Gli studi

Longevità: come arrivare fino a 100 anni. Ecco cosa dice davvero la scienza

La ricetta non è un miracoloso elisir di lunga vita, ma la somma di tante piccole resilienze — genetiche, metaboliche, comportamentali — che, tutte insieme, fanno l'impresa

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Nel momento in cui la sostenibilità del nostro welfare è sempre più in crisi, tanto da costringere a misure impopolari come alzare sempre più l'asticella dell'età pensionabile, sottraendo preziosi mesi al meritato riposo dei “ragazzi della silver economy”, la scienza sembra essersi accorta dell'urgenza di trasformarci tutti in tanti Matusalemme, possibilmente in buona salute. Ma intanto, il professor Gilles Allali del CHUV (Leenaards Memory Center dell'Ospedale Universitario di Losanna) assicura che il nostro cervello può continuare a svilupparsi anche in età avanzata. A patto – appunto - di non mandarlo in pensione, ma di continuare a stimolarlo. E questo è già un primo concreto consiglio concreto.

Gli studi anti-aging più avanzati

E il 2026 sarà ricordato come l'anno che ha fatto segnare una grande svolta nelle ricerche sulla longevità con l'avvio degli studi first in human sulla riprogrammazione cellulare epigenetica. È il caso del trattamento di un paziente affetto da glaucoma con i cosiddetti fattori di Yamanaka (lo scienziato giapponese è sulla copertina di TIME di agosto) per ringiovanire le cellule dell'occhio danneggiate.

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Proprio in questi giorni poi, un consorzio guidato dal Mount Sinai di New York ha pubblicato su riviste del gruppo Nature la mappa genetica cerebrale più dettagliata mai realizzata: 6,3 milioni di cellule da quasi 1.500 donatori, sani e malati. Il risultato più sorprendente è che il cervello invecchia a scatti, e non gradualmente. Tre i momenti di snodo individuati: dopo un rapido rimodellamento nella prima infanzia, subentra un periodo di lunga stabilità dai 24 anni in poi, mentre dopo i 60 si verifica un vero e proprio tsunami di cambiamenti molecolari. È qui che le cellule immunitarie del cervello smettono di seguire l'orologio circadiano e iniziano a muoversi al ritmo dettato da stress e infiammazione. Incrociando i dati, i ricercatori hanno scoperto che Alzheimer, Parkinson e schizofrenia condividono alcuni meccanismi molecolari comuni, pur mantenendo “firme” cellulari specifiche; un indizio prezioso per sviluppare terapie più mirate contro malattie finora considerate distanti tra loro.

Qualche mese fa un altro studio monster pubblicato su Cell, analizzando 500 campioni di tessuti umani, aveva stabilito che lo spartiacque, la boa molecolare dell'invecchiamento, il ‘nel mezzo del cammin di nostra vita', fossero i 50 anni; da questa età in poi l'invecchiamento mette il turbo a livello delle proteine (i ‘mattoncini' dell'organismo) e i primi a dimostrare i segni dell'età sono i vasi sanguigni.

E ad attirare i cervelli provvede anche una ricca competizione a tema anti-aging. Si chiama XPRIZE Healthspan ed è una sorta di gara globale tra i migliori cervelli della scienza della longevità. La giuria di oltre una dozzina di esperti, negli ultimi anni ha selezionato le proposte scientifiche più promettenti su come allungare la vita, migliorandone la qualità. A luglio la short list dei finalisti si è ristretta a 10 squadre, ognuna delle quali ha ricevuto un milione di dollari per avviare test avanzati sul proprio progetto, nei prossimi quattro anni. Per la proclamazione del team vincitore bisognerà invece attendere il 2030.

Tornare con i piedi per terra

Ma nonostante questo boom di ricerche anti-aging, Pawel Kordowitzki e Kejun Ying in un commento pubblicato di recente su Aging (gruppo Nature) riportano tutti coi piedi per terra, ricordando che al momento non è possibile (né scientificamente appropriato) dare consigli fondati su come arrivare al secolo di vita. Allo stesso tempo, uno studio multiomico di Santos-Pujol e colleghi pubblicato sullo stesso numero del giornale, smentisce l'assunto ciceroniano che “la vecchiaia è di per sé una malattia”. Non è vero insomma che gli anni che passano debbano necessariamente essere gravati da acciacchi a non finire: una donna, riconosciuta come la persona più longeva al mondo (117 anni e 168 giorni, scomparsa nell'agosto 2024), ribalta questa narrazione: età estrema e cattiva salute non vanno affatto a braccetto. Anzi, chi vive più a lungo tende ad essere anche chi sta meglio.

Il punto dunque non è come “sfuggire” all'invecchiamento, ma come mantenere una straordinaria resilienza contro le malattie che normalmente lo accompagnano. E la ricetta, se di questo si può parlare, non è trovare un singolo interruttore genetico magico, quanto completare un puzzle di fattori protettivi che si potenzino a vicenda.

Una ricetta anti-aging concreta e l'esempio di un premio Nobel

Molto importante è partire col piede giusto. Il primo tassello è genetico: varianti protettive per cuore, cervello, sistema immunitario e mitocondri, ma anche l'assenza di mutazioni dannose, più che la sola presenza di quelle “buone”. Il secondo è il metabolismo: contenere l'infiammazione cronica ai minimi storici, gestire i lipidi in modo efficiente, popolare il proprio intestino di una flora batterica “ringiovanita” (preziosi i probiotici come i bifidobatteri) e rimettere le lancette dell'orologio epigenetico, così da fargli segnare un'età biologica più giovane di quella anagrafica.

Ma soprattutto non vanno trascurate le sane abitudini di vita, quelle condivise da tutte le celebri Blue Zone del pianeta (Okinawa, Ikaria, Sardegna, Nicoya, Loma Linda): diete ricche di verdure, legumi, cereali integrali, molto poco processate; attività fisica non da palestra ma come abitudine quotidiana, tra fare l'orto, camminare e non sottrarsi ai lavori manuali; il premio Nobel per la Medicina Shinya Yamanaka, uno dei ricercatori più influenti nel campo dell'anti-aging, ad esempio dà il buon esempio facendosi una corsetta ogni mattina, prima di chiudersi in laboratorio. Non a caso molti scienziati ritengono i muscoli l'organo della longevità. Molto importante è anche curare l'igiene del sonno, coltivare legami sociali solidi e un forte senso di comunità, che funzionano tutti come un prezioso scudo anti-stress (anche lo stress “infiamma”…).

L'aspetto più affascinante, però, è forse questo: longevità estrema non significa rimandare l'invecchiamento. L'ultracentenaria di cui sopra presentava comunque i classici segni del tempo — telomeri accorciati, mutazioni delle cellule staminali del sangue, un sistema immunitario “invecchiato”. Solo che, in parallelo, il suo organismo aveva mantenuto intatte una serie di difese molecolari e funzionali capaci di neutralizzarne gli effetti. Insomma un solido equilibrio tra logorio e protezione, più che un'eterna giovinezza, come quella ottenuta dagli anziani del film Cocoon, immergendosi in una piscina con bozzoli alieni. La ricetta della longevità non è un miracoloso elisir di lunga vita, ma la somma di tante piccole resilienze — genetiche, metaboliche, comportamentali — che, tutte insieme, fanno l'impresa.

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