Il reportage

Madonie, dal coworking ai nomadi digitali: un nuovo modello per le aree interne

Dalla struttura cresciuta dal basso alla prima Nomad Residency: da Castelbuono un progetto che prova a trasformare lavoro distribuito, accoglienza e community in una leva stabile di sviluppo

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Il primo effetto arriva quasi fuori programma, tra una chiacchiera e l’altra. Nei tre giorni della Madonie Nomad Residency almeno un paio di imprenditori presenti a Castelbuono hanno chiesto informazioni sugli immobili in vendita e manifestato l’intenzione di approfondire possibili investimenti. Non ci sono ancora operazioni concluse, ma il segnale racconta bene la domanda che attraversa l’esperimento madonita: una presenza temporanea può trasformarsi in una relazione stabile con un territorio?

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Alla fine dei tre giorni la sensazione è di avere assistito al tentativo di costruire attorno a esperienze che già funzionano un progetto territoriale più ambizioso. Le parole sono quattro: accoglienza, lavoro distribuito, comunità, sviluppo. Madonie Nomad Residency, promossa da So.Svi.Ma., con Collesano Comune capofila, e organizzata da Empeeria con il supporto di Destination Italia, ha riunito oltre 200 iscritti. Quasi la metà ha seguito l’esperienza per tutti e tre i giorni: 22 Comuni madoniti rappresentati, professionisti e remote worker da 12 regioni italiane e 12 Paesi.

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A Castelbuono il laboratorio esiste già

Castelbuono non parte da zero. Qui il lavoro distribuito è già una realtà. South Working Castelbuono nasce nel 2021 e oggi è gestito da Social Green Hub, associazione cresciuta attorno a una rete di professionisti del territorio. I numeri danno la misura di un fenomeno ormai consolidato: oltre 800 utenti in 5 anni e più di 11mila prenotazioni negli spazi di South Working Castelbuono. Il coworking, dunque, non è semplicemente un servizio per chi occasionalmente lavora dal borgo. È diventato luogo di aggregazione, scambio professionale e costruzione di nuove relazioni, tanto che Social Green Hub definisce la propria missione proprio attraverso il lavoro da remoto e il networking tra professionisti e comunità.: una piccola infrastruttura del lavoro contemporaneo che continua a crescere e ad attrarre professionisti anche dall’esterno. «Castelbuono è da sempre un laboratorio aperto di accoglienza e cultura – dice il sindaco Mario Cicero –. Ospitare la prima edizione di questo Festival conferma la nostra vocazione all’innovazione, mettendo l’identità della nostra comunità a servizio di un percorso di ampio respiro». È questo il primo mattone: la Residency prova ora a capire se ciò che ha funzionato in un paese possa diventare un modello per l’intera area madonita.

Dall’accoglienza alla cittadinanza temporanea

La prima parola è accoglienza, ma non nel significato tradizionale dell’ospitalità turistica. Un professionista che arriva, affitta una casa per qualche settimana, frequenta ristoranti e negozi e poi riparte produce certamente economia. Ma basta per parlare di rigenerazione?

La scommessa è spostare il confine dalla visita alla permanenza, fino a una forma di cittadinanza temporanea.

«Il nomadismo digitale rappresenta una frontiera centrale per la valorizzazione dell’Italia delle meraviglie – dice Dina Ravera, presidente di Destination Italia –. Sostenere Madonie Nomad Residency significa scommettere su un turismo ad alto impatto e a lunga permanenza, capace di generare relazioni autentiche con il tessuto locale».

Il salto verso lo sviluppo avviene però quando quella permanenza produce anche investimenti, competenze e ritorni. «Come Comune capofila abbiamo creduto con determinazione in questa sfida – sottolinea Tiziana Cascio, sindaca di Collesano –. Vogliamo fare in modo che questo evento non resti isolato, vogliamo dare la possibilità di tornare e di restare, oltre la promozione fine a sé stessa del territorio». Per Cascio la componente relazionale deve diventare «il vero volano di comunità per la crescita delle Madonie».

Il lavoro non obbliga più tutti a partire

La seconda parola è lavoro distribuito. Per decenni, per trovare un lavoro qualificato bisognava spostarsi verso i luoghi dove si concentravano imprese e servizi. Il remote working spezza, almeno per una parte delle professioni, questa relazione: si può lavorare per un’impresa di Milano, Londra o Berlino vivendo nelle Madonie.

Significa attrarre professionisti dall’esterno, ma anche consentire a chi è partito di tornare o a chi vive qui di non dover necessariamente andare via.

Il coworking di Castelbuono mostra che una domanda esiste. Il salto di scala richiede però connessioni, abitazioni, mobilità, servizi e luoghi di relazione. Le esperienze internazionali raccontate a Castelbuono indicano anche i limiti. Gonçalo Hall, protagonista del modello di Ponta do Sol a Madeira, stima che solo circa il 20% dei nomadi digitali sia realmente predisposto a vivere in un contesto di villaggio. A Capo Verde l’accessibilità aerea ha penalizzato un progetto promettente; a Pipa, in Brasile, è mancato un luogo fisico attorno al quale costruire la comunità.

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Non basta, insomma, un bel borgo e una connessione veloce.

La comunità è l’infrastruttura più difficile

La terza parola è comunità. Il rischio è creare una bolla di professionisti internazionali separata dai residenti. Il valore nasce invece quando chi arriva collabora con un’impresa locale, condivide competenze, rimette in uso una casa o costruisce relazioni che continuano dopo la partenza.

«Più che chiudere un festival, qui si apre una storia nuova – dice Tony Cirnigliaro, executive director di Empeeria –: si passa da un’accoglienza di pochi giorni a una scelta di vita per il futuro delle Madonie». L’obiettivo, aggiunge, è costruire «un’opportunità concreta che resti e generi valore sul territorio».

Lo sviluppo si misura dopo

La quarta parola è sviluppo, ed è quella che obbliga a misurare i risultati. Le aree interne coprono quasi il 59% del territorio nazionale e contano circa 13 milioni di abitanti; in Sicilia, come in Basilicata, Molise e Sardegna, oltre il 70% dei Comuni rientra in questa classificazione.

Una survey internazionale citata dall’Associazione italiana nomadi digitali indica che il 93% degli intervistati sarebbe disponibile a vivere temporaneamente in un piccolo Comune italiano. A Pontremoli vengono indicati 94 nuovi residenti temporanei dal 2021, 23 dei quali diventati stabili.

Ma attrarre senza governare può produrre l’effetto opposto: aumento degli affitti, gentrificazione, comunità separate. Il nomadismo digitale non è quindi, di per sé, una politica contro lo spopolamento. Può però diventare una leva di un modello di sviluppo che renda nuovamente possibile vivere, lavorare e investire nelle aree interne. È qui che entra la regia territoriale. «Madonie Nomad Residency è la tessera di una strategia più ampia per il futuro delle aree interne – dice Alessandro Ficile, amministratore unico di So.Svi.Ma. –. Non parliamo di un evento estemporaneo, ma dell’avvio di un percorso itinerante pensato per fare rete tra i Comuni, mettere a sistema le risorse locali e dimostrare che le Madonie hanno tutte le carte in regola per attrarre nuove competenze e visibilità internazionale». La bussola, aggiunge, deve essere «l’economia d’intenti e il desiderio di produrre un impatto sociale reale».

Alla chiusura della Residency è stato lanciato il Manifesto Madonie 2026-2028, articolato su sei pilastri, tra cui connettività, servizi abitativi, mobilità e inclusione della comunità locale. La verifica comincia ora.

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