Madri, servono diritti e tutele per rilanciare la natalità in Italia
Dal diritto di scelta all’occupazione femminile, dal cognome materno alla difesa di situazioni di fragilità: l’inverno demografico si combatte con la valorizzazione delle maternità
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Perché è importante parlare oggi dei diritti delle madri? Mai come negli ultimi anni la maternità è stata e – in maniera differente è ancora - al centro del dibattito anche politico: in Italia tiene banco il tema della denatalità e, a cascata, la discussione si sposta su quali possano essere le politiche necessarie e utili affinché il trend venga invertito. Quando si parla di madri, però, lo si fa come componente necessaria allo sviluppo della società e del Paese, ma senza che a questo faccia seguito un’attenzione ai bisogni, ai diritti e alla valorizzazione di chi rappresenta quella componente fondamentale nella realtà. Le mamme diventano quindi un mezzo e non un fine, non sono soggetto ma oggetto di una strategia Paese che chiede maggiore nascite per rispondere all’invecchiamento della popolazione, alla necessità di un ricambio generazionale nella forza lavoro, al sostegno del sistema previdenziale e così via. Le mamme non vengono messe al centro della politica ma sono un elemento collaterale dello sviluppo della nazione.
Lo sguardo andrebbe invece necessariamente ampliato: quanto diventare madre è una scelta che può definirsi totalmente libera e possibile per tutte le donne? Quanto la protezione della maternità, citata nella nostra Costituzione all’articolo 31, è realmente concretizzata nel nostro sistema giuridico e sociale? Quanto siamo ancora legati a una visione della maternità che riguarda solo il periodo della gestazione e della nascita, tralasciando così tutto il resto?
«Le madri sono state spesso considerate come mezzi e non come fini. I servizi sanitari sono stati indirizzati alle madri con l’obiettivo di favorire la nascita di bambini sani, dimenticando che nella madre vi è anche una donna, la quale ha anch’essa diritto alla salute e alla sopravvivenza. La società ha l’obbligo di garantire il diritto alla vita e alla salute della donna, specialmente quando essa mette a rischio la propria vita per darci la vita» scriveva il professor Mahmoud F. Fathalla, ex direttore alle Nazioni Unite del programma speciale Human Reproduction scomparso nel 2023. Uno sguardo che andrebbe allargato dalla salute al diritto al lavoro, dal riconoscimento sociale (anche attraverso il cognome materno ai figli) alle tutele contro la violenza domestica.
«La maternità non è un evento o un periodo limitato della vita di una donna: esiste anche quando i figli crescono, quando diventano adulti. Ripensare al ruolo e ai diritti delle madri significa considerare la maternità nella sua complessità e difficoltà, nel suo evolversi nel tempo», riflette Maria Donata Panforti, giurista specializzata in diritto di famiglia, professoressa ordinaria di Diritto comparato dei minori all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.
Il riconoscimento dei diritti umani delle madri ha avuto inizio a metà del XX secolo. Nel 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che proclamava l’uguale titolarità di diritti per uomini e donne e attribuiva esplicitamente alla “maternità” un diritto speciale alla “cura e assistenza”. Nel 1966, le madri furono ulteriormente riconosciute dal Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, che ampliava i diritti associati alla maternità includendo non solo il periodo della gravidanza, ma anche quello antecedente e successivo. Inoltre, prevedeva che le madri dovessero ricevere un congedo retribuito o, quantomeno, con adeguati benefici di sicurezza sociale durante tali periodi. La tutela dei diritti umani delle madri fu ulteriormente rafforzata nel 1979, con l’adozione della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw) da parte dell’Assemblea Generale.



