Gli effetti di Hormuz

La sfida di Roma in Libano. Non solo Unifil

Entro la fine dell’anno si deciderà il ruolo delle forze di interposizione a sud del fiume Litani. Per l’Italia un momento delicato per mantenere posizione geopolitica, con impatti anche nel Sahel

Un convoglio Unifil EPA

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Il 9 luglio Donald Trump ha dichiarato conclusa la tregua con l’Iran, meno di un mese dopo averla firmata. La miccia sono stati gli attacchi iraniani a naviglio commerciale nello Stretto di Hormuz, seguiti da nuovi raid americani su obiettivi interni al Paese e da rappresaglie contro basi statunitensi in Kuwait e Bahrein. La cronaca racconta uno scontro sul controllo di una rotta petrolifera. Il testo dell’intesa raggiunta il 15 giugno lega però quella rotta a un fronte che apparentemente non c’entra nulla: il sud del Libano. Ed è proprio in quel fronte che l’Italia tiene il comando del settore occidentale della missione Onu più longeva del Mediterraneo. Il memorandum firmato da Washington e Teheran impegnava le parti a porre fine “immediata e permanente” alle operazioni militari su tutti i fronti, “incluso il Libano”. Una clausola inserita su insistenza iraniana, dopo mesi in cui l’amministrazione americana aveva tentato di tenere separati i due dossier: da un lato il negoziato sul nucleare e sullo Stretto, dall’altro la guerra tra Israele ed Hezbollah, formalmente sotto tregua dal 16 aprile ma di fatto mai interrotta. Quella separazione non ha retto per motivi militari.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Escalation controllata

Tra il 16 aprile e il 14 giugno Hezbollah ha condotto una campagna di 1.155 attacchi, calibrata con precisione sugli sviluppi negoziali. Il picco del 16 aprile, giorno della tregua iniziale, ha coinciso con settantuno attacchi in un solo giorno, seguiti da un silenzio totale fino al 20. Quando Israele ha varcato il fiume Litani a inizio maggio - confine operativo mai attraversato dal 2006 - gli attacchi sono risaliti del cinquanta per cento, con i droni a guida ottica, immuni ai sistemi di disturbo elettronico israeliani, a colpire mezzi da costruzione e postazioni di comando. Il primo giugno, mentre l’inviato di Hezbollah a Teheran incontrava un consigliere della Guida suprema, gli attacchi sono risaliti a trentasei. Il giorno dopo l’intervento diretto di Trump, sono crollati a diciassette. Secondo fonti citate da Reuters e New York Times, un centinaio di ufficiali delle Guardie rivoluzionarie sarebbe rientrato in Libano dopo la tregua di novembre 2024 anche per scandire il ritmo delle operazioni.

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Hezbollah

Il 26 giugno Israele e Libano hanno firmato a Washington un’intesa separata che condiziona il ritiro israeliano al disarmo di Hezbollah, senza calendario vincolante e con un allegato di sicurezza mai reso pubblico. Il segretario generale Naim Qassem l’ha bollata come “una umiliazione”, mentre un funzionario militare libanese ammetteva a fine giugno di non avere “alcun calendario” per l’attuazione. Il 9 luglio Washington ha parlato di una “fase di implementazione” avviata, con la prima zona pilota in arrivo “nel giro di pochi giorni” - una formula che indica movimento senza indicarne la scadenza.

Unifil

Unifil schiera circa 7.500 caschi blu da quasi cinquanta Paesi lungo la Blue Line, e l’Italia vi contribuisce con un contingente di circa 1.200 uomini, comanda il settore ovest da Shama e, dal giugno 2025, esprime anche il comandante della forza, il generale Diodato Abagnara. Con il mandato di Unifil in scadenza a fine anno, il Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha già presentato al Consiglio di Sicurezza tre ipotesi per il dopo, comprese tra circa duemila e oltre 5.500 caschi blu. Roma e Parigi, al vertice di Antibes, hanno proposto di guidare una coalizione internazionale che accompagni la transizione, rafforzando le Forze armate libanesi senza sostituirle e senza apparire schierata a fianco di Israele. È un equilibrio stretto: una presenza troppo esigua lascerebbe un vuoto lungo il confine più instabile del Mediterraneo orientale; una troppo robusta rischierebbe di essere letta come parte del conflitto. Ogni nuova escalation innescata dal collasso della tregua con l’Iran si scarica quindi direttamente sui militari italiani schierati a Shama, non solo sugli equilibri diplomatici di Washington.

L’energia

Con il gas russo quasi azzerato, l’Algeria è diventata il primo fornitore dell’Italia, con circa venti miliardi di metri cubi importati nel 2026 e un peso stimato attorno al trenta per cento del fabbisogno nazionale: una dipendenza che sposta il baricentro della sicurezza energetica italiana dal Golfo Persico al Mediterraneo allargato, ma non lo elimina, perché il Piano Mattei - diciotto miliardi di euro nominali, tetto operativo di 5,5 miliardi, diciotto Paesi coinvolti - si muove in uno spazio che Parigi ha progressivamente abbandonato dopo i colpi di Stato militari nella regione, e che Russia e Cina hanno occupato offrendo rispettivamente protezione militare ai regimi locali e infrastrutture logistiche per l’estrazione di litio, cobalto e terre rare. Un’instabilità libanese prolungata, alimentata dal collasso della tregua sullo Stretto di Hormuz, non resta confinata al Levante: condiziona la credibilità con cui Roma può presentarsi in Nord Africa come interlocutore stabile.

Le incognite

Per l’Italia la posta è quindi doppia. Sul piano militare, la tenuta della missione a comando italiano nel Sud del Libano dipende da un negoziato - quello sullo Stretto di Hormuz - che Beirut non ha mai scelto di condividere e che Roma non controlla. Sul piano energetico, la diversificazione verso l’Algeria e il Piano Mattei riducono l’esposizione diretta al Golfo, ma espongono l’Italia a un secondo fronte di instabilità, quello saheliano, dove la competizione con Mosca e Pechino si gioca sulla capacità di offrire sicurezza, non solo investimenti. Le due variabili, il Libano e il Sahel, non condividono una causa comune, ma condividono lo stesso banco di prova: la tenuta di un modello italiano che prova a stare tra sicurezza, energia e cooperazione senza avere la forza per imporne i tempi. Roma osserva Beirut e Algeri con lo stesso strumento: una diplomazia che compensa le risorse limitate con la continuità delle relazioni.

Charlye Ghezzi è analista geopolitico e specialista in tecnologia e sicurezza governativa

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