La promessa fragile delle istituzioni
8' di lettura
8' di lettura
Un’istituzione può continuare a funzionare anche quando quasi nessuno crede più che funzioni bene. Possiamo aver perso fiducia nel Parlamento e continuare, nonostante tutto, a obbedire alle leggi che approva. Possiamo considerare il sistema fiscale ingiusto e pagare comunque le tasse. Possiamo giudicare assurda la burocrazia pubblica e continuare a compilare scrupolosamente gli infiniti moduli che ci vengono richiesti. In tutti questi casi accade qualcosa di apparentemente contraddittorio. Contestiamo un’istituzione e, nello stesso momento, attraverso il nostro comportamento contribuiamo a mantenerla in vita. È qui, nell’analisi di questa apparente contraddizione, che la teoria delle istituzioni di John Searle mostra uno dei suoi aspetti più interessanti. Nei Mind the Economy delle scorse settimane abbiamo visto come nascono i fatti istituzionali e come gli status che attribuiamo a persone e oggetti producano diritti, obblighi, autorizzazioni e poteri. Ma resta da capire che cosa consenta a un’istituzione, una volta creata, di continuare a esistere. Un’istituzione non ha bisogno che crediamo nella sua bontà. Ha bisogno che continuiamo a riconoscerla. E tra le due cose c’è una differenza enorme.
Chiedilo al Sole
Che cosa fa continuare a esistere una montagna? La domanda non si pone nemmeno. Per un confine, invece, è l’unica domanda che conti veramente. Il palazzo può rimanere in piedi quando il Parlamento che vi si riuniva non esiste più. Le banconote possono restare materialmente intatte quando la moneta che rappresentavano ha cessato di avere valore. Una corona può sopravvivere per secoli alla monarchia che le attribuiva significato. La materia resta anche quando il fatto istituzionale scompare. È il tema che Searle affronta nella sezione dedicata alla “continued maintenance of institutional reality” del suo Making the Social World (Oxford University Press, 2010). Non basta spiegare come costruiamo le istituzioni; occorre anche spiegare perché, giorno dopo giorno, continuiamo a farle esistere. Gli status e i poteri che esse producono funzionano solo finché continuano a essere collettivamente riconosciuti.
Riconoscere non significa approvare
Qui occorre evitare un equivoco. Nelle sue opere precedenti Searle aveva parlato soprattutto di acceptance (accettazione), ma in Making the Social World preferisce utilizzare il termine recognition (riconoscimento), proprio per evitare che il primo possa essere interpretato come indicatore di approvazione. Il riconoscimento è neutro da questo punto di vista e può andare dall’adesione entusiastica alla semplice acquiescenza. Searle lo afferma esplicitamente – “il riconoscimento non implica l’approvazione” – e aggiunge che “l’odio, l’apatia e persino la disperazione” sono perfettamente compatibili con il riconoscimento di un’istituzione che odiamo, verso la quale siamo indifferenti o che disperiamo di poter cambiare. Pensiamo a un cittadino che riceve una multa che considera assurda. Può protestare, insultare il corpo dei vigili urbani, presentare ricorso e dichiarare agli amici che il sistema è ingiusto. Ma se presenta ricorso davanti all’autorità competente, sta già riconoscendo una parte importante dell’istituzione che contesta. Riconosce che esiste un’autorità capace di irrogare una sanzione, una procedura attraverso la quale quella decisione può essere contestata e un organo che possiede il potere di confermarla o annullarla. Anche la protesta più radicale resta spesso dentro la grammatica dell’istituzione che contesta. Lo stesso vale per il cittadino che, pur considerando insensata una procedura amministrativa, compila ugualmente il modulo richiesto; per l’imprenditore che ritiene ingiusta una tassa ma presenta comunque la dichiarazione fiscale; oppure per il partito di opposizione che giudica pessima una legge ma riconosce che, essendo stata approvata secondo le procedure previste, essa produce comunque effetti giuridici. In tutti questi casi l’approvazione manca del tutto. A reggere l’istituzione è il riconoscimento pratico. È precisamente questo che rende le istituzioni molto più resistenti di quanto la loro particolare ontologia lascerebbe immaginare. Dipendono da noi. Il nostro entusiastico sostegno, però, è un lusso di cui possono fare a meno. Bastano comportamenti sostenuti dall’abitudine, dal timore delle conseguenze, dal conformismo o semplicemente dalla convinzione che non esista un’alternativa praticabile.
Ma perché gli esseri umani – si domanda Searle – continuano ad accettare le istituzioni? Una prima risposta è semplice. Molte aumentano enormemente le nostre possibilità. Il denaro, il linguaggio, i contratti o le amministrazioni consentono azioni che senza di esse sarebbero impossibili o enormemente più costose. Ma questa spiegazione non basta. Gli esseri umani continuano a riconoscere anche istituzioni dalle quali non traggono alcun beneficio individuale. Searle cita, per esempio, le strutture di classe, la posizione subordinata attribuita alle donne in molte società e le distribuzioni enormemente diseguali di “denaro, proprietà e potere”. “Un motivo molto stringente per l’accettazione delle istituzioni e dei fatti istituzionali – scrive Searle – è che gli uomini hanno bisogno di conformarsi gli uni agli altri, di essere come le altre persone ed essere accettati da loro come membri di un gruppo, come qualcuno che condivide un’intenzionalità collettiva. Oltre a questi motivi generici che ho citato – interesse personale, aumento di potere, ignoranza, apatia, disperazione e conformismo – non sembra esserci una risposta generale alla domanda: che cosa motiva l’accettazione? Ci sono motivazioni specifiche e diverse per ogni istituzione”.
È qui che la fragilità delle istituzioni rivela il suo primo paradosso. Una realtà che esiste soltanto perché continuiamo a riconoscerla può essere estremamente difficile da cambiare.








