Tendenze

La nuova grammatica dei brand comunica a colpi di emoji

Le icone guidano engagement e connessione emotiva, ma per le marche usarle nel modo giusto è complesso: gli stessi simboli possono avere interpretazioni differenti, con il rischio di scivoloni

di Giampaolo Colletti e Fabio Grattagliano

Apple ha lanciato otto nuovi codici visivi, già disponibili sugli smartphone con l’aggiornamento iOS 18.4 di fine marzo 2026. Dalla danza all’ansia digitale: gli emoji ampliano l’espressività quotidiana tra simboli e metafore visive declinando caos, emozioni e immaginario collettivo

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Una ballerina di danza classica, un volto distorto, un’orca, un trombone, uno scrigno del tesoro e molto altro. Non sono tarocchi da consultare, ma alcune immagini alla base dei nuovi emoji disponibili nell’aggiornamento di Apple dello scorso marzo. Icone persino controverse, ha titolato il New York Post. Proprio il volto distorto ha richiamato la pubblicità del colosso di Cupertino sull’i-Pad che raffigurava strumenti musicali, oggetti, libri che venivano schiacciati. Dovremo abituarci a una narrazione sempre più visiva con l’esplosione dell’emoji-telling, ossia la narrazione per emoji che permette ai brand di entrare nelle conversazioni informali quotidiane. Perché quello che una volta era destinato a un linguaggio di nicchia è diventato mainstream.

Oggi il 92% degli utenti usa emoji e il 71% della generazione Z è più propensa ad acquistare da brand che li adottano. Lo certifica una recente ricerca della Farfield University. Ma siamo di fronte a un linguaggio universale o a un fragile codice negoziato che espone il capitale reputazionale delle aziende? Massima diffusione e minima stabilità: infatti la stessa ricerca evidenzia come l’81% degli utenti ammetta di aver frainteso almeno una volta il significato di un emoji.

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«Sono una forma di scrittura visiva, certamente non nuova perché ci accompagnano da tanti anni. Si tratta di immagini grafiche a colori, tecnicamente pittogrammi che rappresentano volti con varie espressioni facciali, ma anche oggetti, luoghi, cibi, persone e concetti. Nascono in Giappone negli anni ’90 e sono stati integrati nei sistemi operativi di tutto il mondo, soprattutto da quando Apple nel 2011 li ha incluse nella tastiera dell’iPhone. Oggi costituiscono uno standard espressivo che funziona secondo una varietà di modalità semiotiche. Possono essere usate come metafore, sineddochi e metonimie visive per una vasta gamma di scopi comunicativi e relazionali. Aggiungono tono emotivo, creano vicinanza, richiamano l’attenzione e contribuiscono a costruire complicità, condivisione e cooperazione», afferma Giovanna Cosenza, semiologa e professoressa ordinaria di filosofia e teoria dei linguaggi all’Università di Bologna.

Simbolismi quotidiani

Tra i brand i casi si moltiplicano. Chevrolet ha diffuso un comunicato stampa interamente in emoji, McDonald’s ha costruito una campagna outdoor fatta di simboli e senza parole, Ikea ha creato una serie di emoji dedicati alla vita domestica, Taco Bell ha promosso una raccolta firme per lanciare l’emoji taco. Ma c’è di più. Poche settimane fa Microsoft ha rilasciato le nuove funzionalità inserendo reazioni in emoji per le videocall.

«Gli emoji fanno ormai parte del linguaggio quotidiano a tutti i livelli, quindi è naturale che le aziende abbiano iniziato a incorporarle nei progetti di comunicazione, sfruttando l’immediatezza della loro componente visiva. In qualche caso si tratta anche di una strategia per raggiungere un determinato target. Nascono per supplire a una mancanza, per aggirare un limite. Fanno qualcosa che il testo scritto fatica a fare: restituiscono la dimensione paralinguistica del parlato, ossia il tono, la sfumatura emotiva o ironica. Servono anche a modulare l’intensità: ammorbidire una critica, rafforzare un complimento, segnalare che non si è seri. Con il tempo hanno prodotto anche un’estetica e dei codici linguistici specifici che variano spesso in base alla cultura e alla generazione», sostiene Valentina Tanni, docente di meme culture and aesthetics alla John Cabot University di Roma e autrice di «Antimacchine> edito da Einaudi.

In questo ecosistema in cui i codici nascono e mutano le aziende entrano spesso a gamba tesa. «Quando i brand adottano linguaggi nati dal basso, si tratta di appropriazione. Questi usi non contribuiscono a modellare i linguaggi ma si limitano a sfruttarne le potenzialità comunicative nel momento in cui sono particolarmente efficaci», dice Tanni.

Attenti ai codici

Non sono tratti universali ma codici situazionali. Lo stesso simbolo cambia significato a seconda di contesto, relazione, generazione. È qui la partita si complica perché se diventano infrastruttura linguistica, veloce e relazionale, il significato è negoziato. Lo ha scritto l’Economist, evidenziando come il potere non sta più solo nelle parole ma nella capacità di interpretare i segni arrivando a definire una nuova forma di alfabetizzazione. Tutto ciò significa esporsi a fraintendimenti e perdita di credibilità.

«L’utilizzo dei simboli può cambiare anche radicalmente all’interno delle diverse comunità e soprattutto cambia a seconda delle generazioni. Gli utenti più giovani li maneggiano in un modo completamente diverso rispetto ai loro genitori, facendone un uso più ironico e meno letterale. Il rischio per i brand è quello di sbagliare codice, con il risultato di creare confusione negli utenti, ma anche di apparire ridicoli o “cringe” agli occhi di quello che dovrebbe essere il loro target di riferimento», precisa Tanni.

Maneggiare con cautela, si potrebbe dire. «Non bisogna usarne troppi o addirittura abusarne. A seconda dei casi l’effetto può essere di ammiccamento eccessivo, leziosità, infantilismo, piacioneria. Questo vale nelle relazioni interpersonali, nel marketing e nella comunicazione di brand dove bisogna mantenere coerenza con il tono di voce complessivo del brand, oltre che con il contesto culturale e sociale dell’audience di riferimento. Ancora maggiore cautela è necessaria nel marketing politico: qui l’aggiunta di elementi percepiti come leziosi, ammiccanti o piacioni rischia di produrre immediatamente effetti di falsità e ipocrisia, aumentando il livello di diffidenza. E attenzione anche alle controtendenze che sono in agguato. Le generazioni più giovani, anche per un effetto di saturazione complessiva, tendono a rifiutarle in blocco, a giudicarle male o ad evitarne l’uso», conclude Cosenza.

I simboli che potrebbero aiutare a connettersi emotivamente col pubblico, arriverebbero a generare avversione. La formula vincente passa dall’integrazione nella narrativa. Nel tempo segnato dalle mosse tattiche, funzionano ancora le visioni strategiche.

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