Ambiente

La Sicilia accelera sui termovalorizzatori di Palermo e Catania

Presentati i progetti definitivi per gli impianti. L’amministrazione stima che la nuova gestione dei rifiuti porti un risparmio di 100 milioni l’anno

di Nino Amadore

Il render del termovalorizzatore di Palermo Bellolampo: ieri in Regione è stato presentato il progetto definitivo

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La Sicilia prova ad accelerare sui termovalorizzatori per chiudere una volta per tutte l’epoca dell’emergenza rifiuti. Almeno questo è l’obiettivo dichiarato dalla Regione, che punta sui due impianti di Palermo e Catania per superare le discariche, ridurre i trasferimenti fuori dall’isola e abbassare i costi che pesano su Comuni e famiglie. A Palazzo d’Orléans sono stati presentati i progetti definitivi dei due impianti, considerati dal governo regionale il passaggio decisivo per completare il nuovo ciclo dei rifiuti.

«Oggi tagliamo il traguardo di una tappa strategica nel percorso per la realizzazione di due termovalorizzatori che segneranno una svolta storica nella gestione dei rifiuti in Sicilia», ha detto il presidente Renato Schifani. Il cronoprogramma prevede l’affidamento dei lavori nella primavera del 2027 e l’inaugurazione entro il 2028, dopo il via libera della Commissione europea al Piano rifiuti, il supporto di Invitalia e il controllo dell’Anac.

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Il nodo non è solo ambientale, ma anche economico. Oggi una parte dei rifiuti siciliani viene spedita al Nord o all’estero, con viaggi superiori ai mille chilometri e costi che arrivano a circa 380 euro a tonnellata. La Regione stima che la chiusura del ciclo nell’isola possa generare un risparmio di circa 100 milioni di euro l’anno. «L’esito finale al quale guardiamo è arrivare alla riduzione della Tari, dunque un vantaggio diretto per i cittadini che, oltre ad avere città più pulite, andranno anche a risparmiare», ha aggiunto Schifani, rivendicando «un punto di non ritorno».

I due impianti avranno una capacità complessiva di trattamento pari a 600 mila tonnellate l’anno. Dovranno ricevere solo la frazione non riciclabile, cioè ciò che resta dopo differenziata, selezione e recupero di materia. Il costo complessivo dei due termovalorizzatori è di 881 milioni di euro a base d’asta, finanziati con risorse Fsc. Insieme produrranno 469,6 gigawattora annui, pari al fabbisogno di 174 mila famiglie siciliane. Il 10% dell’energia servirà ad alimentare gli impianti, mentre il restante 90% sarà immesso in rete, con ricavi destinati ad abbassare le tariffe di conferimento dei Comuni.

I termovalorizzatori sono il tassello finale di un piano più ampio che prevede impianti di selezione, piattaforme per la differenziata, biodigestori e ampliamenti di discariche esistenti. L’obiettivo è portare la Sicilia al 65% di recupero di materia e ridurre al 10% il conferimento in discarica. Le quantità destinate alle discariche dovrebbero scendere da 748 mila tonnellate nel 2027 a 500 mila nel 2028, fino a 140 mila nel 2030.

Sul fronte delle emissioni, i progettisti indicano valori tra i più bassi d’Europa. Le diossine sarebbero inferiori del 97% rispetto a Bolzano, del 96% rispetto al Copenhill di Copenaghen e del 75% rispetto all’impianto in costruzione a Roma. Anche il fabbisogno idrico sarà coperto da recupero e ricircolo interno, senza prelievi da falde o acquedotti pubblici.

L’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini, consulente del presidente, ha sottolineato che la Commissione europea ha apprezzato il piano siciliano, riconoscendone «l’innovazione e la validità sia sotto il profilo delle emissioni sia dal punto di vista della sostenibilità della gestione dei rifiuti». Resta ora il passaggio più difficile: trasformare i progetti in cantieri e poi in impianti funzionanti. Solo allora Palermo e Catania potranno dimostrare se la nuova architettura del ciclo dei rifiuti regge alla prova dei tempi e della gestione.

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