La Serbia, signora del grano, cavalca la sovranità alimentare
Hormuz sempre in tensione e il mar Nero bloccato dai tempi dell’invasione russa offrono una leva commerciale e geo economica per Belgrado, che consolida il proprio export di cereali e che è leader nel settore dei frutti congelati. Lamponi in primis.
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Le Primavere arabe sono un lontano ricordo, ma hanno segnato la storia del Magreb e hanno insegnato quanto la sovranità alimentare sia importante. Soprattutto in tema di grano. Ma i ricorsi storici riportano questa materia prima al centro della geopolitica. Hormuz sempre in tensione e il mar Nero bloccato dai tempi dell’invasione russa offrono una leva commerciale e geo economica per i Balcani e per il Paese che ne rappresenta il punto centrale.
Chiedilo al Sole
Motore economico e agricolo della regione, la Serbia è, infatti, il solo Paese dell’area pienamente autosufficiente nella produzione di cereali. E uno dei pochi del Vecchio Continente, dove sul tema spiccano Francia, Germania, Polonia, Lituania, Romania, Bulgaria, e Ungheria. Con una vocazione agraria di lunga data — il comparto agroalimentare pesa per il 10% del Pil e per circa il 15% delle esportazioni totali di beni — Belgrado deve fare i conti con una criticità strutturale: il forte squilibrio tra una produzione agricola prolifica e una capacità di trasformazione ancora limitata. Ciò nonostante, così come per oli vegetali, latticini e gran parte di frutta e verdura, la Serbia resta autosufficiente nella produzione della maggior parte dei cereali — grano e mais su tutti —, alimenti cardine della dieta e dell’industria alimentare nazionale, e dunque veri e propri pilastri della sicurezza alimentare del Paese. Circa il 60% della superficie agricola è dedicato a colture cerealicole, non solo mais e grano ma anche orzo, girasole, soia e barbabietola da zucchero. Secondo i dati più recenti, relativi al periodo gennaio-maggio 2026, le esportazioni di cereali e derivati hanno raggiunto 331,7 milioni di euro, a fronte di importazioni per 148,7 milioni: un surplus commerciale di 183 milioni di euro. Nell’annata 2025/26 la sola produzione di grano ha toccato un record di 3,7 milioni di tonnellate, il 28% in più rispetto all’anno precedente, con proiezioni che ne confermano il trend anche per la prossima stagione. Il mais, invece, ha risentito di condizioni meteorologiche avverse, fermandosi a 3,5 milioni di tonnellate — il dato più basso in un decennio — ma comunque sufficiente a coprire il fabbisogno interno senza ricorrere in modo significativo alle importazioni.
La tradizione
Non è una sorpresa. Già in epoca romana i campi della Pannonia venivano coltivati intensamente per sfamare la popolazione, e da allora le grandi pianure coltivabili del Paese — in primis la Vojvodina — insieme a una radicata cultura dell’agricoltura commerciale su vasta scala hanno plasmato un’economia a forte vocazione agronomica. Pur vantando una solida presenza internazionale anche in altri comparti, come mele, patate e soprattutto frutti di bosco, è il mercato dei cereali ad aver garantito i ritorni più stabili nel tempo. Nel 2024 la Serbia si è piazzata al 27° posto tra gli esportatori mondiali di cereali, su un totale di 194 Paesi. A dominare il settore è MK Group, che attraverso controllate come Agroglobe e MK Commerce presidia l’intera filiera, dalla coltivazione alla lavorazione del grano, arrivando a coprire quasi un quarto delle esportazioni cerealicole nazionali. Lo scorso marzo l’amministratore delegato del gruppo, Mihailo Jankovic, ha annunciato investimenti compresi tra 1 e 2 miliardi di euro entro il 2030, di cui 200 milioni destinati proprio al comparto agricolo.
Il rapporto con l’Ue
Il primato regionale serbo come esportatore netto poggia in larga parte sugli scambi con l’Unione europea e con gli altri Paesi CEFTA, in particolare Montenegro e Bosnia ed Erzegovina: le esportazioni cerealicole verso la sola Ue valgono 222 milioni di euro, cifra che sale a 430 milioni includendo derivati e prodotti di macinazione. La Romania, prima destinazione nel 2024, ha importato cereali per poco più di 119 milioni di euro. Se sul fronte di altri beni alimentari — dai prodotti animali al caffè, fino al vino — la Serbia resta un importatore netto, sui cereali il contrasto con i vicini balcanici è netto: l’Albania, ad esempio, importa circa il 60% del proprio fabbisogno di grano, una dipendenza aggravata dalle disruption nelle filiere di approvvigionamento seguite al conflitto russo-ucraino. Oltre a Ue e CEFTA, che restano il grosso delle entrate agricole serbe, la strategia geopolitica di multi allineamento di Belgrado ha aperto la strada a mercati in rapida crescita come Arabia Saudita e Corea del Sud, quest’ultima con importazioni per circa 117 milioni di euro.
I frutti di bosco
Al di là dei cereali, la Serbia è da tempo leader mondiale nella produzione ed esportazione di frutti di bosco, spesso al primo posto globale per lamponi e more surgelati. Una serie di annate climaticamente avverse nel 2025 — gelate di aprile, nevicate di maggio, ondate di calore a giugno — unita alla crescente concorrenza di produttori regionali come l’Ucraina, ha fatto perdere a Belgrado la prima posizione, ma i dati storici confermano il Paese tra i principali player globali: secondo la Banca Mondiale, nel 2023 la Serbia era il primo esportatore mondiale di diversi tipi di frutti di bosco surgelati, lamponi in testa. Con circa 20mila persone che vivono di questo settore, la sfida ora è climatica: servono investimenti infrastrutturali, a partire dall’irrigazione, per difendere un vantaggio competitivo sempre più minacciato.

