Nuove strategie

La Nato ad Ankara fa i conti con il modello anni Novanta

Gli investimenti globali in Difesa superano i 2.400 miliardi. L’Europa nel 2025 ha speso oltre 700 miliardi. Ma non basta alzare la quota rispetto al Pil. Vanno riformati i modelli, le tipologie di armamento e il rapporto con i fondi privati.

Immagine scattata ad Ankara durante il meeting Nato APN

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Mentre ad Ankara partono i lavori di uno dei più importanti meeting della Nato, si apre un tema fondamentale per la qualità del riarmo. Secondo i dati Sipri, Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, il 2025 si è chiuso con una spesa complessiva da parte dei governi intorno ai 2.400 miliardi di euro. Gli Stati Uniti si assestano sui mille miliardi, l’Europa nel suo complesso intorno ai 700. Mentre come singoli Paesi il secondo posto è occupato dalla Cina e il terzo dalla Russia. Germania segue di un gradino, appena sopra all’India. Ovviamente la guerra in Ucraina, a Gaza e in Sudan hanno contribuito al tema. Sia per la necessità di compensare gli stock, sia per la necessità di rincorrere i nuovi modelli operativi. Rispetto al 2016 la spesa globale in armi è aumentata di circa 500 miliardi. Se prendiamo i valori relativi al Pil, vediamo invece che Mosca destina il 7,5%, l’Arabia Saudita il 6,5 e l’Algeria l’8,8. L’Ucraina è un dato a parte. Lo scorso anno ha speso il 39% del Pil in sistemi di Difesa. Le percentuali scendono nei Paesi occidentali. Gli Usa si piazzano intorno al 3, la Francia al 2, la Germania al 2,27, la Gran Bretagna poco sotto, Il Canada intorno all’1,6 e l’Italia 1,89%.

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La spesa

Al di là delle dichiarazioni pubbliche e delle uscite di Donald Trump, i riflettori di Ankara sono dunque puntati su tali percentuali all’interno di un discorso ampio e dibattuto che è la richiesta americana di ampliare la spesa da parte degli altri partner Nato. Da un lato politico, la discussione ampia tocca il futuro stesso dell’Alleanza se il pilastro americano si muove su altri fronti. Dove la Nato non esiste. Il caso èl’Indo-Pacifico. Ma soprattutto la domanda è: che cosa può diventare la Nato se per il principale azionista la Russia non è un nemico. Non è un avversario, ma un partner con cui dialogare in area sensibili come il Medioriente. All’interno di questi piani inclinati si inserisce l’aspetto tecnico e allo stesso tempo strategico. Che significa ampliare il budget della Difesa senza cambiare i modelli bellici? L’Italia spende oggi meno del 2% del Pil. Un quarto della spesa è destinata a stipendi e pensioni. Soltanto il 15% è destinato effettivamente alla ricerca e sviluppo. La Francia è ancora oggi una potenza nucleare, ma, se è vero quanto sostengono i vertici di Palantir, cioè che questo è il secolo del software e non dell’atomo, come potrà Parigi trasformare la propria deterrenza? Non a caso, con l’avvio del meeting, il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Mark Rutte, presentando la nuova Nato Drone Edge Initiative, ha annunciato che nei prossimi cinque anni saranno investiti 40 miliardi per rafforzare le capacità antidroni degli alleati e sarà quintiplicato entro la fine del 2027 il numero degli operatori specializzati nelle forze armate. «Da quanto vediamo in Ucraina, in Medio Oriente e in tutta l’Alleanza, gli stessi Paesi alleati hanno subito ripetute incursioni di droni», ha affermato Rutte. Per questo motivo, ha spiegato, la Nato sta ampliando rapidamente la propria capacità di dispiegare e utilizzare droni su vasta scala e, allo stesso tempo, sta costruendo «solide difese antidroni per rilevare, identificare e neutralizzare» le minacce.

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Modello antiquato

Quanto emerge dagli incontri di Ankara è che, sebbene l’Ue abbia investito più di 700 miliardi lo scorso anno in sistemi di difesa e di attacco, la sua partecipazione alla Nato ricopre schemi ancora troppo legati agli anni Novanta. I 40 miliardi annunciati da Rutte non sono certamente sufficienti, se non si interviene sugli schemi e sui modelli attuativi. I nuovi sistemi basati sui droni e sui missili di lunghissimo raggio rendono il Vecchio Continente indifeso. E i modelli di riarmo soprattutto quelli nazionali immaginati dalla Commissione Ue, hanno tempi anacronistici. Scollegati rispetto ai nuovi schemi di guerra.

La Ced

Non basta dunque alzare il budget rispetto al Pil. Ma serve ridefinire la partecipazione stessa al riarmo. Il modello immaginato nel 1952, che va sotto il nome di Comunità europea della Difesa, oggi sarebbe quanto più attuale. Consoliderebbe il mercato interno e al tempo stesso permetterebbe una nuova forma di partnership con la Nato. Consentirebbe all’Ue di replicare schemi di sviluppo ucraino e al tempo stesso di avviare partnership con i Paesi del Medioriente e dell’Indo-Pacifico con una autonomia innovativa. Rispetto a Cina e Usa, l’Europa resterebbe probabilmente un passo indietro, ma potrebbe sperimentare una nuova maturità. Serve ragionare su un coinvolgimento dei fondi privati. In modo da accelerare le rese e i tempi di messa sul mercato, il cosiddetto go to market.

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