizza Clò.
Più possibilista sull’eventualità di uscire dalla “maledizione del petrolio” la docente Valeria Termini (Università Roma Tre): «Esistono luci e ombre. Le ombre sono chiare ed evidenti. Tuttavia, l’umanità non si ferma: l’innovazione prosegue, anche nel settore energetico. Questo rappresenta una piccola nota di speranza».
«La maledizione del petrolio non è né mito né realtà, anzi il termine “maledizione” non mi piace», chiosa il presidente di Tlsg Arrigo Sadun, già Executive Director dell’Fmi. «Il petrolio è stato ed è ancora un pilastro della nostra civiltà, ha portato benefici enormi alla comunità internazionale. Tuttavia, come molti altri progressi, presenta pure aspetti negativi. Aspetti derivanti in gran parte da dinamiche che scaturiscono da scelte di natura politica».
La crisi iraniana rappresenta il metronomo che scandisce il ritmo del dibattito. «Avrà conseguenze enormi, rappresenta la maggior riduzione di offerta petrolifera dal Dopoguerra in poi, fino a 15 milioni di barili al giorno», annota Clò, che specifica come «oggi le tensioni geopolitiche interessano il 70% dei traffici marittimi, di cui il 20% è legato a Hormuz». Per Sadun esistono due scenari possibili, escludendone un terzo (catastrofico): «Quello più ottimista si esaurisce con una crisi che si risolve nel giro di settimane. La conseguenza è un ulteriore calo di mezzo punto percentuale della crescita globale, rispetto a previsioni già corrette al ribasso. In quello pessimista, parliamo di un calo complessivo di un punto e mezzo, qualora la crisi energetica si prolungasse per mesi. Il tasso di crescita globale finirebbe col ridursi del 30-40%».

