Stati Uniti

La retromarcia di Trump: l’Ice lascia Minneapolis

Lo zar dell’immigrazione Homan annuncia la chiusura dell’operazione speciale. Il sondaggio: sei americani su dieci accusano il governodi eccessi sui migranti

Manifestazioni a San Francisco contro le violenze dell’Ice nelle città americane

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L’amministrazione Trump dichiara la fine della “surge” a Minneapolis e in Minnesota, della drammatica offensiva anti-immigrati che al suo apice ha mobilitato oltre tremila agenti federali armati fino ai denti tra accuse di violenze, abusi e dell’uccisione immotivata di due cittadini americani.

«L’operazione Metro Surge sta terminando» ha dichiarato lo zar delle frontiere Tom Homan, inviato di Donald Trump a Minneapolis per cercare di far rientrare la crisi. «Nella prossima settimana dispiegheremo gli agenti qui assegnati nuovamente nelle loro sedi di appartenenza e in altre aree del paese dove siano richiesti».

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Homan, nonostante le polemiche, ha celebrato l’operazione come un successo: ha rivendicato 4.000 arresti nello stato e affermato che «grazie ai nostri sforzi il Minnesota ora è meno un santuario di criminali». Ha anche vantato maggior cooperazione delle autorità locali, il governatore Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey, entrambi democratici.

La risposta, secca, non è tardata. Walz ha condannato l’offensiva dell’amministrazione, durate due mesi, come un’azione di guerra: «Un assalto ingiustificato e molto spesso incostituzionale al nostro stato. Che ci lascia con gravi ferite, traumi che dureranno generazioni. Con macerie economiche e molti interrogativi senza risposta». Ha incalzato chiedendo risarcimenti dei danni: «Il governo federale deve pagare per quello che ha distrutto». E ha negato cambiamenti nelle politiche dello stato: «Il Minnesota gestisce l’immigrazione esattamente come ha sempre fatto».

Trump ha trasformato l’operazione a Minneapolis in una vetrina della sua campagna contro immigrati e irregolari, una vetrina che però alla fine si è trasformata in boomerang: ha rivelato, hanno accusato i critici, soprattutto violenze, violazioni di diritti e spesso incompetenza delle forze mobilitate. Il Minnesota è parso fin da subito un obiettivo anzitutto politico: è uno stato con pochi immigrati e pochissimi clandestini. La strategia sul campo è ben presto degenerata: gran parte di fermati o arrestati non erano accusati di reati; sono stati incarcerati bambini nelle retate nei pressi di scuole; pacifici dimostranti sono stati attaccati; residenti sono stati aggrediti nelle loro case e nelle loro auto, trascinati a forza in strada con finestrini spaccati dal calcio dei fucili.

La svolta è arrivata con l’uccisione di Renee Good e Alex Pretti, entrambi di 37 anni, una madre con tre figli e un infermiere, cittadini statunitensi colpevoli d’essere contrari alla “surge”. Gli agenti sono stati filmati mentre li denigravano dopo averli ammazzati, l’amministrazione ha negato le inchieste e ha a lungo definito le vittime «terroristi domestici». Trump, tra lo shock nell’opinione pubblica, ha tuttavia iniziato a correre ai ripari: ha richiamato il responsabile dell’operazione sul campo, il comandante speciale delle guardie di frontiera Greg Bovino, sostituendolo con Homan, che ha avviato un iniziale disimpegno con il ritiro di 700 agenti. Contemporaneamente, inoltre, truppe della guardia nazionale in diversi centri urbani del Paese sono silenziosamente rientrate in caserma.

Troppo poco e tardi per neutralizzare la debacle. La preoccupazione dell’opinione pubblica su scala nazionale è stata misurata non solo dalla mobilitazione dell’opposizione democratica ma da un rigetto delle politiche di Trump tra gli elettori indipendenti e da qualche calo di consenso negli stessi ranghi repubblicani. Un sondaggio AP-Norc mostra che sei americani su dieci (7 su 10 tra gli indipendenti) accusano oggi l’amministrazione di eccessi nell’uso delle guardie di frontiera e dell’Ice, l’Immigration and customs enforcement divenuta l’agenzia di sicurezza con il maggior budget. È una brusca inversione di tendenza sul più popolare cavallo di battaglia di Trump.

La controversia ha lambito anche le Olimpiadi invernali in Italia: la presenza nella delegazione Usa di agenti Ice ha suscitato proteste. Il vicepresidente JD Vance è stato fischiato all’apertura dei giochi e atleti statunitensi hanno espresso disagio nel rappresentare ora l’America: su tutti lo sciatore Hunter Hess, subito definito «un perdente» da Trump.

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