La strategia carsica di Pechino per contare nell’energia del Magreb
Marocco, Egitto e Algeria: partner europei in rinnovabili, solare e gas. Le aziende cinesi, al di fuori delle logiche della Belt and Road, forniscono, però, tecnologia mirata per le filiere: dagli inverter, ai sistemi di accumulo, fino all’Ict. In futuro, chi possiederà i dati operativi degli impianti? Chi aggiornerà i sistemi? Quali standard di cybersicurezza vengono applicati?
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I punti chiave
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Una strategia poco visibile collega il deserto di Ouarzazate alle centrali solari algerine, fino alle zone industriali del canale di Suez. È una linea sottile, fatta di cantieri, turbine, pannelli, batterie, contratti Epc, sistemi digitali e diplomazia economica. È la presenza cinese nelle infrastrutture energetiche del Nord Africa, una presenza che non ha il volto tradizionale della Belt and Road fatta di porti, strade e ferrovie, ma quello più silenzioso della transizione energetica. Marocco, Algeria ed Egitto non sono tre casi identici. Anzi, raccontano tre modelli diversi. Il Marocco usa le rinnovabili e l’industria verde per rafforzare la propria posizione tra Europa e Africa. L’Algeria resta prima di tutto una potenza del gas, ma sa che il sole del Sahara non può rimanere una risorsa solo potenziale. L’Egitto, più che “magrebino” in senso geografico stretto, appartiene alla grande cintura energetica nordafricana e mediorientale: un Paese che vuole diventare piattaforma regionale per elettricità, gas, idrogeno e manifattura verde. In tutti e tre i casi, la Cina entra dove l’energia smette di essere soltanto una questione di combustibili e diventa infrastruttura industriale.
Chiedilo al Sole
Rabat
In Marocco, il simbolo più evidente è il complesso solare Noor, vicino a Ouarzazate. In mezzo a un paesaggio che sembra fatto apposta per ricordare quanto il sole possa essere insieme risorsa e sfida, la partecipazione cinese ha assunto una forma molto concreta: costruzione, ingegneria, capacità di esecuzione. PowerChina presenta il progetto Noor a concentrazione solare come uno dei suoi casi di punta all’estero, con due fasi per 350 megawatt di capacità installata. Secondo la documentazione aziendale, la costruzione è iniziata nel 2015 e l’entrata in esercizio è avvenuta nel 2018. La società rivendica anche una produzione annua superiore al miliardo di kilowattora e una riduzione di emissioni pari a 522.000 tonnellate di CO2. Il dato tecnico conta, ma conta ancora di più ciò che rappresenta. Noor non è soltanto una centrale. È una vetrina. Dice che il Marocco vuole giocare nella fascia alta della transizione energetica, non come semplice importatore di tecnologia, ma come piattaforma capace di attrarre capitali, imprese e competenze. È anche un segnale verso l’Europa: dall’altra parte dello stretto di Gibilterra non c’è solo un mercato emergente, ma un sistema industriale che prova a inserirsi nelle catene del valore della decarbonizzazione.
Questa ambizione marocchina si vede anche nel vento. Nel gennaio 2024, il ministero marocchino incaricato degli investimenti ha annunciato l’avvio del progetto Aeolon a Nador: una fabbrica di pale per turbine eoliche, presentata come primo impianto internazionale del produttore cinese. È un dettaglio importante, perché sposta l’attenzione dalla generazione elettrica alla manifattura. Non si tratta più solo di costruire impianti rinnovabili in Marocco, ma di produrre nel Paese componenti della filiera rinnovabile. Il Marocco ha un obiettivo dichiarato: portare le rinnovabili al 52 per cento della capacità elettrica installata entro il 2030. È una cifra spesso citata, ma il suo significato va letto con attenzione. Capacità installata non significa automaticamente produzione effettiva. Un megawatt solare o eolico non lavora come un megawatt a gas o a carbone, perché dipende dal sole, dal vento, dalla rete, dagli accumuli e dalla gestione della domanda. Per questo la transizione marocchina non può fermarsi ai pannelli o alle turbine. Ha bisogno di reti, batterie, sistemi di controllo, manutenzione, competenze operative. Ed è proprio qui che la presenza cinese diventa più interessante: non solo cemento e acciaio, ma elettronica di potenza, accumulo, gestione digitale. Nella diplomazia economica tra Rabat e Pechino, le rinnovabili compaiono come settore prioritario. La commissione congiunta economica e tecnica tra Marocco e Cina ha indicato l’interesse a incoraggiare operatori cinesi in settori come automotive, tessile, agroindustria, aeronautica e energie rinnovabili. È una lista ampia, ma non casuale: mette insieme industria esportatrice, logistica, energia pulita e catene globali del valore. In altre parole, il Marocco cerca di trasformare la propria posizione geografica in una posizione industriale.
Algeri
L’Algeria parte da un altro punto. Qui il baricentro resta il gas. Le riserve, la rete di esportazione, il ruolo nei mercati europei e mediterranei fanno dell’Algeria un paese che non può essere letto soltanto attraverso la lente della transizione verde. La sua sicurezza economica è ancora legata agli idrocarburi. Ma proprio questa forza crea un dilemma: come difendere il ruolo di fornitore energetico senza arrivare tardi alla nuova stagione delle rinnovabili? Il ministero dell’Energia e delle Energie Rinnovabili parla di un programma da 15.000 megawatt di capacità rinnovabile entro il 2035. La prima fase, da 3.200 megawatt fotovoltaici, è indicata come già avviata e destinata a entrare in servizio dal 2026. Anche qui la Cina appare non come semplice finanziatore, ma come costruttore e fornitore di capacità esecutiva. PowerChina ha annunciato nel marzo 2024 la firma di contratti con Sonelgaz-EnR per due progetti fotovoltaici in Algeria, rispettivamente da 220 e 150 megawatt, da realizzare con modello Epc, cioè ingegneria, approvvigionamento e costruzione.
Questa formula merita una spiegazione. Un contratto Epc è il modo con cui un governo o una utility dice a un’impresa: progettami l’impianto, procurami i materiali, costruiscilo e consegnamelo funzionante. È una scorciatoia operativa potente, soprattutto quando un Paese vuole accelerare. Ma ha anche una conseguenza strategica: chi controlla competenze di progettazione, fornitura e cantiere entra molto vicino al cuore dell’infrastruttura. Per l’Algeria, il solare non sostituisce il gas nel breve periodo. Lo affianca. Serve a liberare più gas per l’esportazione, ridurre il consumo interno di combustibili fossili e preparare una possibile futura economia dell’idrogeno. Nei documenti ufficiali algerini, la transizione è descritta senza rinunciare alla funzione del gas. È una posizione realista: per Algeri, il gas non è un residuo del passato, ma una leva geopolitica presente. Il sole è una seconda leva, ancora in costruzione. Il punto delicato è che la modernizzazione energetica algerina richiede non solo impianti, ma anche rete, regolazione, gestione dati, capacità di previsione, sicurezza operativa. Più il sistema elettrico integra solare variabile, più ha bisogno di strumenti digitali. E più una rete diventa digitale, più cresce la sua superficie di vulnerabilità. Qui la parola “cyber” va usata con prudenza. Le fonti pubbliche disponibili permettono di parlare di digitalizzazione energetica, soluzioni tecnologiche e sistemi intelligenti; non permettono, almeno con evidenza primaria aperta, di affermare l’esistenza di assistenza cyber cinese specifica sulle filiere energetiche algerine.
