Arte

La “seconda vita” di Tracey Emin alla Tate Modern

La mostra, visitabile fino al 31 agosto e curata dalla direttrice della Tate, Maria Balshaw, è di fatto una retrospettiva della poetica dell’artista negli ultimi 40 anni

di Nicol Degli Innocenti

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La più grande mostra mai dedicata a Tracey Emin è anche la più intensamente personale, viscerale e intima, una finestra spalancata sulla vita e sull’anima di una donna che più di ogni altra ha sublimato traumi, passioni e dolori trasformandoli in arte. Tate Modern riunisce oltre cento opere che segnano ogni tappa del suo percorso artistico e mostrano la sua vasta gamma: da quadri a bronzi, da neon a ricami e trapunte, da disegni a scritti, da video e foto a installazioni.

“Alla Tate le due vite di Tracey Emin”

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La mostra, curata e fortissimamente voluta dalla direttrice della Tate, Maria Balshaw, è di fatto una retrospettiva dell’iter artistico della Emin negli ultimi 40 anni, anche se l’artista ha dichiarato che “le retrospettive sono per i morti”. Per questo la Emin ha voluto che, anche se la mostra segue un percorso cronologico, in ogni sala ci sia un suo quadro recente, che colleghi così passato e presente e ricordi che lei, pur reduce da una gravissima malattia, continua a dipingere.

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“Una seconda vita”

Sempre per celebrare il superamento del tumore della vescica che nel 2020 l’aveva portata a un passo dalla morte, la Emin ha voluto titolare la mostra “una seconda vita”. L’artista ha spiegato che vuole essere “un momento in cui mi guardo indietro ma posso anche andare avanti, la celebrazione di una seconda vita, che è una possibilità negata a molti.”

Il punto di partenza è un collage di minuscole polaroid dei primi disegni e quadri degli anni Ottanta fotografati e poi distrutti in un momento di crisi, e lettere e disegni che raccontano gli insulti razzisti rivolti alla Emin - figlia di un turco cipriota - durante la sua adolescenza a Margate, piccola cittadina sulla Manica. E poi un tuffo senza compromessi e senza finto pudore nell’esperienza vissuta: la violenza sessuale subìta da ragazzina, e raccontata in un video nel quale balla, e in trapunte patchwork, una forma di arte tradizionale che la Emin ha voluto riscoprire e reinventare, mentre una scritta in neon dichiara “I could have loved my innocence”, “Avrei potuto amare la mia innocenza”. E poi un lungo video, disegni, quadri e installazioni per ricordare un aborto traumatico aggravato dalla crudeltà incurante di medici e infermiere.

Al centro della mostra due installazioni che sono state pietre miliari nel percorso artistico della Emin: “Exorcism of the last painting I ever made”, del 1996, che descrive un periodo di tre settimane durante le quali si era chiusa in una galleria - ricreata alla Tate - per tornare a dipingere chiudendo sei anni di doloroso auto-imposto ‘esilio’ dai pennelli dopo l’esperienza dell’aborto. E poi il celeberrimo “My bed” del 1998, l’opera controversa che l’ha catapultata alla fama, il suo letto sfatto circondato da oggetti che raccontano la sua ripresa dopo un esaurimento nervoso.

Da qui si passa alla “seconda vita”: con caratteristica, brutale onestà la Emin documenta la sua devastante operazione e il lento recupero in una serie di foto, ma soprattutto proclama ad alta voce e a caratteri cubitali la nuova fase del suo percorso artistico, con monumentali statue di bronzo e vaste tele dipinte a olio. La malattia non ha vinto, ha vinto la vita.

Il messaggio-chiave della mostra è che la vita c’è e continua, prima e dopo la violenza carnale, prima e dopo l’aborto, prima e dopo il tumore. L’ultima sala è un carosello di momenti salienti della sua vita, quadri recenti dipinti con tale energia e intensità che a volte squarcia la tela. Al centro c’è la sua maschera mortuaria in bronzo, memento mori, ma l’atmosfera è gioiosa, un’affermazione della vita e della vitalità e dell’arte e della creatività che insieme possono trascendere traumi e dolori.

Tracey Emin: A Second Life. Fino al 31 agosto 2026, Tate Modern, Londra

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