La mossa aggressiva di Putin. Nomina il cyber ambasciatore in Egitto
Mosca invia al Cairo Artur Lyukmanov, che è stato direttore del Dipartimento per la Sicurezza Internazionale dell’Informazione. Non è uno specialista di diplomazia dell’area, ma un esperto di securitizzazione in ambiti spesso affini ai servizi di intelligence. L’obiettivo può essere creare una coalizione cibernetica russo-araba in chiave anti occidentale. Senza dimenticare l’uso delle tattiche di guerra ibrida già attive nel Magreb e nel Sahel
3' di lettura
I punti chiave
3' di lettura
A Ferragosto, quando gli italiani erano impegnati con le ferie e l’Europa a discutere di migrazione e di guerra a Hormuz, Vladimir Putin ha ufficializzato il nome del proprio ambasciatore in Egitto, uno dei Paesi principali nella strategia di posizionamento a cavallo tra Medioriente e Magreb. La Russia ha relazioni nucleari, industriali, agricole e da poco ha avuto accesso a due free zone che si affacciano rispettivamente sull’ingresso e sull’uscita del canale di Suez. Il prescelto è Artur Lyukmanov e mandarlo al Cairo come ambasciatore non è una regolare rotazione. In una delle capitali chiave del mondo arabo il regime di Putin invia non uno specialista della regione, ma un uomo con una formazione del tutto diversa. Dal 10 marzo 2023 Lyukmanov ha ricoperto il ruolo di direttore del Dipartimento per la Sicurezza Internazionale dell’Informazione. Per capirsi, un ambito tradizionalmente appannaggio di funzionari legati direttamente o indirettamente al Servizio di intelligence esterna (SVR) o al Servizio federale di sicurezza (FSB). È chiaro che in ballo c’è la securitizzazione della politica estera russa in Medio Oriente, a scapito della diplomazia classica. Il punto non è che Lyukmanov, pur avendo una esperienza di lavoro in Paesi orientali, non possieda la solida preparazione arabistica che molti altri ambasciatori russi in Medio Oriente hanno alle spalle. Il punto è quale preparazione abbia.
Chiedilo al Sole
Il cambio di paradigma nella diplomazia russa
Dalle dimissioni improvvise, un anno fa, di Mikhail Bogdanov, l’ex vice ministro responsabile per i Paesi arabi e africani, il settore mediorientale del Ministero degli Esteri russo è stato sottoposto a una pesante ristrutturazione e il processo sembra essere affidato a uomini degli apparati di sicurezza. Per questo, nelle sedi chiave del mondo arabo, i diplomatici di professione vengono sempre più spesso sostituiti supervisori dei servizi speciali più che inviati politici.
La biografia di Lyukmanov
La biografia di Lyukmanov va letta con attenzione. Classe 1977, si laurea al MGIMO: il Moscow State Institute of International Relations. Nel 2000 entra al Ministero degli Esteri. A un certo punto passa al Dipartimento per le Nuove Sfide e Minacce. Dietro questa formulazione si nascondono temi come terrorismo, narcotraffico, tratta di esseri umani, criminalità organizzata e tutti quegli ambiti criminali in cui certa diplomazia si intreccia con il lavoro dell’SVR e dell’FSB. Ed è proprio da quell’incarico che, all’inizio del 2023, Lyukmanov fa un ulteriore passo, approdando al Dipartimento per la Sicurezza internazionale dell’informazione. Un dominio storicamente legato ai servizi. Secondo i dati disponibili, nel 2017 Lyukmanov figurava come primo segretario nel settore delle nuove sfide e minacce, una posizione non particolarmente elevata. Eppure nel 2023, appena dopo la direzione de Dipartimento, fa un secondo scatto. Nel luglio dello stesso anno diventa Rappresentante speciale del presidente per la cooperazione internazionale in questo ambito.
Rare apparizioni pubbliche, ma spesso le sue dichiarazioni - sulla necessità di uno scontro digitale con i Paesi ostili, sull’Ucraina come terreno di prova per le tecnologie cyber occidentali rivolte contro la Russia - per lessico assomigliano poco a quelle di un diplomatico. Non ci sono dunque evidenze dirette che la sua principale missione sia quella di costruire offensive cyber o direttamente missioni di intelligence, ma è molto elevata la possibilità che sia in Egitto per costruire asset strategici e una sorta di coalizione cyber che abbracci Egitto e Medioriente.
La strategia sottostante
Il primo livello di impatto potrebbe, infatti, essere nel convincere i Paesi dell’area ad allinearsi alla Russia in sede Onu sul tema della convenzione contro il cybercrime. E di conseguenza il perimetro dentro il quale si può valutare ciò che è lecito e ciò che non lo è nell’approcciare le infrastrutture sensibili. Senza contare che le abilità di Lyukmanov potrebbero anche portare a una coalizione che garantisca ai Brics supporto per la gestione dei dati in ambito cyber governativo. D’altro canto, è ormai nota l’articolata quanto diretta strategia di Psyops, guerra cognitiva, utilizzata dai russi nel Magreb e nel Sahel per contrastare gli avversari occidentali costruendo fake news, sistema di account social in grado di intervenire nei momenti di tensione tra milizie, fazioni e in prossimità delle elezioni. Obiettivi dello storytelling sono state le truppe francesi e pure la presenza italiana tramite il Piano Mattei, spesso descritta dagli influencer locali pro Russia come una nuova forma di colonialismo. Insomma, che dietro la nomina del nuovo ambasciatore ci sia la volontà di costruire una cyber coalizione russo-araba o, peggio, qualcosa di borderline, si tratta di un tema assolutamente da non sottovalutare. Si tratta di una mossa preventiva contro la Cina, che vede l’arena cyber araba come un terreno da arare. Ma è anche di una mossa chiaramente ostile al blocco europeo e occidentale.

