Le frontiere

Lsd e psichedelici: una svolta nella cura dell'ADHD o una illusione?

Una recente revisione pubblicata su International Journal of Molecular Sciences ha acceso i riflettori su una possibilità sorprendente: gli psichedelici

di Maria Rita Montebelli

ADHD.  Stepan Popov - stock.adobe.com

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Tutti lo conoscono per la sigla, ADHD, e il suo nome completo, Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività, racchiude alcune caratteristiche salienti di questa condizione. Ma è pur vero, che ridurre l'ADHD a semplice distrazione o iperattività è un errore grossolano. Sempre più neuroscienziati lo descrivono come un complesso disturbo della regolazione mentale: un cervello che fatica a gestire attenzione, impulsi, motivazione in modo stabile e produttivo. E può riguardare tanto i bambini quanto gli adulti.

Anche le terapie disponibili hanno limiti evidenti. Oggi il trattamento si basa soprattutto su farmaci come il Ritalin, insieme a psicoterapia cognitivo-comportamentale e a percorsi psicoeducativi. Ma la ricerca guarda già oltre. E una recente revisione pubblicata su International Journal of Molecular Sciences ha acceso i riflettori su una possibilità sorprendente: gli psichedelici.

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Perché entrano in scena LSD e psilocibina

Da anni gli esperti di ADHD concentrano l'attenzione su dopamina e noradrenalina, i neurotrasmettitori che aiutano il cervello a mantenere concentrazione, autocontrollo e continuità nelle attività quotidiane. Quando questi sistemi funzionano male, compaiono sintomi molto familiari a chi vive con l'ADHD: mente che vaga di qua e di là continuamente, difficoltà a concentrarsi, ricerca costante di stimoli immediati ed enorme fatica nello svolgere attività ripetitive o poco gratificanti.

Negli ultimi anni però i ricercatori hanno iniziato ad attenzionare anche un altro possibile protagonista: la serotonina. Ed è qui che entrano in scena LSD, psilocibina e ayahuasca.

Sì, proprio le sostanze associate alla cultura psichedelica che ha influenzato artisti e icone della musica, dai The Beatles ai Pink Floyd, fino ad arrivare a Steve Jobs (che certo musicista non era), che definì l'LSD una delle esperienze più importanti della sua vita.

Il “rumore mentale” dell'ADHD

Queste sostanze agiscono su specifici recettori della serotonina e sembrano modificare temporaneamente il modo in cui diverse aree del cervello comunicano tra loro.

Uno dei bersagli principali degli psichedelici è il cosiddetto Default Mode Network, la rete cerebrale che si attiva quando la mente vaga senza una meta precisa ed è alla base del cosiddetto dialogo interiore, dei pensieri automatici (quelli che affiorano dalla mente come bolle sulla superficie dell'acqua), del flusso mentale continuo.

Secondo alcune ricerche, nelle persone con ADHD questa rete potrebbe essere troppo invasiva, rendendo difficile spegnere il ‘rumore di fondo' interno, per concentrarsi sul mondo esterno.

Gli psichedelici sembrano invece riuscire, almeno temporaneamente, a ridurre l'attività di questa rete e aumentare la comunicazione tra le aree coinvolte nell'attenzione e nel controllo cognitivo. Alcuni neuroscienziati attribuiscono a queste sostanze addirittura la capacità di operare una sorta di ‘reset' cerebrale.

Il microdosing di sostanze psichedeliche: una nuova frontiera terapeutica?

Da questa idea nasce l'idea del microdosing: la somministrazione di dosi molto basse di LSD o psilocibina, troppo piccole per provocare vere allucinazioni ma, almeno in teoria, sufficienti a migliorare concentrazione, creatività e produttività.

E in rete, è tutto un florilegio di racconti entusiastici, soprattutto tra professionisti, studenti e persone con ADHD. Il microdosing di psichedelici conferirebbe ai suoi utilizzatori maggiore lucidità e motivazione, riducendo il caos mentale.

I risultati ambigui degli studi più rigorosi

Ma è veramente tutto oro quel che luccica sui social e nei blog? Quando la scienza ha provato a verificare questi effetti con i suoi strumenti rigorosi, l'entusiasmo si è un po' spento e il quadro complessivo è diventato molto più incerto.

Gli studi più rigorosi hanno prodotto risultati ambigui. E nelle ricerche controllate, chi assume microdosi di psichedelici spesso migliora alla stessa stregua di chi prende un placebo (un esempio lampante dell'effetto placebo, appunto).

Questo significa che aspettative, entusiasmo, autosuggestione e cambiamenti nello stile di vita potrebbero spiegare una parte importante dei benefici ‘percepiti', legati all'assunzione degli psichedelici.

In altre parole, le testimonianze online sono una cosa, ma non bastano certo a dimostrare che gli psichedelici funzionino davvero contro i sintomi principali dell'ADHD.

Come ti rendo il cervello più “plastico”

Eppure l'interesse scientifico sugli psichedelici resta altissimo, soprattutto per un altro possibile effetto di queste sostanze: la neuroplasticità.

In laboratorio, LSD e compagni sembrano favorire la formazione di nuove connessioni tra neuroni, rendendo il cervello temporaneamente più flessibile e adattabile, più ‘plastico' appunto. Per questo alcuni ricercatori considerano gli psichedelici dei ‘psychoplastogen', sostanze capaci di promuovere il rimodellamento cerebrale.

E dunque l'ipotesi che ne scaturisce è affascinante: gli psichedelici non possono ‘curare' direttamente l'ADHD, ma forse potrebbero aiutare il cervello a uscire da schemi mentali rigidi, migliorando regolazione emotiva, apprendimento e adattamento.

Certo, anche questa ipotesi resta ancora tutta da verificare e i ricercatori invitano alla prudenza. Le prove disponibili sono ancora limitate, molti studi sono effettuati su pochi partecipanti e spesso si basano su racconti soggettivi. E, come visto, quando gli esperimenti diventano davvero rigorosi, gli effetti degli psichedelici tendono a ridimensionarsi.

Per ora quindi, LSD, psilocibina e ayahuasca non devono essere considerati terapie validate per l'ADHD. Restano tuttavia una delle frontiere più affascinanti delle neuroscienze contemporanee: un enorme laboratorio aperto su come il cervello regoli attenzione, emozioni e coscienza.

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