Mind the Economy/Justice 161

Margaret Gilbert e il diritto a pretendere

Joint Commitment. How We Make the Social World di Margaret Gilbert

8' di lettura

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“Non è solo che dovevi farlo. È che lo dovevi a me”. In questa piccola differenza passa una parte enorme della nostra vita morale e sociale. Ci sono cose che siamo tenuti a fare perché sono giuste, opportune, prudenti, razionali. E ci sono cose che dobbiamo a qualcuno. Non semplicemente obblighi, dunque, ma obblighi diretti, relazionali, obblighi che hanno un destinatario. È questo lo spazio concettuale in cui Margaret Gilbert colloca il cuore della sua riflessione in Joint Commitment. How We Make the Social World (Oxford University Press, 2014), un libro che raccoglie diciotto saggi scritti nell’arco di molti anni e accomunati da una stessa idea di fondo: quella dell’impegno congiunto come “struttura dell’atomo sociale”, il dispositivo elementare attraverso il quale produciamo obblighi, diritti, pretese, rimproveri, promesse, autorità e appartenenze.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Immaginiamo due colleghi che abbiano concordato di scrivere insieme un rapporto. Non hanno firmato un contratto. Non è prevista alcuna penale. Non c’è un tribunale pronto a intervenire. Hanno però stabilito che uno avrebbe completato l’analisi dei dati e l’altro avrebbe redatto l’introduzione e le conclusioni. Se il primo, senza avvertire, non consegna nulla, il secondo non dirà soltanto: “La tua condotta è inefficiente”. Né si limiterà a osservare: “Hai violato una norma morale generale”. Dirà piuttosto: “Contavo su di te”. La formula può apparire enfatica, ma indica precisamente ciò che Gilbert vuole spiegare, cioè, come possa nascere un diritto reciproco a nutrire determinate aspettative.

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L’idea centrale del libro è che molte pratiche sociali non possano essere comprese se le riduciamo a preferenze, incentivi, aspettative o promesse individuali. Gilbert lo dichiara fin dall’introduzione: “L’idea in questione è quella che ho definito ‘impegno congiunto’” (p. 1). L’impegno congiunto, però, non è una semplice somma di decisioni personali.     Non basta che io mi impegni individualmente e che tu faccia lo stesso. Non basta che i nostri impegni coincidano. Non basta neppure che ciascuno sappia dell’impegno dell’altro. Nel caso propriamente congiunto, l’impegno appartiene a “noi”, non a ciascuno preso separatamente, ma alla nostra “noitudine”. Questa distinzione è sottile ma decisiva. Se decido personalmente di consegnare il testo di questo articolo sabato ma poi non riesco, potrò rimproverarmi, potrò giudicarmi poco affidabile, potrò dolermi della mia inveterata tendenza alla procrastinazione. In ogni caso, avrò violato un impegno della volontà individuale. La Gilbert parla, in questi casi di “personal commitment”. Ma quando l’impegno è congiunto, invece, le cose cambiano. Quel vincolo non è disponibile unilateralmente perché non è stato prodotto unilateralmente. Una volta che è entrato in vigore, nessuna delle parti può cancellarlo da sola come se fosse una questione privata. Tecnicamente, occorre sottolineare tre aspetti. Innanzitutto, l’impegno congiunto nasce da espressioni di disponibilità, di readiness a essere impegnati insieme in un certo modo. In secondo luogo, tali espressioni devono essere sufficientemente pubbliche, “out in the open” – scrive la Gilbert - aperte e reciprocamente riconoscibili. Infine, il prodotto di questo processo non è soltanto psicologico, ma normativo. Non si tratta solo del fatto che due persone possiedano determinati stati mentali. Si tratta del fatto che, da quel momento, ciascuna viene collocata in una nuova posizione nei confronti dell’altra. Gilbert formula la questione affermando che, in ogni impegno congiunto, le parti sono impegnate “to phi as a body”, dove “phi” può significare “credere”, “decidere”, “intendere”, “accettare”, “perseguire un fine”. L’espressione “as a body” non va intesa in senso mistico. Non esiste un organismo collettivo al di sopra degli individui. Essa designa, piuttosto, un vincolo che richiede a ciascuno di fare la propria parte affinché le parti, attraverso le loro azioni, si comportino come un unico soggetto rispetto a quel contenuto.

Pensiamo alla redazione di un giornale che adotta una certa linea editoriale. Alcuni membri possono avere dubbi, altri preferirebbero un taglio diverso, altri ancora accettano per disciplina interna. Ma, una volta adottata quella linea come posizione comune, ciascuno è chiamato a comportarsi in modo coerente con essa, almeno finché l’impegno resta valido. Se un membro parla pubblicamente come se la linea comune non esistesse, gli altri possono chiedergliene conto. Non perché abbia coltivato privatamente un’opinione difforme, ma perché ha agito in modo incompatibile con una posizione assunta insieme.  

Il diritto di chiedere conto

Qui entra in gioco il concetto forse più importante: la “answerability”. La Gilbert la presenta come una caratteristica interna dell’impegno congiunto: “Each party is answerable to all parties for any violation of the joint commitment” (p. 40). Essere answerable significa essere esposti alla domanda degli altri. Perché non hai consegnato? Perché hai agito contro ciò che avevamo deciso? Perché hai parlato a nostro nome senza mandato? Perché ti sei sottratto senza coinvolgerci? Non ogni domanda di questo genere è legittima nel tono o nella misura, ma la possibilità stessa di formularla deriva dal fatto che il vincolo era “joint, comune. Questo consente alla Gilbert di precisare un’altra distinzione sottile ma importante. Un conto è avere una ragione per fare qualcosa. Un altro è essere obbligati verso qualcuno a farla. Se vedo una persona in difficoltà, posso avere fortissime ragioni morali per aiutarla. Ma ciò non significa automaticamente che quella persona possieda un diritto specifico nei miei confronti. Nel caso dell’impegno congiunto, invece, accade proprio questo: l’obbligo di una parte è correlato al diritto delle altre. La Gilbert scrive che ogni joint commitment “obbliga le parti ciascuna verso le altre” generando il diritto a pretendere la conformità e a rimproverare la non-conformità (p. 8).  Se A ha un diritto nei confronti di B a che B faccia X, allora B ha un obbligo verso A di fare X. E quel diritto - sostiene la Gilbert - si manifesta nella possibilità ordinaria di chiedere, esigere e rimproverare. Non ogni imperativo è una domanda con autorità. Posso urlare a uno sconosciuto: “Devi smetterla!”. Posso anche essere moralmente giustificato a farlo. Ma questo non implica automaticamente che io possieda, in senso stretto, il titolo per pretendere quell’azione come qualcosa che mi è dovuto. Ecco perché il rimprovero è filosoficamente interessante. Non è soltanto un’emozione. È un atto normativo. Quando dico “non dovevi farlo”, posso intendere molte cose diverse. Posso esprimere disapprovazione morale. Posso manifestare irritazione. Posso ricordare una regola. Ma posso anche esercitare un diritto: avevi un obbligo verso di me e io ho titolo a richiamarti.  

La grammatica dell’accordo e dell’uscita

Questa analisi consente di rivedere anche il significato più profondo degli accordi. La Gilbert contesta l’idea che un accordo sia semplicemente uno scambio di promesse. Se io prometto a te e tu prometti a me, abbiamo due atti promissori coordinati. Ma un accordo, nella sua forma più propria, è una decisione comune. Non due “io prometto”, ma un “noi decidiamo”. Per questo gli obblighi dell’accordo non derivano soltanto dall’etica della promessa o dalla fiducia suscitata nell’altro. Derivano dalla struttura comune del vincolo. L’accordo, nella lettura gilbertiana, è costituito da un joint commitment a sostenere una certa decisione come corpo comune. Immaginiamo che due soci decidano di non accettare finanziamenti provenienti da una determinata fonte perché la ritengono incompatibile con la missione dell’impresa. Se uno dei due, qualche mese dopo, avvia una trattativa riservata proprio con quella fonte, l’altro non ha solo motivo di essere deluso. Ha titolo a dire: quella decisione era nostra. Avevamo assunto insieme una linea, e tu hai agito come se potessi revocarla da solo. La questione non è soltanto la fiducia psicologica, ma la titolarità normativa della decisione. Da qui deriva il problema della rescissione. Nel caso di un impegno personale, posso cambiare idea. Nel caso di un impegno congiunto, salvo condizioni particolari, la rescissione deve essere a sua volta congiunta. Questo non significa che ogni impegno comune sia eterno. Significa, piuttosto, che la sua fine deve avere una forma riconoscibile. Uscire da un patto, da una coalizione, da una promessa comune, da una decisione condivisa non equivale a cambiare umore. Può essere legittimo, necessario, perfino doveroso. Ma richiede una specifica “grammatica dell’uscita”.

Questo è un punto importante anche da una prospettiva politica. Molte crisi istituzionali non nascono soltanto dal conflitto tra opinioni diverse, ma dalla rottura non riconosciuta di impegni comuni. Una maggioranza approva un programma e poi agisce come se non lo avesse mai assunto. Un’amministrazione promette trasparenza e poi decide nelle stanze chiuse. Un partito invoca partecipazione e poi riduce i propri iscritti a pubblico plaudente. In tutti questi casi l’ingiustizia non consiste soltanto nel contenuto della decisione. Consiste anche nel modo in cui qualcuno si appropria unilateralmente di ciò che era stato pensato e costituito come un progetto plurale. 

Chi ha il potere di pretendere?

Ma c’è un lato ancora più delicato. La Gilbert insiste sul fatto che gli obblighi derivanti dal joint commitment non sono, per ciò stesso, obblighi morali. Possono avere contenuti arbitrari, capricciosi, perfino sbagliati. In Acting Together la filosofa scrive che può essere fuorviante descriverli come obblighi morali, perché “basta la volontà delle parti per dar loro vita” e il loro contenuto può avere “una relazione anche minima o inesistente con il vero, il bello o il buono” (p. 36). Questa è forse la tesi più scomoda ma anche più utile che la Gilbert avanza a proposito della “noitudine”. Un obbligo può essere reale senza essere moralmente conclusivo. Un membro di un’organizzazione corrotta può avere obblighi interni di lealtà. Un soldato può trovarsi dentro un vincolo di obbedienza. Un funzionario può essere legato a procedure che producono effetti ingiusti. Un gruppo familiare può pretendere fedeltà in nome di un “noi” che soffoca invece di generare gioia e crescita personale. Dire che questi obblighi sono socialmente reali non significa dire che vadano rispettati senza eccezioni. Significa riconoscere la forza del vincolo per poterla giudicare, eventualmente contestare e spezzare, se necessario. Su questo punto la posizione della Gilbert consente di evitare due estremismi: da una parte, inatti, c’è il rischio di moralizzare tutto. Se l’obbligo è valido, allora deve essere morale. Dall’altra, quello di smascherare tutto. Se l’obbligo è moralmente discutibile, allora non esiste davvero. La sua teoria rende possibile una posizione più realistica secondo cui gli esseri umani vivono dentro reti di obblighi che non sono tutti né morali né giuridici, ma che possiedono nondimeno forza normativa. Alcuni di questi obblighi rendono possibile la cooperazione, altri la trasformano in cattura. Alcuni ci permettono di contare gli uni sugli altri, altri servono a impedire la defezione da ordini ingiusti.

Il nesso con la giustizia politica passa precisamente da qui. Una società ingiusta non è solo una società che distribuisce male risorse, opportunità o diritti formali, è anche una società che distribuisce in modo asimmetrico il potere di pretendere tali risorse, assieme alle opportunità e ai diritti. Alcuni possono chiedere conto mentre altri devono soltanto rendere conto. Alcuni possono invocare impegni comuni mentre altri ne subiscono il peso senza aver contribuito a definirli. Alcuni possono uscire dai vincoli senza pagare costi, altri restano intrappolati in obblighi che non hanno mai potuto negoziare.

Questo sposta la domanda politica. Non più soltanto “che cosa ci dobbiamo gli uni gli altri?”, ma anche “chi può dire mi è dovuto?” Chi ha lo standing per pretendere, contestare, rimproverare, chiedere riparazione? Chi può sciogliersi da un patto e chi, invece, viene accusato di tradimento appena prova a rinegoziarlo? La giustizia, letta attraverso le lenti che ci offre il lavoro della Gilbert, non riguarda solo il contenuto degli obblighi comuni. Riguarda la posizione da cui quegli obblighi possono essere fatti valere.

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Per questo Joint Commitment è un libro importante per la teoria della razionalità plurale. Non perché celebri il gruppo di per sé, né perché dissolva l’individuo nella comunità. Ma perché mostra che molte delle nostre ragioni per agire hanno una struttura intrinsecamente relazionale. Nascono non soltanto in virtù di ciò che io voglio, né soltanto da ciò che è moralmente giusto in astratto, ma da ciò che abbiamo deciso di impegnarci a fare insieme. La vita sociale comincia davvero quando gli altri non sono più semplici vincoli esterni alle mie scelte, ma titolari di pretese nei miei confronti. La politica diventa giusta solo quando questo potere di pretendere non resta privilegio di pochi, ma diventa una possibilità distribuita, riconosciuta e contestabile.

Vittorio Pelligra, Professor of Economics (13/A2) C-BASS (Centre for Behavioral and Statistical Sciences) - Director. - Department of Economics and Business - University of Cagliari - pelligra@unica.it

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