Cannes 79

La mano di Dio fa esultare la Croisette

Un documentario di Juan Cabral e Santiago Franco ricostruisce con i protagonisti di allora la partita Argentina-Inghilterra ai Mondiali del 1986

di Cristina Battocletti

L'argentino Diego Maradona, a sinistra, cerca di superare l'inglese Trevor Steven durante la partita dei quarti di finale dei Mondiali, allo Stadio Azteca di Città del Messico, il 22 giugno 1986. (Foto AP, archivio)

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Novantun minuti è la durata esatta di The match di Juan Cabral e il suo co-regista Santiago Franco, come quella della storica partita Argentina-Inghilterra nei quarti di finale dei Mondiali del 1986 a Città del Messico. Novanta minuti di gioco, un minuto di recupero, disputati quarant’anni fa tra le squadre nazionali di calcio dell’Argentina e dell’Inghilterra. Fu una partita memorabile non solo per i gol di Diego Armando Maradona, ma anche perché i due Stati si ritrovavano per la prima volta in un’occasione ufficiale dopo la guerra che era costata molto in perdite di vite umane per le Malvinas (se le si guarda dal lato argentino) o le Falkland (se le si guarda dal lato inglese).

La storia e i giocatori

Protagonista del documentario, presentato a Cannes Première, è naturalmente il materiale di archivio della partita e del contesto storico che ha preparato la guerra, durata 73 giorni con perdite soprattutto tra i soldati argentini e finita con la vittoria del Regno Unito. Oltre a questo, ci sono i giocatori piazzati davanti a un video gigante per spiare la loro reazione mentre scorrono le immagini della partita: Gary Lineker, John Barnes, Jorge Burruchaga, Jorge Valdano, Oscar Ruggeri, Peter Shilton, Ricardo Giusti, Giulio Olorarioechea.

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L’estetica del documentario

Il documentario inizia con i giocatori ripresi come se fossero i protagonisti di un grande show sportivo odierno: scolpiti in bianco e nero come gladiatori. Furono loro, infatti, a subire il culmine di oltre due secoli di tensioni e conflitti tra i due Paesi. Allora il calcio era pervasivo nella vita della gente, i giocatori erano superuomini, Maradona un dio: i telecronisti lo chiamavano Diegoool, non gli si riusciva a staccare il pallone dal piede. Ma anche gli altri protagonisti non erano meno singolari: l’allenatore dell’Argentina Carlos Bilardo affrontava la squadra con schemi matematici difficilissimi, ma era anche schiavo delle superstizioni che imponeva a tutti. Dall’altra parte, c’era Gary Lineker, capocannoniere della Coppa del Mondo, e Peter Shilton, il giocatore che ha disputato più partite. Tutti sono stati filmati separatamente, in un luogo neutro, per poi ritrovarsi nella stessa stanza parlando ciascuno la propria lingua, ma intendendosi, soprattutto nell’ammirazione verso Maradona.

La mano de Dios

Il documentario ricostruisce in maniera certosina il gol più controverso nella storia del calcio, segnato da Maradona pochi minuti prima di fare la rete “più bella” della storia del calcio. La ricostruzione avviene con immagini, moviole, fotografie, commenti dei compagni di squadra e anche con la spiegazione di come è nata quella frase memorabile, “Mano de Dios” attribuita a un cronista e affibbiata a Maradona che avrebbe soltanto annuito al cronista. Ma tutti ricordano quel doppio prodigio con un sorriso sul volto.

All’intervallo, una colomba bianca entra nello stadio e si posa su una porta. Da questa immagine ha tratto ispirazione Andrés Burgo, l’autore del libro su cui è basato il documentario, e i registi sono corsi a recuperarla come buon auspicio anche per i nostri tempi.

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