Le reti fantasma infestano i fondali marini
Un consorzio finanziato con fondi Pnrr ha mappato, tra Sicilia, Campania, Puglia, Marche e Veneto una superficie pari a 200 campi da calcio e recuperato 14 tonnellate di rifiuti (reti da pesca e attrezzi). Cecilia Silvestri (progetto GhostNets): «Ci occupiamo anche del riciclo dei materiali. In alcuni casi, attraverso il processo di pirolisi, diventano combustibile per la produzione di energia»
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Quattordici tonnellate di reti fantasma recuperate, una superficie mappata pari a 200 campi di calcio e bonificata pari a 50. E poi un modello da replicare anche nell’intero quadro del Mediterraneo. Non un traguardo ma un punto di partenza, quello del progetto GhostNets, durato cinque anni e finanziato con i fondi del Pnrr Mer (Marine Ecosystem Restoration), finanziato con 400 milioni di euro e portato avanti dall’Ispra che «ha affidato agli operatori economici Fondazione Marevivo, Castalia Consorzio Stabile e CoNISMa, Consorzio nazionale interuniversitario per le scienze del mare, nell’operazione GhostNets, il recupero di reti e attrezzi da pesca abbandonati o persi accidentalmente in mare». «Il programma è stato chiuso a giugno come previsto - sottolinea Cecilia Silvestri, ricercatrice responsabile del progetto GhostNets, relativo proprio alle reti fantasma -, avevamo 400 milioni e 4,7 sono stati dedicati proprio al recupero delle reti fantasma». Nel percorso anche la costruzione di una nave e tutta la strumentazione necessaria per mappare e campionare i fondali sino a 4mila metri di profondità. Il programma prevedeva interventi per il ripristino e la protezione di habitat marini, il rafforzamento del sistema nazionale di osservazione degli ecosistemi marini e costieri e la mappatura degli habitat costieri e marini di interesse conservazionistico nelle acque italiane.
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«L’attività ha riguardato la campionatura di un’area che si estende per più di 200 campi di calcio, luoghi in cui è stata fatta una valutazione sullo stato di compromissione - aggiunge - nella fase successiva si è provveduto poi alla bonifica e in qualche caso al ripristino». Dopo il censimento delle aree, le operazioni hanno riguardato 20 zone marine. Si è passati dalla Sicilia, Siracusa, Avola e Milazzo a Chioggia, continuando con le coste del Napoletano in Campania, Lazio e Puglia, Marche ed Emilia Romagna. Poi il Mar Piccolo di Taranto e Parco Sommerso di Gaiola dove «60.000 metri quadrati di fondale marino sono stati ispezionati, oltre 30 reti fantasma lunghe fino a 260 metri (pari all’incirca a un grattacielo di 100 piani) recuperate a una profondità di 40-60 metri». Non è tutto. «Sono state ripulite aree che hanno un’estensione pari a 50 campi di calcio - aggiunge ancora la ricercatrice - ossia, 360mila metri quadrati». «Dall’esame di quanto prelevato», aggiunge, «è emerso che l’86% dei rifiuti presenti sul fondo del mare deriva da attività di pesca. Stiamo parlando di 14 tonnellate prelevate da 20 siti».
E poi lo smaltimento che guarda all’economia circolare. Per le reti fantasma e gli altri rifiuti recuperati si apre una strada a due corsie. «Nella prima si segue un percorso teso al recupero dei materiali, proprio seguendo il percorso dell’economia circolare vengono trattate e la materia prima viene recuperata», dice ancora la ricercatrice, «mentre altre attraverso il processo di pirolisi diventano combustibile per la produzione di energia». Ora inizia un nuovo percorso che parte anche con l’unità navale dotata di apparecchiature tecnologiche in grado di mappare e campionare i fondali fino a 4mila metri di profondità, oltre che una strumentazione acustica ad altissima risoluzione. «L’attività che è stata eseguita - aggiunge - può essere replicata ovunque, perché questo lavoro è il più completo e aggiornato dell’intero bacino del Mediterraneo dove altre iniziative vengono portate avanti, non in maniera così strutturata. Pensiamo alla Spagna, Grecia e Francia oltre alle numerose associazioni e al Cnr». Nello specchio del Mediterraneo operano, come sottolinea l’esperta, soprattutto organizzazioni no profit. In Grecia c’è Enaleia organizzazione sociale e ambientale che riesce a far partecipare i pescatori locali per rimuovere rifiuti e attrezzi da pesca dai fondali e dalle coste. In Spagna Fundación Oceanogràfic e la Fundación Azul Marino. La storica campagna Mare Nostrum interessa la Francia dove c’è Sea Shepherd France e poi l’associazione con sede a Marsiglia Palana Environnement. Iniziative anche in Marocco dove vengono portati avanti progetti di cooperazione internazionale che coinvolgono i pescatori locali.
E proprio i giorni scorsi i ricercatori del Cnr Irbi, impegnati nella campagna acustica denominata Medias 2026 (temporaneamente sospesa) hanno individuato e recuperato una enorme rete derivante di 4 tonnellate nelle acque di Termini Imerese. Il fenomeno delle reti fantasma è finito al centro di numerosi progetti, compreso quello del Green Plasma, promosso dall’università politecnica delle Marche che prevede una tecnologia in grado di trattare fino a 100 chilogrammi di plastica marina non riciclabile al giorno, trasformandola in syngas, un gas combustibile ricco di idrogeno impiegabile per generare elettricità, direttamente nei porti e nelle aree di raccolta.

