Mondo diviso

Mandato d’arresto per Netanyahu: le reazioni, tra Trump a Orban fino a Salvini

Dopo la storica decisione del Tribunale, ecco come hanno reagito i più importanti leader mondiali

di Angelica Migliorisi

3' di lettura

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La decisione della Corte penale internazionale (Cpi) di emettere un mandato di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant ha scatenato un’ondata di reazioni a livello globale. L’accusa, legata a crimini di guerra e contro l’umanità durante il conflitto di Gaz, ha polarizzato l’opinione pubblica internazionale, generando condanne, sostegni e prese di posizione diplomatiche.

Israele: compattezza contro il mandato

Israele ha respinto con fermezza la decisione della Corte. Netanyahu ha definito le accuse “assurde e false”, accusando l’organismo di essere politicizzato e antisemita. Il presidente Isaac Herzog ha parlato di un “giorno buio per la giustizia”, mentre il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha proposto di rispondere estendendo la sovranità israeliana sulla Cisgiordania. L’opinione pubblica e la politica israeliana si sono schierate compatte nel rigettare la sentenza, considerata un attacco alla sovranità del Paese.

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Palestina: giustizia per le vittime

I rappresentanti palestinesi hanno accolto con favore il mandato, considerandolo un primo passo verso la responsabilità internazionale. Husam Zomlot, ambasciatore palestinese nel Regno Unito, ha descritto la decisione come una vittoria per l’ordine internazionale e le organizzazioni per i diritti umani palestinesi hanno definito il mandato “una luce di speranza per le vittime di Gaza”.

Stati Uniti: un muro di sostegno a Israele

Gli Stati Uniti si sono opposti fermamente al mandato. Il presidente Joe Biden ha definito la decisione “scandalosa” e ha riaffermato il supporto incondizionato a Israele, dichiarando: “Non c’è equivalenza tra Israele e Hamas”. Anche il senatore Lindsey Graham, vicino a Donald Trump, ha chiesto nuove sanzioni contro la Cpi.

La futura amministrazione Trump, secondo fonti di Washington, starebbe valutando di imporre sanzioni contro la Corte, in particolare contro il procuratore capo Karim Khan. Mike Waltz, consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, ha promesso una risposta forte contro quello che ha definito “il pregiudizio antisemita della Cpi”.

L’Europa tra principi e pragmatismo

Nell’Unione Europea, le reazioni sono state variegate. L’Alto rappresentante Josep Borrell ha invitato gli Stati membri a rispettare la decisione della Cpi. Tuttavia, alcuni Paesi hanno assunto posizioni ambivalenti.

In Italia, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sottolineato che la sentenza sarà valutata con gli alleati, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito il mandato “sbagliato” ma ha precisato che l’Italia, aderendo allo Statuto di Roma, sarebbe obbligata ad applicarlo. Divisioni interne emergono anche dai partiti: il Partito democratico ha sostenuto il rispetto della decisione, mentre la Lega l’ha criticata come “filo-islamica”. Salvini ha dichiarato: «Se Netanyahu viene in Italia è il benvenuto, i criminali di guerra sono altri» e poi ha aggiunto che la premier Meloni avrebbe trovato «una sintesi tra le diverse posizioni dei membri dell’esecutivo». Il M5S ha chiesto un embargo sulle armi verso Israele.

Il primo ministro ungherese Viktor Orban ha offerto un sostegno esplicito a Netanyahu, invitandolo in Ungheria per garantire che il mandato non avrà effetto.

La Francia e il Regno Unito hanno dichiarato il loro rispetto per la Cpi, ma non hanno confermato se arresteranno Netanyahu in caso di visita. In Belgio, invece, il governo ha sottolineato l’importanza della lotta all’impunità, dichiarando pieno sostegno alla Corte.

La Svezia, attraverso il ministro Maria Malmer Stenergard, ha confermato il supporto alla Corte e alla sua indipendenza. Similmente, Irlanda e Norvegia hanno espresso fiducia nel ruolo del tribunale, chiedendo di procedere nel rispetto dei più alti standard del giusto processo.

Fuori dall’Europa

Dall’America Latina, il presidente argentino Javier Milei ha duramente criticato la Cpi, accusandola di ignorare il diritto di Israele all’autodifesa contro Hamas e Hezbollah.

Il Sudafrica, al contrario, ha appoggiato con forza la decisione, definendola un passo significativo verso la giustizia per i crimini di guerra.

La Cina ha mantenuto una posizione prudente, chiedendo alla Cpi di adottare un approccio “oggettivo” nel trattare casi così complessi.

Le Nazioni Unite

Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha ribadito il rispetto per l’indipendenza della Cpi, evitando di entrare nel merito delle implicazioni politiche della decisione. Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Palestina, ha definito il mandato un “momento di euforia” per le vittime dei conflitti a Gaza, lodando il lavoro delle organizzazioni per i diritti umani.

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