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Lauree e politici: la trasparenza delle élite è sotto pressione in tutta Europa

Negli ultimi anni, in diversi Paesi europei, politici e funzionari sono stati accusati di aver falsificato o gonfiato i propri titoli di studio

di Silvia Martelli

 (Adobe Stock)

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Da Atene a Madrid, da Bucarest a Berlino, passando per Roma, Parigi e Varsavia, il tema della verifica dei curriculum e della correttezza dei titoli accademici continua a riemergere nel dibattito pubblico. In numerosi casi, inchieste giornalistiche e verifiche successive hanno portato a contestazioni, dimissioni o revisioni formali delle cariche pubbliche, alimentando una riflessione più ampia sulla trasparenza delle élite politiche.

Il caso greco

In Grecia, negli ultimi anni, una serie di vicende ha coinvolto esponenti di primo piano dell’amministrazione pubblica e del governo. L’ultimo caso riguarda Makarios Lazaridis, ex viceministro all’Agricoltura, che il 18 aprile, dopo circa due settimane di forte esposizione mediatica, si è dimesso poiché era emerso che non era in possesso delle qualifiche necessarie. Il premier Kyriakos Mitsotakis, pur non avendo inizialmente intenzione di interrompere la collaborazione con un esponente a lui vicino da tempo, ha dovuto gestire una vicenda che ha avuto un impatto politico significativo: secondo i sondaggi, il caso avrebbe contribuito a una flessione del consenso tra il 2% e il 3% per Nuova Democrazia.

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Ma non si tratta di un caso isolato. Nel 2019, la nomina di Panagiotis Kontoleon alla guida dei servizi di intelligence ellenici aveva sollevato perplessità circa il possesso dei requisiti formali richiesti. La normativa è stata successivamente modificata, consentendo la prosecuzione del mandato.

Sempre nel 2019, il viceministro degli Esteri Antonis Diamataris si è dimesso dopo che alcune inchieste giornalistiche hanno messo in dubbio la correttezza delle informazioni relative ai suoi titoli di studio e ad alcune posizioni societarie negli Stati Uniti.

Nel 2020, Konstantinos Loulis – segretario generale del Turismo e responsabile di una fondazione politica legata alla famiglia Mitsotakis – è stato rimosso dall’incarico in seguito a contestazioni relative ai suoi titoli accademici. Negli anni successivi si sono susseguite altre dimissioni e rimozioni, fino ai casi legati al cosiddetto “Predatorgate”, che hanno coinvolto

Francia: il sistema delle grandes écoles sotto osservazione

In Francia, paese delle grandes écoles e del culto istituzionale dei titoli, i curriculum gonfiati non sono una novità.

L’ex ministro socialista dell’Interno Bruno Le Roux figurava nelle pagine ufficiali come “ex studente” di HEC ed ESSEC, due delle scuole più emblematiche dell’élite francese. Solo che, come emerse nel 2016, non aveva mai frequentato regolarmente nessuna delle due. Il suo entourage parlò di “errore” e spiegò che Le Roux possedeva un titolo dell’Università Paris-X, in collaborazione con HEC ed ESSEC. La formulazione fu corretta e l’incidente dimenticato.

Nel 2025 Mediapart rivelò che un’ex ministra del governo Hollande, Geneviève Fioraso, non aveva mai ottenuto il master che dichiarava, bensì soltanto una maîtrise in inglese con indirizzo economico. La vicenda fu rapidamente insabbiata, nonostante Fioraso fosse stata sottosegretaria all’Istruzione superiore e alla Ricerca.

Italia: tra formazione breve e percezione pubbliche

Quando nel 2018 Giuseppe Conte fu nominato primo ministro, era un professore di diritto quasi sconosciuto. I giornalisti iniziarono a scavare nel suo curriculum. Pur non possedendo titoli falsi, si scoprì che aveva sistematicamente gonfiato il proprio CV con una serie di affermazioni vaghe o infondate. La discussione pubblica si concentrò in particolare sui periodi di studi post-laurea che sosteneva di aver frequentato alla New York University. Si scoprì che aveva partecipato soltanto a corsi estivi della durata di uno o due giorni ciascuno. Conte affermò inoltre di aver trascorso altri periodi di studi post-laurea a Cambridge, alla Sorbona e a Pittsburgh, ma non furono trovate prove. Nel suo curriculum Conte aveva anche gonfiato la propria esperienza professionale come avvocato e consulente legale. Le rivelazioni però non lo danneggiarono politicamente.

Mariastella Gelmini era membro del governo Berlusconi quando, nel 2008, emerse che aveva sostenuto l’esame di abilitazione alla professione forense a Reggio Calabria. Il suo titolo era formalmente valido, ma la notizia suscitò indignazione perché Gelmini era ministra dell’Istruzione e delle Università. Nella regione dove avrebbe dovuto sostenere l’esame il tasso di successo era appena del 28%, mentre in Calabria passava l’87% dei candidati. Ancora oggi è membro del Parlamento.

Renzo Bossi, figlio di Umberto Bossi, fondatore e storico leader della Lega Nord, fu eletto nel consiglio regionale lombardo a soli 22 anni. Durante una perquisizione a casa di un ex tesoriere della Lega venne trovato un diploma in amministrazione aziendale assegnato a Bossi nel 2010 dall’Università Kristal di Tirana. Il problema era che Bossi aveva terminato il liceo nel… 2019. Non frequentò mai quella università.

Nel 2013 il noto giornalista economico Oscar Giannino si candidò alla presidenza del Consiglio come leader del piccolo partito neoliberale “Fare per fermare il declino”. Pochi giorni prima delle elezioni emerse che non si era mai laureato, nonostante sostenesse di possedere una laurea e due master. Il partito non ottenne seggi e Giannino lasciò la politica.

Spagna: il tema dei “master”

Riconoscimenti di crediti formativi sospetti, programmi accademici poco chiari e corsi brevi presentati come alta formazione sono stati utilizzati in più occasioni, soprattutto da esponenti politici del Partito Popolare.

Uno dei casi più recenti ha coinvolto Noelia Núñez, giovane figura emergente del Partito Popolare, accusata di aver falsificato tre lauree universitarie in giurisprudenza, scienze politiche e linguistica.

Tra i precedenti più noti figura quello dell’ex presidente della Comunità di Madrid, Cristina Cifuentes, coinvolta nel cosiddetto “mastergate”. L’inchiesta riguardava un master presso l’Università Rey Juan Carlos e portò alla luce presunte irregolarità, tra cui voti modificati, verbali contestati e possibili firme falsificate. Il caso ebbe ampia risonanza nazionale e divenne simbolo della cosiddetta “titulitis”, cioè la forte enfasi attribuita ai titoli accademici come strumento di prestigio politico e sociale.

Anche nell’area del centrosinistra sono emersi casi controversi. Il commissario incaricato della gestione della DANA, la grave catastrofe che causò numerose vittime a Valencia, José María Ángel Batalla, nominato dal governo Sánchez, è stato accusato di aver falsificato la propria laurea, utilizzata per oltre trent’anni nell’accesso alla funzione pubblica. Si è successivamente dimesso ed è attualmente sotto indagine giudiziaria.

Un altro caso riguarda Pilar Bernabé, portavoce del governo valenciano, che nel proprio curriculum indicava due lauree (Lingue e Comunicazione audiovisiva) non completate.

Il caso Romania

In Romania il tema della trasparenza accademica è stato al centro di numerose inchieste. Nel 2021, il ministro della Ricerca Florian Roman si è dimesso dopo contestazioni relative alla veridicità di alcune dichiarazioni sui propri studi e sospetti di plagio.

Nel 2025 sono emerse nuove contestazioni riguardanti la tesi di dottorato del ministro della Giustizia Radu Marinescu, con accuse di ampie similitudini testuali con altre opere. Parallelamente, il ministro della Difesa Ionuț Moșteanu si è dimesso dopo che alcune informazioni curriculari sono state oggetto di verifiche e contestazioni da parte della stampa.

Europa centro-orientale

In Polonia, il caso del Collegium Humanum ha coinvolto centinaia di amministratori e funzionari pubblici, con indagini su presunte irregolarità nell’ottenimento di titoli accademici. Le autorità hanno avviato procedimenti giudiziari su un presunto sistema di facilitazione illegale dei percorsi di studio.

In Repubblica Ceca, negli anni 2010 un’inchiesta ha portato all’annullamento di numerosi titoli ottenuti in tempi anomali presso una facoltà di giurisprudenza, con conseguenze amministrative, ma limitati effetti politici.

In Germania, Austria e Ungheria diversi casi di plagio accademico hanno portato a dimissioni di ministri o alla revoca di dottorati, segnando precedenti rilevanti nel rapporto tra integrità scientifica e carriera pubblica.

Una tendenza trasversale

Dall’Europa occidentale ai Balcani, le inchieste sui curriculum e sui titoli accademici mostrano un fenomeno trasversale: la crescente centralità della trasparenza formativa nella valutazione delle classi dirigenti. In molti casi, le conseguenze sono state politiche più che giudiziarie, ma il tema continua a incidere sulla percezione pubblica delle istituzioni e sulla fiducia nei processi di selezione della classe dirigente.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse” ed è stato realizzato con il contributo di Kostas Zafeiropoulos (Efsyn, Grecia), Francesca Barca (Voxeurop, Francia), Lorenzo Ferrari (OBCT, Italia), Sebastian Pricop (HotNews, Romania), Borja Negrete (El Confidencial, Spagna) e Karolina Kijek (Gazeta Wyborcza, Polonia)

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