La promessa tradita della politica
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Nel Critone Platone immagina Socrate in carcere, in attesa di essere giustiziato. Gli amici hanno organizzato la fuga. Corrompere le guardie è possibile, lasciare Atene anche. Socrate, tuttavia, rifiuta. Per spiegare la sua decisione fa appello alle leggi della città, le quali gli ricordano che, se non è riuscito a persuadere la patria, deve fare ciò che essa ordina, anche quando questo significa affrontare la guerra, una ferita o la morte. La domanda che attraversa quel dialogo naturalmente continua a interrogarci anche oggi e a farci riflettere su un tema sempre più cruciale per la politica contemporanea e cioè perché un cittadino dovrebbe obbedire alle istituzioni del proprio paese? Non perché la disobbedienza sia rischiosa. Non perché ogni legge sia giusta. Non perché lo Stato disponga della forza necessaria a punirlo. Ma perché quel paese è, in un senso particolare, il suo paese. È questa la prospettiva adottata da Margaret Gilbert nel suo A Theory of Political Obligation (Oxford University Press, 2006). Il punto di partenza è cio che la filosofa definisce il membership problem. “L’appartenenza a una società politica comporta, in quanto tale, l’obbligo di sostenerne le istituzioni? (p. vii) - scrive. La domanda va distinta da altre che le somigliano. Gilbert non si chiede soltanto quando sia moralmente opportuno rispettare una legge, né quando un governo sia abbastanza giusto da meritare obbedienza. Non si chiede neppure perché sia prudente conformarsi alle decisioni di chi dispone della polizia, delle carceri e degli strumenti della coercizione. Il problema è più circoscritto e insieme più radicale e vuole indagare la natura di quel particolare vincolo che deriva dall’essere membri di una determinata società politica.
Chiedilo al Sole
L’obbligo che il contratto non spiega
La risposta più nota a tale questione viene dal contrattualismo. Se una società nasce da un accordo con il quale i suoi membri accettano determinate istituzioni, allora l’obbligo politico sembrerebbe derivare da quell’accordo. Non obbedisco a una volontà estranea, semplicemente rispetto una decisione alla quale ho partecipato. Le leggi possono essere considerate, almeno idealmente, come prescrizioni che ci siamo dati insieme. Questa soluzione possiede una forza evidente. Spiega perché l’obbligo sia particolare. Mi sento vincolato alle istituzioni del mio paese perché ho partecipato all’accordo che le ha costituite. Spiega anche perché l’obbedienza non sia soltanto sottomissione. Chi rispetta una decisione comune è, almeno in parte, autore della norma alla quale si conforma. Gilbert osserva che l’accordo rende i partecipanti “coautori della richiesta di legge” e consente quindi di interpretare la conformità come una istanza almeno parziale di autodeterminazione. Ma il contrattualismo incontra un’obiezione difficilmente superabile. Nella realtà, infatti, quasi nessuno ha stipulato un simile contratto. Non abbiamo scelto il paese nel quale siamo nati, non abbiamo sottoscritto la sua costituzione, non abbiamo approvato personalmente le leggi ereditate dalle generazioni precedenti. La maggior parte dei cittadini non ha mai pronunciato un “sì” rivolto all’intero ordinamento politico.
Neanche il ricorso al consenso tacito risolve la faccenda. Restare in un paese, utilizzare una strada, ricevere un’istruzione pubblica, votare o pagare le imposte possono essere comportamenti compatibili con l’accettazione delle istituzioni, ma non equivalgono necessariamente a un accordo. Un’intesa tacita richiede comunque che esista una proposta riconoscibile e che il silenzio o il comportamento siano compresi come accettazione. Altrimenti il contratto diventa una finzione che attribuisce al cittadino un consenso che non ha mai manifestato. La Gilbert accetta dunque la forza dell’obiezione dell’assenza di accordo, ma non rinuncia all’intuizione contrattualista. Il contratto coglie qualcosa di importante. La società politica non è soltanto un insieme di individui sottoposti al medesimo potere. È una relazione nella quale le persone possono considerare certe istituzioni come “nostre”. L’errore consiste nel ritenere che questa relazione debba necessariamente nascere da un unico atto fondativo. La teoria del contratto, sostiene la Gilbert, è un caso particolare di una teoria più generale. Ogni accordo produce un impegno congiunto, ma gli impegni congiunti possono formarsi anche senza un accordo esplicito, per esempio attraverso il graduale consolidamento di regole e pratiche comuni. Una società politica può essere fondata da un contratto, ma non è necessario che lo sia.
Quando le istituzioni diventano “nostre”
La risposta della Gilbert trasferisce alla politica l’intero apparato del soggetto plurale che abbiamo analizzato nei tre Mind the Economy precedenti. Una società politica esiste quando i suoi membri sono congiuntamente impegnati a sostenere, come un corpo, un certo insieme di istituzioni di governo. L’appartenenza non coincide, dunque, con la semplice residenza. Vivere all’interno di un territorio governato da qualcuno non basta a trasformare quel governante nel “nostro” governo. Neppure il fatto che un ordinamento ci attribuisca formalmente la cittadinanza dimostra, da solo, l’esistenza di un’autentica relazione politica. Una norma può dichiararmi membro, così come può imputarmi obblighi, senza che ciò fondi ancora il vincolo che pretende di descrivere.








