Strategie e corridoio Imec

Le mosse della rupia indiana verso il Sahel, grazie al ponte del Golfo

Primi passi per internazionalizzare la valuta di Nuova Delhi. L’avvio degli Special Rupee Vostro Accounts e gli accordi con gli Emirati Arabi Uniti facilitano processi di triangolazione anche nell’area sub sahariana, dove si incrocerebbero interessi italiani

Il primo ministro indiano  Narendra Modi  AP Photo/Ajit Solanki

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Sotto la superficie dei predominanti scambi in dollari qualcosa si muove. Non è certo l’ascesa della rupia indiana a valuta globale. Ma tentativi di avviare nuovi modelli di transazione in cui India, Emirati Arabi Uniti, Africa e anche l’Europa non sono semplici spettatori. Se l’India cominciasse a usare maggiormente la propria moneta per pagare, incassare, investire e collegare i suoi partner commerciali, cosa cambia per le imprese europee? E cosa cambierebbe per un Paese come l’Italia, che vede in Nuova Delhi un mercato sempre più strategico, ma che resta inserito in un sistema finanziario abituato a ragionare in euro e dollari? La risposta non è lineare e assomma una serie di ipotesi. Il punto di partenza è ovviamente l’India. Una grande economia non diventa automaticamente una grande moneta internazionale, ma senza una grande economia nessuna valuta può sperare di esserlo. L’India ha ormai una massa critica che spinge imprese, banche e governi a guardare alla rupia con più attenzione. E l’India ha avviato i suoi primi passi concreti.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Reserve bank of India

La Reserve bank of India ha creato un quadro per il regolamento del commercio internazionale in rupie attraverso conti speciali, i cosiddetti Special Rupee Vostro Accounts, aperti da banche estere presso banche autorizzate indiane. Se un esportatore straniero vende beni all’India, può essere pagato in rupie; se quelle rupie restano nel circuito bancario indiano, possono essere riutilizzate per altri scambi o, entro regole precise, per investimenti consentiti. È un meccanismo tecnico, ma il suo significato politico è evidente. Meno passaggi obbligati in dollari significano meno attrito, meno esposizione a shock esterni e più margine di manovra. L’India è il nono partner commerciale dell’Unione per i beni, mentre l’Europa resta uno dei principali investitori nel Paese, con uno stock di investimenti diretti esteri in India di 132,8 miliardi di euro nel 2024. Dall’altro lato, l’Europa non ha un incentivi a spostare le proprie fatture in rupie. Qui sta la prima domanda: la rupia può diventare più importante nei pagamenti senza diventare dominante nelle fatture? Un bonifico più rapido tra Europa e India, magari grazie al collegamento tra sistemi di pagamento istantanei, non equivale a dire che una macchina utensile italiana venduta a Pune sarà automaticamente prezzata in rupie. La Banca dei Regolamenti Internazionali ha indicato con Project Nexus una direzione precisa: collegare i sistemi di pagamento istantanei nazionali per consentire trasferimenti transfrontalieri in tempi molto più rapidi. La Banca centrale europea, a sua volta, ha avviato lavori esplorativi per collegare TIPS, il sistema europeo dei pagamenti istantanei, con UPI, l’infrastruttura indiana. Per il lettore non tecnico, la differenza è questa: migliorare i binari non significa cambiare subito la moneta del biglietto. Però binari migliori rendono più facile, domani, scegliere tratte nuove.

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Interscambi

Per l’Italia questa trasformazione è meno astratta di quanto sembri. Nel 2024 l’interscambio bilaterale tra Italia e India è stato intorno a 14,3 miliardi di euro, con esportazioni italiane verso l’India per 5,2 miliardi e importazioni dall’India per 9,1 miliardi. Il governo italiano ha indicato l’obiettivo di portare gli scambi a 20 miliardi di euro entro il 2029. Non si tratta di un obiettivo cosmetico. L’India è già uno dei mercati asiatici più rilevanti per il Made in Italy industriale, soprattutto nei macchinari, nell’elettronica, nella chimica e nei metalli. Sono settori dove il prezzo, il cambio, i tempi di pagamento e il credito commerciale contano moltissimo. Se una parte dei pagamenti con partner indiani diventasse più fluida, più economica o meno dipendente dal dollaro, l’impatto per le imprese italiane potrebbe essere tangibile.

Rischi

Ma l’effetto non sarebbe tutto positivo né automatico. L’Italia, che ha un tessuto produttivo fatto di molte imprese esportatrici specializzate, dovrebbe quindi guardare alla rupia non come a un simbolo geopolitico, ma come a un problema operativo: servono banche preparate, strumenti di copertura accessibili, clausole contrattuali chiare e competenze di tesoreria diffuse anche fuori dalle grandi capitali finanziarie. La partita italiana ha poi una dimensione industriale. Se l’India vuole internazionalizzare la rupia, deve offrire a chi la riceve un motivo per tenerla o riutilizzarla. È qui che le imprese italiane possono invece trovare uno spazio. Macchinari, tecnologie per l’agroalimentare, componentistica, energia pulita, mobilità sostenibile, chimica specializzata e tecnologie per il trattamento dei rifiuti sono ambiti in cui l’Italia ha competenze e in cui l’India ha domanda. La rupia diventa più credibile quando non resta ferma in un conto, ma può essere spesa per comprare beni e servizi utili. In altre parole, l’internazionalizzazione monetaria non è solo una questione di banche centrali: è anche una questione di cataloghi industriali, fornitori affidabili, assistenza post-vendita, filiere locali e capacità di trasformare un saldo finanziario in un investimento reale.

Corridoio UAE-India

Il corridoio più interessante, però, non passa direttamente da Roma a Nuova Delhi. Passa dal Golfo. Gli Emirati Arabi Uniti sono uno snodo essenziale perché uniscono energia, finanza, logistica, oro, commercio di riesportazione e una grande comunità indiana. India e UAE hanno creato un meccanismo di regolamento in valute locali, rupia e dirham, e il Ministero degli Esteri indiano ha indicato che transazioni in oro, petrolio greggio e prodotti alimentari sono già state regolate in valute locali. Questo cambia il quadro per l’Europa perché il Golfo è una piattaforma di intermediazione. Le imprese europee, incluse quelle italiane, non incontrano l’India solo attraverso rotte dirette; la incontrano anche attraverso Dubai, Abu Dhabi, zone franche, banche regionali, trader di materie prime e società logistiche. Se il dirham diventa una cerniera più usata tra rupia e commercio internazionale, il sistema non diventa “anti-euro”, ma un po’ più multipolare. In questo nuovo triangolo, l’euro resta la moneta naturale per gran parte del commercio europeo e il dollaro resta la valuta di sicurezza. Ma intanto aumentano i casi in cui un’impresa o uno Stato si chiedono se sia davvero necessario passare sempre dalla stessa autostrada monetaria. Se per andare da Milano a Mumbai esiste un ponte attraverso il Golfo, e quel ponte riduce tempi o costi, qualcuno comincerà a usarlo. Non tutti, non subito, non per tutto. Ma abbastanza da cambiare la mappa.

Mercato sub sahariano

L’Europa dovrebbe leggere la mossa indiana proprio in questa chiave: non come una minaccia frontale all’euro, ma come un segnale che il mondo dei pagamenti sta diventando più modulare. Per Bruxelles, l’effetto principale sarà strategico. Deve assicurarsi che l’euro resti una moneta comoda, liquida e competitiva nei rapporti con l’Asia e l’Africa. Soprattutto nel Sahel. Per l’Unione europea, il Sahel non è un concetto lontano: comprende paesi come Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger, e tocca sicurezza, migrazioni, energia, alimentazione, clima e influenza internazionale. La Banca Mondiale ha avviato nuovi quadri di partenariato per Burkina Faso, Ciad, Mali e Niger per il periodo 2026-2031, puntando su lavoro, infrastrutture, capitale umano, agricoltura e settore privato. Perché la rupia dovrebbe interessare il Sahel? Non perché domani i mercati di Bamako o Niamey inizieranno a ragionare in rupie. Il punto è diverso: l’Africa sta già cercando di ridurre il costo dei pagamenti e della conversione valutaria. L’Unione Africana ha indicato che il Pan-African Payment and Settlement System, in un continente con 42 valute, potrebbe ridurre i costi di convertibilità e generare risparmi stimati in 5 miliardi di dollari l’anno. Se questo è il contesto africano, l’India - stando ad alcune indiscrezioni - potrebbe inserirsi come partner commerciale e tecnologico capace di offrire farmaci, macchinari, veicoli, prodotti alimentari, servizi digitali e forse canali di pagamento più convenienti. Nel Sahel, dove il costo del denaro e la fragilità logistica pesano più delle grandi dichiarazioni diplomatiche, una valuta conta solo se aiuta a comprare ciò che serve e a ricevere ciò che si vende.

Qui l’Italia ha un interesse diretto ma delicato. Se India e UAE rafforzano la loro presenza finanziaria e commerciale nel Sahel e nell’Africa occidentale, per Roma può essere l’occasione di avviare una forma di triangolazione. Imprese italiane, piattaforme emiratine, domanda africana e capacità produttiva indiana possono incontrarsi in settori come agroindustria, sanità, energia distribuita, infrastrutture leggere, logistica e formazione tecnica. Scenari lontani, ma probabili. Ecco perché vale la pena aprire oggi una discussione sul tema, soprattutto in vista del corridoio Imec.

Charlye Ghezzi è analista geopolitico e specialista in tecnologia e sicurezza governativa

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