Motorsport

La Svizzera riapre alle corse in circuito dopo settant’anni

La decisione del Consiglio federale rende applicabile dal 1° luglio 2026 l’abrogazione del divieto introdotto dopo il disastro di Le Mans del 1955. Le autorizzazioni passeranno ai Cantoni: nessun via libera automatico, ma un cambio di paradigma per un Paese già centrale nell’ecosistema internazionale del motorsport.

di Alex D’Agosta

La Ferrari (n. 21) di Masten Gregory, statunitense, e Jochen Rindt, austriaco, taglia il traguardo aggiudicandosi l'estenuante 24 Ore di Le Mans, tenutasi a Le Mans, in Francia, il 20 giugno 1965. La Ferrari (n. 18) di Pedro Rodriguez, messicano, e Nino Vacarella, italiano, si è classificata settima, mentre la Ferrari (n. 27) dei piloti svizzeri Armand Boller e Dieter Spoerry si è classificata sesta, percorrendo 2.862,7 miglia a una media di 121,09 miglia all'ora.  (Foto AP)

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Dal 1° luglio 2026 le competizioni automobilistiche su circuito torneranno possibili in Svizzera. Il Consiglio federale lo ha stabilito nella seduta del 6 maggio 2026, facendo entrare in vigore la modifica della Legge federale sulla circolazione stradale (LCStr) che abroga il divieto delle gare automobilistiche su circuito.

In parallelo, la modifica dell’Ordinanza sulle norme della circolazione stradale (ONC) adegua le disposizioni applicative, definendo le condizioni a cui i Cantoni dovranno attenersi nel rilascio delle autorizzazioni. È una svolta storica, ma non una liberalizzazione senza condizioni. I Cantoni saranno competenti per il rilascio dei permessi e dovranno verificare, caso per caso, il rispetto delle norme di sicurezza e dei requisiti federali di protezione ambientale.

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Il divieto che veniva da Le Mans

L’origine del divieto risale all’11 giugno 1955, quando alla 24 Ore di Le Mans una vettura uscì di pista dopo una collisione e proiettò rottami verso le tribune. Morirono più di ottanta persone. Fu la più grave catastrofe nella storia del motorsport. Nei mesi successivi diversi Paesi europei sospesero o limitarono le gare su circuito. La Svizzera scelse la linea più rigida: il divieto entrò stabilmente nell’ordinamento e, salvo la deroga introdotta per le competizioni elettriche, è rimasto il riferimento normativo per circa settant’anni.

Il risultato fu un’anomalia tutta elvetica. Le gare di velocità su pista chiusa erano vietate, ma il motorsport non scomparve. I piloti svizzeri continuarono a correre all’estero; il Paese, intanto, consolidò un ruolo industriale e tecnologico di primo piano. Da Hinwil, sede della Sauber (oggi Audi, con Hulkemberg e Bortoleto come piloti titolari), alla rete di fornitori specializzati nella meccanica di precisione, il know-how è rimasto. E non sono mancati piloti di primo piano: su tutti Sebastien Buemi (con doppio passaporto grazie al nonno nato in Sicilia): 29 punti con la Toro Rosso in Formula 1, campione della Formula E nel 2016, quattro volte vincitore alla 24h di Le Mans. A mancare, finora, era la possibilità di ospitare le competizioni.

Nessun Far West motoristico

La nuova disciplina è prudente. Non crea un diritto automatico a organizzare eventi e non elimina i passaggi autorizzativi. Ogni gara dovrà essere valutata dalle autorità cantonali, anche alla luce dell’impatto acustico, ambientale e di sicurezza.

Per questo, nel breve periodo, è difficile immaginare un ritorno immediato di grandi appuntamenti internazionali o la costruzione rapida di autodromi permanenti. L’assenza di infrastrutture dedicate e la sensibilità svizzera verso territorio, rumore e consumo di suolo renderanno probabilmente i primi anni una fase di test: eventi mirati, soluzioni temporanee, progetti da verificare uno per uno. Anche l’ipotesi di un Gran Premio svizzero resta, per ora, più suggestione che prospettiva concreta.

Un segnale per l’ecosistema

Il peso della decisione è anche simbolico. La Svizzera era rimasta ai margini dell’Europa del motorsport non per mancanza di competenze o capitali, ma per una scelta normativa diventata nel tempo quasi identitaria. Rimuoverla non è un dettaglio tecnico.

Il contesto, rispetto agli anni Cinquanta, è cambiato radicalmente. Il motorsport contemporaneo è una piattaforma globale di sviluppo tecnologico: elettrificazione, simulazione, aerodinamica computazionale, materiali avanzati, gestione dei dati. Sono ambiti nei quali l’industria svizzera ha già un ruolo rilevante. Ora il Paese potrà, almeno in teoria, completare la filiera anche sul piano degli eventi. Anche se arriva un po’ tardi: una volta, a Ginevra, c’era il salone più elegante del mondo. Sospeso per il Covid, è stato definitivamente abbandonato per mancanza di espositori di primo piano.

Tra le voci che hanno salutato la notizia con maggiore partecipazione c’è quella di Laura Villars, pilota svizzero-francese originaria di Ginevra. Nel 2025 aveva tentato di candidarsi alla presidenza della FIA: sarebbe stata la prima donna a guidare l’organismo nella sua storia. La candidatura non andò in porto (come quella di tutti gli altri sfidanti) per effetto di un meccanismo elettorale contestato che rese Fabiana Ecclestone, unica candidata disponibile per la vicepresidenza sudamericana, elemento esclusivo del ticket di Mohammed Ben Sulayem: senza di lei, nessun altro poteva completare la propria lista. Ben Sulayem fu così rieletto a Tashkent nel dicembre 2025 senza avversari. La vicenda è tuttora aperta davanti al Tribunale giudiziario di Parigi. È questo il profilo di chi ha scritto, a notizia appena diffusa: «Grazie alla Svizzera. Dopo 70 anni, il divieto delle corse su circuito è stato revocato. Il Consiglio federale ha messo in vigore la revisione della LCStr, con le autorizzazioni rilasciate dai Cantoni. Un grande passo avanti per il motorsport svizzero, i suoi piloti, i suoi talenti e un'intera filiera che aspettava questo segnale. Il lavoro comincia».

Non la promessa di un autodromo dietro l’angolo, ma la fine di un divieto che pesava sul rapporto fra la Svizzera e uno sport che il Paese, in realtà, non aveva mai smesso di alimentare. Anche per l’arco alpino e per le regioni industriali del Nord Italia, il provvedimento apre un dossier da seguire con attenzione. Non nell’immediato, forse. Ma il quadro normativo, da oggi, non è più l’ostacolo principale.

I due precedenti: Zurigo 2018, Berna 2019, poi il silenzio

In settant’anni di divieto, una sola deroga era riuscita a passare. Maa produsse due gare, non una. Nel dicembre 2015 il Consiglio federale approvò infatti un’eccezione specifica per i veicoli elettrici, aprendo la strada alla Formula E. Il 10 giugno 2018, per la prima volta dal Gran Premio di Svizzera di Formula 1 del 1954 (disputato sul Bremgarten di Berna e vinto da Fangio) una competizione automobilistica tornò sul suolo elvetico: l’ePrix di Zurigo, su un circuito cittadino temporaneo ricavato lungo il lago nel quartiere di Enge, davanti a oltre 150.000 spettatori. Vinse Lucas di Grassi su Audi.

L’anno successivo la Formula E si spostò a Berna. Il 22 giugno 2019 il Swiss E-Prix si corse su un tracciato cittadino nella capitale, con pendenze insolite per la categoria. Vinse Jean-Éric Vergne su DS Techeetah; terzo sul podio, in casa propria, Sébastien Buemi. Un momento che il pubblico svizzero aveva aspettato una generazione.

Poi, di nuovo, il silenzio. Zurigo non rinnovò l’autorizzazione: logistica insostenibile, sovrapposizione con altri eventi, opposizione dei residenti del quartiere che avevano firmato una petizione contro la gara. L’organizzazione di Berna, dal canto suo, dichiarò fallimento all’inizio del 2020. La Formula E non tornò. Due edizioni, due città, due storie diverse e lo stesso epilogo: la Svizzera si scoprì ancora una volta incapace di tenere le corse in casa propria, non per la legge stavolta, ma per la somma di resistenze locali, veti incrociati e fragilità organizzative che il quadro normativo da solo non poteva risolvere.

È esattamente questo nodo che la riforma del 2026 dovrà sciogliere nella pratica. La norma cambia, ma il contesto (comuni, comitati di quartiere, valutazioni d’impatto ambientale e acustico) resta quello di sempre.

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