Lo spirito di Gucci fra identità e fatturato, la nuova energia di Moschino
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Il sistema della moda vive una fase di rallentamento. I marchi non crescono come dovrebbero, o decrescono drammaticamente. Bisogna vendere. Con lo humor cinico e ficcante che lo caratterizza, Demna decide allora di ambientare il suo secondo show milanese per Gucci in un negozio, completo di mercanzia appesa, privé inaccessibile riservato ai very important client (in questo caso, Anna Wintour, Jannik Sinner e compagnia), e stuolo di commessi reclutati all’uopo nella boutique di Montenapoleone. La scelta è di per sé una chiosa sul presente, una riaffermazione delle priorità impellenti. Il racconto di Demna è forse più sottile e filosofico, ma questo non cancella la brutalità lapalissiana dell’intento.
Chiedilo al Sole
Il negozio per lui è un luogo in cui si incrociano persone e storie, «perché – afferma – Gucci è uno spazio di possibilità dove chiunque può diventare ciò che sceglie di essere». La collezione muove tra aspirazione e massificazione, tra elite e generalismo. Porta il segno di Demna nella distorsione dei dettagli – spalle aguzze, punte di mocassini squadrate – innestata su capi e archetipi di facile accesso, addirittura banali. Gucci, insomma, come guardaroba di tutti, dalla sciura al taccheggiatore. Quindi, potenzialmente, di nessuno.
Moschino per la gente è la linea di pensiero che guida Simone Rizzo e Loris Messina nella reinvenzione del marchio. PRONTOMOSCHINO? lanciano nella cartella stampa-manifesto. Alla lettera: la sfilata è un incrocio di due correnti, quella discendente con i modelli, quella ascendente con quattrocento figuranti presi a far le loro cose, come passanti per strada. È una trovata di forte impatto, tipica dei due giovani creativi, comunicatori infallibili. Ma è una trovata pericolosa: molte delle persone vere, vestite delle loro cose, sono più interessanti degli indossatori.
Il Moschino di Rizzo e Messina infatti parte bene, senza ironie e slogan di maniera, con molto colore e grande freschezza, ma per essere for the people è ancora un po’ forzatamente moda, un po’ troppo occhieggiante a tropi ormai diventati cliché dell’avanguardia, come le crinoline iper drappeggiate alla Loewe di Anderson. È un inciampo: la teoria c’è, l’energia pure, adesso ci vorrà un po’ di quel realismo lisergico che ai due viene tanto bene.
C’è una rassicurante schiettezza nell’approccio di Matteo Tamburini per Tod’s: un agire fluido, spontaneo eppure profondamente pensato, che nasce dalla consapevolezza di dove si trova come direttore creativo, di quali sono le sue possibilità espressive, di quale è il suo pubblico di riferimento. Un limite, forse, ma di quelli che non limitano. Usando un misto quanto mai personale di sedizione e misura, Tamburini scompiglia il classico - italiano solo per forzatura narrativa, cosmopolita nel profondo - con gesti che imprimono un segno personale, e fa centro. Mette insieme codici che appartengono a mondi diversi, senza cercare di risolverne le differenze; elide e mescola categorie, perché questo è un tempo liquido.







