Violenza di genere

Lucia Annibali: «Investire nell’educazione al rispetto delle nuove generazioni»

Allo Stato l’avvocatessa chiede più controlli e più fondi per la prevenzione

di Camilla Curcio

4' di lettura

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Secondo gli ultimi dati Istat, il 31.5% delle donne tra 16 e 70 anni ha subito abusi fisici o sessuali nel corso della sua vita. E nel 2024 nei 98 femminicidi registrati finora dal Viminale, 84 sono state le vittime uccise in contesti familiari o affettivi, di cui 51 per mano di partner o ex partner.

Di violenza di genere e strategie per contrastarla si è parlato oggi, al Centro convegni Cariplo di Milano, in occasione della 12esima edizione del premio Fondazione Asilo Mariuccia. Nella cornice dell’evento «Panchine rosse. Voci, progetti e azioni contro la violenza di genere», l’associazione - da 120 anni in prima linea nell’assistenza a donne vittime di violenza e minori stranieri non accompagnati - ha annunciato una serie di iniziative (l’apertura di due case rifugio a indirizzo segreto a Milano e di un centro antiviolenza accreditato da Regione Lombardia, e l’avvio di un progetto di empowerment con percorsi formativi e di ricerca lavoro) e conferito la sua storica onorificenza all’avvocatessa e deputata Lucia Annibali in nome di un impegno sul tema dedicato, soprattutto, ai giovani.

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«La violenza maschile è ancora troppo diffusa, soprattutto dentro casa dove di solito vivono anche i bambini», chiosa Annibali. «Non è un fenomeno emergenziale ma una forma di prevaricazione violenta e strutturata che non può essere affrontata solo dal punto di vista securitario, quindi aumentando le pene o creando nuovi reati, ma occorre lavorare sulla costruzione di una diversa consapevolezza sociale, a partire dalle nuove generazioni».

Più fondi per la prevenzione

In un quadro come quello attuale, dove il gender gap (soprattutto sul lavoro e nei compensi) non si riduce, gli strumenti legislativi - dal Codice rosso al braccialetto elettronico - sembrano ancora poco risolutivi e i fondi stanziati insufficienti, dalle istituzioni servono passi concreti. E l’intenzione di trasformare gli slogan in azioni mirate. «Bisogna aumentare i controlli e agire preventivamente, formando le forze dell’ordine nel riconoscere i casi di violenza quando ancora non sono stati acclarati», chiarisce Annibali. «Questo comporta, da parte dello Stato, un investimento consistente ma necessario, incrementando le risorse economiche verso strumenti di deterrenza, penso ai braccialetti. E mantenendo alta la consapevolezza verso il problema con campagne di sensibilizzazione e informazione che durino 365 giorni».

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Educare le nuove generazioni

Divulgazione e dialogo devono diventare bussole anche nell’approccio con i ragazzi. Un target che, dati alla mano, è sempre più esposto al problema. E sempre meno educato al consenso. «Ognuno di noi deve impegnarsi per migliorare la struttura della società, favorendo soprattutto tra i giovani una diversa consapevolezza sul significato di amore e rispetto verso l’altro sesso. Volere il bene di una persona non significa agire in una logica di controllo e di possesso». Ed è in questo perimetro che conta la sinergia di tutti i profili coinvolti: «In termini di responsabilità educativa, si tende spesso a ragionare per compartimenti stagni. E invece è fondamentale che scuola, famiglia, tutti gli attori che fanno parte della società operino secondo logiche comuni. Dobbiamo avere lo stesso obiettivo: promuovere la parità e contrastare qualsiasi forma di abuso».

Una regolamentazione normativa più stringente del web - dove ogni giorno emergono nuove forme di violenza - può essere utile ma non basta a erodere il retaggio culturale. «La violenza, in qualunque forma, trova terreno fertile in contesti sociali dove i valori di riferimento non si sono evoluti», sottolinea Annibali. «Disciplinare e attualizzare gli strumenti di comunicazione moderni è una forma di tutela ma non risolve il comportamento prevaricatore. C’è bisogno di innestare, soprattutto tra i ragazzi, una consapevolezza che rimetta al centro valori fondamentali come il rispetto per gli altri. Non ho mai creduto che la violenza contro le donne potesse essere fermata solo con la messa in atto di strumenti specifici: serve lavorare su una diversa concezione della società, ancora troppo maschile nei pensieri prima che nelle azioni».

Partendo, ad esempio, dall’eradicare la disparità nel contesto professionale, che può alimentare e incancrenire forme di violenza silenti ma ugualmente subdole come quella economica.

Il ruolo della rete sociale

In questo percorso di formazione al rispetto e verso la ricostruzione di una mentalità soffocata dagli stereotipi, i mezzi di informazione hanno un ruolo chiave. «Le vittime non devono essere lasciato sole. Ci sono i centri antiviolenza, le case rifugio, una rete sociale che funziona e che è in grado di aiutare le persone più fragili», aggiunge Annibali. «Serve comunicarlo, serve dare spazio a chi è riuscito a superare momenti difficili, trovando una nuova dimensione di vita».

Il network di operatori e strutture che le affiancano nel ritrovare la propria indipendenza, aiutandole ad esempio a trovare opportunità di lavoro per ripartire, fa la differenza. E merita di essere valorizzato. «Qualunque donna vittima di violenza ha il diritto di riscattarsi, partendo dall’affermazione di se stessa e dei propri talenti, personali e professionali», conclude l’avvocatessa. «Ma è altrettanto importante che sia supportata e incentivata a riprendere in mano la propria vita, cambiata irrimediabilmente ma con nuove possibilità di rinascita. E in questo senso il lavoro che ogni giorno svolgono gli educatori della Fondazione Asilo Mariuccia, al fianco di mamme con bambini e minori non accompagnati, rappresenta un esempio virtuoso».


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