La violenza è la nuova normalità nei pronto soccorso. Anche in Gran Bretagna
Tre operatori su quattro nei dipartimenti di emergenza del Regno Unito sono aggrediti o assistono a episodi di violenza quasi ogni giorno
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In Gran Bretagna medici e infermieri del pronto soccorso denunciano il fatto che violenza e l'aggressività sono ormai diventati un elemento abituale delle loro giornate. Lo rivela una survey appena pubblicata su British Medical Journal. Sul banco degli imputati, l'esasperazione degli utenti per le lunghe attese e le sale d'aspetto iperaffollate. Ma la violenza non è mai giustificabile.
Chiedilo al Sole
Immaginate di essere in gravidanza, al lavoro e di ricevere un calcio in faccia da un paziente sdraiato su una barella. È quanto è successo davvero ad una specialista in medicina d'urgenza nel Regno Unito e la sua testimonianza è solo una delle tante raccolte in un'indagine che fotografa una situazione ai limiti del tollerabile: tre operatori su quattro nei dipartimenti di emergenza del Regno Unito sono aggrediti o assistono a episodi di violenza quasi ogni giorno.
L'inchiesta pubblicata su British Medical Journal
A lanciare l'allarme è il Royal College of Emergency Medicine (RCEM), che ha condotto un sondaggio su oltre 2.100 professionisti dei pronto soccorso britannici tra aprile e maggio 2026. I numeri che ne emergono sono impressionanti: il 96% degli intervistati ha dichiarato di aver subito violenza o aggressione da parte di un paziente o di un membro del pubblico. Solo il 4% del personale continua a sentirsi al sicuro sul posto di lavoro, mentre il 27% si sente sicuro solo qualche volta. E non si tratta solo di aggressioni fisiche: il 63% degli operatori ha riferito episodi di abusi discriminatori, tra cui razzismo, sessismo e omofobia.
Dietro questi numeri ci sono le condizioni in cui il personale è costretto a lavorare. Attese interminabili al triage, reparti sovraffollati e pazienti assistiti nei corridoi stanno aggravando un problema già esistente, spiega il RCEM: le liste d'attesa alimentano la frustrazione dei pazienti, riducono la privacy e mettono sotto pressione chi lavora, creando le condizioni ideali perché gli episodi di violenza si moltiplichino. I dati più recenti del NHS inglese parlano da soli: a luglio 2026 quasi 47.000 pazienti hanno atteso oltre 12 ore per un ricovero d'urgenza, mentre in media 2.300 persone al giorno hanno ricevuto cure nei corridoi degli ospedali (“corridor care”). Un'inchiesta del BMJ ha rivelato che otto ospedali su dieci nel Regno Unito assistono pazienti in corridoio o in altri spazi non adeguati e che la stampa britannica ha raccontato casi limite, come quello di una donna con sospetta meningite lasciata 19 ore in un corridoio, con la flebo appoggiata a uno scheletro anatomico (quelli che si usano per le lezioni di anatomia agli studenti di medicina), usato come sostegno improvvisato.
Le ricadute sul personale sanitario
Le conseguenze sul benessere del personale sono pesanti: tre quarti degli operatori riferiscono stress e ansia a breve termine dopo un episodio di violenza, il 14% ha dovuto prendere giorni di malattia e più di un intervistato su quattro (28%) ha seriamente pensato di lasciare la medicina d'urgenza. Ma questa è solo la punta dell'iceberg: il 30% degli operatori non denuncia gli episodi di violenza subiti e il 57% non crede che il proprio ospedale prenderebbe provvedimenti concreti in risposta ad una segnalazione.







