Le sottigliezze dell'altruismo. Perché è sempre necessario imparare a riconoscerlo?
Considerato da solo, uno qualsiasi di questi fattori potrebbe indurre qualcuno a trascurare la realtà del diffuso altruismo. Operando congiuntamente, finiscono per accecare anche gli osservatori più sofisticati
di Vittorio Pelligra
6' di lettura
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Il comportamento altruistico è molto più diffuso di quanto non sembri a prima vista. Il fatto è che, spesso, fatichiamo a riconoscerlo. C'è qualcosa nel suo modo di manifestarsi e nella nostra cultura che ci rende difficile individuarlo chiaramente. Si trova sulla stessa linea Lynn Stout quando nel suo interessante Cultivating conscience: how good laws make good people (Princeton University Press, 2011) afferma: “A quanto pare, un numero sorprendente di fattori contribuisce a rendere difficile per noi riconoscere il comportamento altruistico nella vita di tutti i giorni, anche quando accade sotto il nostro naso – e continua - Considerato da solo, uno qualsiasi di questi fattori potrebbe indurre qualcuno a trascurare la realtà del diffuso altruismo. Operando congiuntamente, finiscono per accecare anche gli osservatori più sofisticati” (p. 54).
Li analizzeremo uno per uno: un certo numero nell'articolo di oggi, i restanti la prossima domenica. La prima questione da considerare è filosofica: si tratta della distinzione tra “motivazioni” e “atti” altruistici. Un'azione altruistica, infatti, può essere motivata da molti fattori differenti alcuni dei quali sembrano decisamente altruistici, altri invece puramente egoistici. Quando facciamo qualcosa di buono per gli altri anche a costo di un sacrificio personale potremmo, per esempio, solo cercare di non sentirci troppo in colpa per quanto siamo stati fortunati nella vita davanti a chi, invece, non ha avuto meno fortuna; potremmo anche solo andare alla ricerca di quella indefinibile ma piacevole sensazione che proviamo quando siamo buoni, quello che gli americani chiamano “warm glow”; ancora potremmo, in ossequio alla scommessa di Pascal, fare la nostra parte di sacrifici qui sulla terra nella convinzione di una ricompensa ultraterrena; oppure, infine, potremmo più semplicemente essere genuinamente interessati al benessere degli altri e a volerli aiutare senza nessun altro secondo fine.
Il fatto che spesso le motivazioni che ci spingono ad atti altruistici possono apparire egoistiche, da una parte rende meno salienti quelle veramente altruistiche e, dall'altra, getta un'ombra di sospetto sui comportamenti altruistici che ci appaiono, per questo, meno genuini e sinceri. Ma il fatto che le motivazioni che ci hanno spinto ad agire per promuovere il benessere di qualcun altro possano non essere indubitabilmente altruistiche, questo non implica che, in concreto, il nostro comportamento non lo sia. Quando sacrifichiamo il nostro benessere materiale per aiutare qualcun altro, il nostro atto è oggettivamente altruistico. Chiosa a proposito sempre la Stout: “Per il regolatore o il politico, non importa se sono sentimenti ‘egoistici' a spingere le persone a mantenere le promesse, seguire le regole e aiutare gli altri. Ciò che conta è che mantengano le promesse, seguano le regole e aiutino gli altri, anche quando hanno pochi o nessun incentivo esterno a farlo. Non abbiamo bisogno di comprendere appieno il funzionamento della coscienza per studiare e valutare come influisce sul comportamento” (p. 55).
Una seconda questione riguarda il legame tra comportamento altruistico e moralità. La ricerca di motivazioni genuinamente altruistiche ci indirizza spesso verso codici morali, divieti, obblighi, prescrizioni religiose, nella forma di “questo si fa, questo non si fa”. Questo presunto fondamento morale del comportamento altruistico non sembra, però, rendere un buon servizio alla causa. In fin dei conti viviamo in una cultura dove il concetto tradizionale stesso di moralità è screditato. La morale è cultura, nella opinione prevalente e, così come esistono innumerevoli culture differenti, allo stesso modo dobbiamo lasciare spazio a innumerevoli morali differenti, non di rado in conflitto tra di loro. Il relativismo e il pensiero debole non hanno bisogno di fondamenta solide su cui elevarsi neanche in ambito sociale. È possibile un'etica senza morale, così come un pensiero disincarnato ed una vita buona senza basi condivise. Questo discorso, credo oggi prevalente almeno nella vecchia Europa, nasconde però alcuni fatti noti e accertati. C'è qualcosa che ci lega, in fondo, che ci accomuna e che ci rende uguali.
L'antropologo Donald Brow li chiama “universali umani” (human universals). Li definisce così: “Gli universali umani – ne sono stati identificati centinaia – consistono in quelle caratteristiche della cultura, della società, della lingua, del comportamento e della mente che, alla luce della documentazione esaminata, si trovano in tutte le popolazioni note all'etnografia e alla storia (…) In ambito sociale – per esempio - gli universali includono aspetti come la divisione del lavoro, i gruppi sociali, i sistemi di parentela, l'etnocentrismo, il gioco, lo scambio, la cooperazione e la reciprocità” (“Human Universals, Human Nature & Human Culture”. Daedalus 133(4), 2004, pp. 47-54). Sono questi universali gli elementi costitutivi delle differenti culture, quelli che ne hanno consentito, nel tempo, la diversificazione. Conclude sempre Brown: “Gli universali umani innati continuamente strutturano in maniera pervasiva la cultura umana. Nella misura in cui è così, noi dovrebbe essere in grado di fare una sorta di ingegneria a ritroso rispetto a caratteristiche della società o della cultura che ci permetta di scomporle nei loro elementi basilari e farci risalire alle loro radici, a quegli aspetti della natura umana da cui hanno avuto origine” (p. 53).







