Filiera zootecnica

Mangimi, in crescita produzione e ricerca ma preoccupa il calo degli allevamenti

Assemblea Assalzoo: fatturato a 10 miliardi e investimenti passati da 100 a 150 milioni, ma peggiora il grado di approvvigionamento nazionale sia per i capi bovini e suini, sia per le materie prime come mais, soia e frumento

di Alessio Romeo

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I ribassi delle materie prime comprimono il fatturato dell’industria mangimistica nazionale sotto quota 10 miliardi ma la “FeedEconomy” è in buona salute grazie alla più che proporzionale discesa dei costi di produzione. Così il settore punta ad aumentare le risorse per ricerca e innovazione – gli investimenti fissi lordi sono passati lo scorso anno da 100 a 150 milioni – per affrontare le sfide che stanno mettendo alla prova la filiera zootecnica, dalla crisi climatica alle emergenze sanitarie, in un contesto in cui si moltiplicano gli attacchi degli ambientalisti al settore, con riflessi anche sulla normativa europea (vedi la direttiva emissioni). L’obiettivo è aumentare ulteriormente il contributo all’export di prodotti di qualità, anche per sostenere una produzione interna che sconta deficit dal 40 al 60% negli allevamenti, con la sola eccezione del comparto avicolo.

Il settore mangimistico è «un motore di sviluppo, innovazione e sicurezza lungo l’intera filiera zootecnica nazionale. Il mangime è il primo anello di una catena vitale che giunge fino alla nostra tavola. Dalla sua formulazione dipendono il benessere degli animali, la qualità delle carni, del latte e delle uova, e di conseguenza l’eccellenza del Made in Italy agroalimentare », ha detto il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, alla presentazione del terzo rapporto Nomisma sulla FeedEconomy in occasione della celebrazione dell’80esimo anniversario di Assalzoo, l’associazione dell’industria mangimistica nazionale. «L’impegno che deve rinnovarsi – ha però aggiunto – è quello di continuare a investire nella ricerca per dare vita a prodotti e soluzioni sempre più all’avanguardia, in grado di rispondere non solo alle esigenze del mercato, ma anche a quelle del benessere nostro e del pianeta».

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Zoootecnia in cerca di equilibrio

Nonostante l’aumento della produzione a 15,5 milioni di tonnellate, il fatturato dell’industria mangimistica italiana è calato nell’ultimo anno di circa il 3%, da 10,3 a 9,87 miliardi. A questi, sottolinea il rapporto, si aggiungono 9,2 miliardi relativi alla produzione di salumi, 22,7 dalle carni fresche e 27,8 dal comparto lattiero-caseario, che portano il fatturato complessivo della produzione industriale legata alla zootecnia a sfiorare i 70 miliardi, il 37% del food & beverage nazionale.

A monte della filiera la produzione zootecnica ha superato i 25 miliardi (22,1 dagli allevamenti e 2,9 dalla coltivazione di materie prime per l’industria mangimistica). Le esportazioni totali della FeedEconomy – un “ecosistema” di 820mila aziende con un milione e mezzo di addetti diretti – hanno raggiunto 11,6 miliardi; la produzione di Dop e Igp di origine animale vale 9,2 miliardi, commercio al dettaglio e ristorazione (rispettivamente 47,4 e 32,3) quasi 80 miliardi, il 17% del totale nazionale.

L’Italia è però strutturalmente deficitaria nell’approvvigionamento di soia e mais (oltre che di frumento), commodity chiave per la mangimistica. Se per la soia il deficit è sempre stato elevato, «la situazione è divenuta particolarmente critica per il mais – ha spiegato Ersilia di Tullio di Nomisma – sceso sotto il 50% di autoapprovvigionamento, con la produzione nazionale che vale 3 miliardi contro 5,5 dell’import.

Filiere da rafforzare

È un tema non solo economico ma di disponibilità e sicurezza alimentare». L’unico comparto autosufficiente è l’avicolo, al 106%, ha ricordato il presidente di Unaitalia, Antonio Forlini: «Il segreto è la filiera integrata, dai mangimi fino alla distribuzione sui banchi – ha detto – un valore che ci consente di mantenere competitività anche se il calo della produzione di mais e l’aumento del deficit ci rende più vulnerabili. Per questo le produzioni agricole devono essere in grado di mantenere le quote».

Anche il presidente di Assalzoo, Massimo Zanin, ha sottolineato la necessità di «presidiare la produzione nazionale nei comparti in deficit, perché se scendiamo ulteriormente la produzione finale è a rischio, e con essa l’export il cui aumento è il nostro vero obiettivo. La qualità dei mangimi ha contribuito a migliorare l’efficienza della filiera».

«Nel comparto suinicolo il deficit è al 40 per cento. Dobbiamo lavorare insieme per migliorare la percezione del settore zootecnico che da anni è sotto attacco, accusato di inquinare e produrre alimenti non sani – ha ricordato il direttore di Assica Davide Calderone –. Stiamo provando a controbilanciare questa informazione su basi scientifiche, lavoriamo anche sul miglioramento del benessere animale, i ministeri con portafoglio ci possono aiutare».

Il vero allarme arriva dal comparto dei bovini, dove il deficit supera ormai il 60 per cento. «Il settore è in crisi soprattutto per l’aumento di oltre il 30% del prezzo dei bovini che sta mettendo in difficoltà gli allevamenti e portando alla chiusura di molte stalle – ha detto il presidente di Uniceb, Carlo Siciliani –. Prima la Francia ci dava un milione di capi all’anno, oggi ce ne dà la metà perché ha imparato anche lei a ingrassare, specialità che non è più solo degli allevamenti del Nord Italia».

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