Società

Madri, servono diritti e tutele per rilanciare la natalità in Italia

Dal diritto di scelta all’occupazione femminile, dal cognome materno alla difesa di situazioni di fragilità: l’inverno demografico si combatte con la valorizzazione delle maternità

di Monica D'Ascenzo e Chiara Di Cristofaro

5' di lettura

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Perché è importante parlare oggi dei diritti delle madri? Mai come negli ultimi anni la maternità è stata e – in maniera differente è ancora - al centro del dibattito anche politico: in Italia tiene banco il tema della denatalità e, a cascata, la discussione si sposta su quali possano essere le politiche necessarie e utili affinché il trend venga invertito. Quando si parla di madri, però, lo si fa come componente necessaria allo sviluppo della società e del Paese, ma senza che a questo faccia seguito un’attenzione ai bisogni, ai diritti e alla valorizzazione di chi rappresenta quella componente fondamentale nella realtà. Le mamme diventano quindi un mezzo e non un fine, non sono soggetto ma oggetto di una strategia Paese che chiede maggiore nascite per rispondere all’invecchiamento della popolazione, alla necessità di un ricambio generazionale nella forza lavoro, al sostegno del sistema previdenziale e così via. Le mamme non vengono messe al centro della politica ma sono un elemento collaterale dello sviluppo della nazione.

Lo sguardo andrebbe invece necessariamente ampliato: quanto diventare madre è una scelta che può definirsi totalmente libera e possibile per tutte le donne? Quanto la protezione della maternità, citata nella nostra Costituzione all’articolo 31, è realmente concretizzata nel nostro sistema giuridico e sociale? Quanto siamo ancora legati a una visione della maternità che riguarda solo il periodo della gestazione e della nascita, tralasciando così tutto il resto?

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«Le madri sono state spesso considerate come mezzi e non come fini. I servizi sanitari sono stati indirizzati alle madri con l’obiettivo di favorire la nascita di bambini sani, dimenticando che nella madre vi è anche una donna, la quale ha anch’essa diritto alla salute e alla sopravvivenza. La società ha l’obbligo di garantire il diritto alla vita e alla salute della donna, specialmente quando essa mette a rischio la propria vita per darci la vita» scriveva il professor Mahmoud F. Fathalla, ex direttore alle Nazioni Unite del programma speciale Human Reproduction scomparso nel 2023. Uno sguardo che andrebbe allargato dalla salute al diritto al lavoro, dal riconoscimento sociale (anche attraverso il cognome materno ai figli) alle tutele contro la violenza domestica.

«La maternità non è un evento o un periodo limitato della vita di una donna: esiste anche quando i figli crescono, quando diventano adulti. Ripensare al ruolo e ai diritti delle madri significa considerare la maternità nella sua complessità e difficoltà, nel suo evolversi nel tempo», riflette Maria Donata Panforti, giurista specializzata in diritto di famiglia, professoressa ordinaria di Diritto comparato dei minori all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

Il riconoscimento dei diritti umani delle madri ha avuto inizio a metà del XX secolo. Nel 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che proclamava l’uguale titolarità di diritti per uomini e donne e attribuiva esplicitamente alla “maternità” un diritto speciale alla “cura e assistenza”. Nel 1966, le madri furono ulteriormente riconosciute dal Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, che ampliava i diritti associati alla maternità includendo non solo il periodo della gravidanza, ma anche quello antecedente e successivo. Inoltre, prevedeva che le madri dovessero ricevere un congedo retribuito o, quantomeno, con adeguati benefici di sicurezza sociale durante tali periodi. La tutela dei diritti umani delle madri fu ulteriormente rafforzata nel 1979, con l’adozione della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw) da parte dell’Assemblea Generale.

Nel panorama del diritto internazionale, però, la legislazione specificamente dedicata alle madri è scarsa e poco riconosciuta. Ma i singoli Stati offrono maggiori tutele e garanzie sui diritti alle madri con le loro legislazioni interne? La risposta anche in questo caso è negativa dal momento che le madri non vengono riconosciute come gruppo specifico di soggetti con diritti propri. E naturalmente l’Italia non fa eccezione.

La natalità continua a scendere

Tuttavia, l’attenzione non può che essere alta su un dato demografico che fotografa una tendenza così come una crescente difficoltà: il gelo delle nuove nascite. Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2024 la fecondità è scesa ancora toccando quota 1,18 figli per donna superando il minimo di 1,19 del 1995, anno nel quale sono nati comunque 526mila bambini contro i 370mila del 2024. In diminuzione anche le nascite di bambini di cittadinanza straniera, che sono il 13,5% del totale: nel 2024 sono stati sono quasi 50mila, circa 1.500 in meno rispetto all’anno precedente.

Dal lavoro al diritto di scelta

Al 10 maggio manca ancora il decreto attuativo per il bonus mamme dedicato alle lavoratrici dipendenti e autonome con due figli e un Isee sotto a 40mila euro. Certo una volta che sarà operativo saranno riconosciuti gli arretrati, ma intanto le famiglie hanno dovuto coprire i fabbisogni economici di questi mesi con le loro risorse. Il ritardo di questa misura rende esplicito il collocamento della maternità nelle priorità politiche, in un Paese ancora fanalino di coda in Europa per il tasso di occupazione femminile nonostante il lento miglioramento degli ultimi anni che lo ha portato al record di 53,5% (quando gli obiettivi di Lisbona indicavano il 60% entro il 2010).

Il lavoro, quindi, resta uno dei fattori centrali su cui fare leva affinché la maternità possa essere vissuta in maniera costruttiva dalle donne e non solo come un sacrificio di opportunità o una scelta obbligata. Ma non basta: «Da un punto di vista giuridico è fondamentale e importantissimo il focus sulle norme del diritto del lavoro e, anzi, c’è ancora moltissimo da fare. Ma il riconoscimento effettivo dei diritti delle madri passa anche attraverso molto altro», sottolinea la professoressa Panforti, a partire dalla possibilità di scegliere concretamente e liberamente se essere madre o meno. In Italia, infatti, l’obiezione di coscienza da parte dei medici è oltre quota 60%, secondo l’ultima pubblicazione dei dati da parte del ministero della Salute che di anno in anno arriva sempre più in ritardo rispetto alle tempistiche definite dalla legge.

Dalla scelta alla vita familiare. «Non dimentichiamo - aggiunge Panforti - che sul fronte del diritto civile siamo partiti da una situazione di totale svantaggio della donna nella posizione del marito così come dei figli e i riflessi e gli strascichi di quella impostazione li vediamo ancora, per esempio nella gestione operativa dei beni della famiglia o in tema successorio». Un retaggio che si vede anche nelle parole: anche il linguaggio, dice Panforti, andrebbe modificato, a partire da quello delle norme che ancora, in questo campo, non rispecchiano i reali passi avanti e assetti della società attuale. Basti pensare, cita la professoressa, alla dicitura «buon padre di famiglia», che ancora ricorre e viene citato in talune sentenze. Ma anche nella mancanza ancora di una legge che riconosca la possibilità dell’uso del cognome materno per i figli. Ad oggi le coppie possono decidere se dare al figlio il cognome della madre, del padre o di entrambi e in che ordine non perché esista una normativa, ma in seguito a una sentenza del 27 aprile 2022 della Corte costituzionale definisce illegittime, perché discriminatorie e lesive dell’identità del figlio, le norme del Codice civile (articolo 262) che attribuiscono al figlio di una coppia il cognome del padre in modo automatico.

In questo contesto vanno poi prese in esame le situazioni di particolare fragilità da quelle delle madri single con un rischio di povertà ben più elevato delle coppie a quello delle madri con disabilità oppure caregiver di figli con disabilità. In quest’ultimo caso in Parlamento sono ferme sei proposte di legge per il riconoscimento del caregiver familiare, ma al momento la norma non sembra essere in dirittura d’arrivo.

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