La scena del pensiero. William Kentridge a Villa Rufolo
Il suo teatro, in mostra fino al 5 settembre, è un dispositivo in cui immagini, parole, musica e memoria vengono montate, cancellate e ricomposte
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Il teatro di William Kentridge non coincide con il palcoscenico. È, piuttosto, una forma del pensiero. Un dispositivo attraverso il quale immagini, parole, musica e memoria vengono continuamente montate, cancellate e ricomposte.
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Il festival e la mostra
La mostra ospitata a Villa Rufolo nell’ambito della 74ª edizione del Ravello Festival nata dalla collaborazione con la Galleria Lia Rumma, non racconta semplicemente il rapporto dell’artista sudafricano con l’opera lirica o con la scena: mette in evidenza come l’intera sua ricerca possa essere letta come un grande teatro della memoria, dove ogni segno è il risultato provvisorio di un processo e mai un punto di arrivo.
Il focus
Il disegno, nucleo originario della pratica di Kentridge, non è uno strumento di rappresentazione, ma un luogo in cui esercitare il senso critico. Le cancellature che caratterizzano i suoi celebri carboncini non eliminano mai completamente ciò che è stato tracciato; lasciano sopravvivere le immagini precedenti come fantasmi visibili. In questa persistenza del segno si riconosce una sorprendente vicinanza con la teoria del Nachleben di Aby Warburg, secondo cui le immagini non appartengono mai esclusivamente al tempo che le ha generate, ma continuano a riemergere attraversando epoche diverse. Ogni opera di Kentridge è abitata da queste sopravvivenze: figure che ritornano, memorie che si sedimentano, gesti che resistono alla cancellazione. Il suo teatro è dunque un atlante vivente di visioni più che una successione di scene e ha il compito di custodire in maniera viva il dubbio. L’ambiguità diventa il vero motore della sua poetica.
Le opere
All’interno della mostra, Preparing the Flute (2005) costituisce uno dei momenti più significativi di questa riflessione. La proiezione su un teatrino in miniatura, derivata dalla celebre messinscena del Flauto magico di Mozart, non rappresenta soltanto un raffinato dispositivo scenografico, ma una vera macchina epistemologica. Come nel Teatro della Memoria immaginato nel Cinquecento da Giulio Camillo, la scena diventa uno spazio destinato non tanto alla rappresentazione quanto all’organizzazione del sapere. Il piccolo teatro concentra questioni storiche, politiche e culturali che riguardano l’eredità dell’Illuminismo, il colonialismo, la costruzione dello sguardo occidentale e le ambiguità della conoscenza. L’opera non illustra Mozart: ne interroga criticamente le implicazioni.
Anche Theatre Drawing I (La Fenice Theatre) mostra come l’architettura teatrale diventi per Kentridge un luogo della memoria piuttosto che uno spazio della rappresentazione. La scena appare attraversata da cancellature, ripensamenti e stratificazioni che trasformano il disegno in un organismo vivente. La memoria non è archivio, ma superficie continuamente riscritta.






