L’intervista a Giuseppe Quintavalle

«Le Case di comunità sono un traguardo da cui non si torna indietro»

Per il neo presidente della Federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere e Dg dell'Asl Rm 1 con 1,2 milioni di assistiti bisogna fare in modo che le regioni più povere quanto a risorse e stimoli si allineino grazie all'effetto-traino di quelle più “avanti”

di Barbara Gobbi

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«Dal modello delle case di comunità e più in generale dalla riorganizzazione dell’assistenza sul territorio non si torna indietro. Ma bisogna fare in modo che le regioni più povere quanto a risorse e stimoli si allineino grazie all’effetto-traino di quelle più avanti e sarebbe utile un progetto-pilota nazionale per capire quali strumenti di miglioramento attivare». Giuseppe Quintavalle, direttore generale dell’Asl Roma 1 - bacino da 1,2 milioni di abitanti che tiene insieme quartieri ricchi e aree deprivate della capitale - e fresco di elezione alla presidenza della Federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), dà la ricetta per “incollare” l’Italia delle cure. Che resta spezzata tra Nord e Sud anche quando si guarda a case e ospedali di comunità, scommessa per la sostenibilità futura della sanità pubblica italiana.

Cosa c’è nel carnet delle case di comunità?

Ci sono prevenzione primaria, attenzione alle cronicità, offerta di servizi appropriata per tipologia di utenza e integrazione tra sanità e sociale. Per questo noi andiamo dalle vaccinazioni alla medicina generale fino alla promozione del cohousing per i cronici e al contrasto della solitudine negli anziani, anche grazie al Terzo settore. Il modello è un “vestito su misura” per ogni territorio capace di sviluppare una medicina di prossimità che contrasti i gli accessi inappropriati in Pronto soccorso e acceleri le risposte ai cittadini.

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Intanto Agenas certifica un’Italia piena di buchi

Da aprile sono certo che ci sarà un cambio di passo: tutti i colleghi stanno spingendo per gli adempimenti Pnrr così da completare la parte amministrativa entro marzo come richiesto. E’ interesse di ciascuno perseguire la sostenibilità economica che passa per un ottimale utilizzo dei setting di cura mentre con un territorio ben organizzato si riducono le liste d’attesa.

Voi a che punto siete?

Entro marzo come Asl Rm 1 avremo 12 case di comunità attive - delle 19 totali operative per giugno - con tutti i servizi previsti. Nei centri “hub” l’utente trova un medico a disposizione e un ambulatorio infermieristico avanzato per 12 ore al giorno, la continuità assistenziale notturna in spazi separati, la specialistica ambulatoriale che si sta implementando e i servizi diagnostici terapeutici per “traiettorie di patologia”: cuore, diabete e polmone. I Pdta vanno dal basso verso l’alto e cioè dalla richiesta del paziente e del medico di famiglia fino all’ospedale, perché l’integrazione delle cure è fondamentale. Poi sono attivi in una visione One Health screening e vaccinazioni, programmi di prevenzione mirata “da zero a 100 anni” così come lo “sportello fragilità” per intercettare il disagio, collegato con il Dipartimento di salute mentale, ma anche telemedicina e teleassistenza.

Ma i cittadini vi conoscono?

La casa di comunità funziona se siamo in grado di far comprendere che la sanità sta cambiando, che il territorio si arricchisce di strutture capaci di accogliere. Per questo organizziamo “Open Day” con tante associazioni, incluse quelle sulle malattie rare. In generale non siamo preparati a un territorio che assiste: per questo serve uno sforzo incredibile per riadattare la cultura dell’assistenza.

E intanto dobbiamo riallineare tutte le figure professionali che entrano nella casa di comunità: medicina generale, pediatri di libera scelta, specialisti ambulatoriali, continuità assistenziale. Nel Lazio così come in altre regioni stiamo costituendo le aree vaste dove i medici di medicina generale entreranno a pieno titolo nelle strutture.

Quello del personale è un problema: dove trovare gli addetti per tutte queste attività?

Intanto va fatta una grande opera di razionalizzazione delle risorse umane ed è quello su cui siamo impegnati nel territorio della nostra Asl dove abbiamo ben 150 strutture: dei servizi si sono trasferiti e così stiamo facendo convergere le persone sulle case di comunità. Allo stesso tempo cerchiamo e reclutiamo personale ma è un’impresa difficile, pur avendo i fondi: bisogna passare dalla logica secondo cui sul territorio andavano solo le persone stanche dell’ospedale a una realtà di addetti con alta formazione. In parte ci siamo: abbiamo medici motivatissimi che già lavorano nelle nostre case di comunità ma è chiaro che occorre ancora promuovere la cultura del cambiamento.

E gli ospedali di comunità? Anche su quelli Agenas segnala forti ritardi

L’Ospedale di comunità ha un senso se iniziamo a inserirlo nei percorsi diagnostico-terapeutici: se il medico di medicina generale ritiene che una persona non possa più stare a casa ma “non è da ospedale”, allora la invia all’Odc; idem dall’altra parte, se l’ospedale ritiene che il suo utente non sia più da ricovero ma neanche possa essere mandato a casa. Aggiungo che la nostra Asl - il cui ospedale di comunità aprirà entro maggio - ne sta suddividendo i posti letto in moduli per percorsi diagnostici-terapeutici così da poter ospitare al meglio i pazienti per tipologia, perché l’anziano fragile è diverso da un paziente giovane in difficoltà.

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