Margaret Gilbert e la realtà fragile del “noi”
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Cosa vuol dire “fare una passeggiata insieme”? Due persone camminano nella stessa direzione. Procedono fianco a fianco, allo stesso passo, magari lungo lo stesso sentiero. Possiamo dire che stiano facendo una passeggiata insieme? Non necessariamente, perché due persone possono anche camminare una accanto all’altra senza per questo “fare una passeggiata insieme”. Possono coincidere nello spazio, nel tempo, nel movimento, perfino nella destinazione, e tuttavia restare due agenti separati. Perché la differenza tra camminare nella stessa direzione e fare una passeggiata insieme, allora, non sta nel comportamento osservabile dall’esterno, ma nella struttura interna della relazione. Camminare insieme non significa semplicemente muovere i corpi in modo coordinato. Significa essere impegnati in un’azione che ciascuno comprende come “nostra”.
Chiedilo al Sole
È dal tentativo di dare una risposta alla famosa domanda di Georg Simmel - “che cosa trasforma una somma di esseri umani viventi in una collettività”, che prende avvio il ragionamento di Margaret Gilbert sviluppato nel suo importante On Social Facts (Princeton University Press, 1989). Si tratta di una domanda solo in apparenza astratta. In realtà attraversa ogni dimensione della nostra vita in comune. Che cosa fa di una famiglia una famiglia, di un gruppo di amici un gruppo di amici, di un consiglio comunale un’istituzione deliberante, di una comunità un popolo? Non basta la prossimità fisica. Non basta neppure la somiglianza. Tutti coloro che hanno gli occhi verdi, tutti coloro che abitano nello stesso quartiere, tutti coloro che desiderano la stessa cosa, non formano per questo una collettività. C’è bisogno di qualcosa di diverso, di una connessione normativa, una forma di auto-comprensione condivisa, un modo attraverso cui alcuni individui iniziano a pensarsi come parti di un’unità pratica, un “soggetto plurale”, come lo definisce la Gilbert.
Abbiamo visto le settimane scorse come Martin Hollis ha mostrato che l’azione cooperativa non può essere sempre compresa a partire dalla razionalità dell’io isolato e come David Lewis abbiam fondato le convenzioni su equilibri di aspettative reciproche. Gilbert si muove in continuità, sulla stessa linea – accoglie l’importanza di aspettative, credenze comuni e coordinamento - ma pensa che la vita sociale non sia solo un raffinato gioco di specchi nel quale ciascuno osserva l’altro mentre l’altro osserva lui. C’è un livello più profondo, che non riguarda soltanto ciò che ciascuno crede o preferisce individualmente, ma ciò a cui alcuni individui si sono impegnati insieme.
Oltre la somma degli individui
Il suo bersaglio teorico è ciò che potremmo chiamare “singolarismo metodologico”, la tesi secondo cui i concetti di collettività sarebbero spiegabili soltanto nei termini dell’agenzia singolare, fatta di individui separati, ciascuno con i propri fini, le proprie credenze, le proprie intenzioni. È il mondo familiare della teoria della scelta razionale, ma anche di una certa sociologia di stampo weberiano. La filosofa non nega, naturalmente, che ogni collettività sia fatta di individui, ma sostiene che l’individualismo, se vuole essere realistico, deve riconoscere che gli individui possono assumere una forma relazionale specifica. Non cessano di essere individui, pur diventando, in alcune circostanze, membri di un soggetto plurale.
L’esempio della passeggiata è rivelatore. Immaginiamo Anna e Bruno. Anna vuole andare al parco. Bruno vuole andare al parco. Entrambi sanno che l’altro vuole andarci. Entrambi sanno che l’altro sa. Camminano fianco a fianco. Questa descrizione resta ancora compatibile con due percorsi individuali paralleli. Perché si possa dire, in senso pieno, che stanno facendo una passeggiata insieme, deve intervenire un elemento ulteriore: ciascuno deve aver manifestato all’altro la propria disponibilità a partecipare a un’attività comune, e questa disponibilità deve essere riconosciuta reciprocamente. Da quel momento, se Anna si ferma senza dire nulla, Bruno può legittimamente chiederle: “Che fai? Stavamo andando insieme”. Non sta semplicemente esprimendo una preferenza delusa. Sta rivendicando una pretesa. Il “noi” ha prodotto un diritto di aspettativa e un obbligo correlato. Per la Gilbert, dunque, un soggetto plurale nasce solo quando più persone manifestano apertamente la propria disponibilità a un impegno comune in condizioni di conoscenza comune. Non basta che ciascuno abbia, per conto proprio, un’intenzione simile a quella degli altri. Non basta neppure che ciascuno sappia che gli altri hanno quell’intenzione. Serve che ciascuno sappia che gli altri hanno espresso la disponibilità a costituire quell’impegno insieme, e che questo sapere sia condiviso. È la struttura della common knowledge, che viene ripresa dalla teoria dei giochi e dalla trattazione che ne fa Lewis. Ma mentre per Lewis la conoscenza comune aiuta a stabilizzare la convenzione, a trasformarla in un equilibrio del gioco di coordinamento, per la Gilbert questa aiuta a fondare il soggetto plurale. Il lessico può apparire tecnico ma l’esperienza è quotidiana. Due colleghi si dicono: “Scriviamo insieme quella relazione”. Due amici: “Ci vediamo domani alle sette”. Due cittadini: “Organizziamo un comitato”. Una coppia: “Quest’anno andiamo in vacanza in montagna”. In ciascuno di questi casi non abbiamo solo intenzioni individuali compatibili. Abbiamo un impegno congiunto. Da quel momento ciascuno non è più libero di comportarsi come se nulla fosse accaduto. Non perché un’autorità esterna abbia imposto una sanzione. Non perché sia stato firmato un contratto, ma perché è nato un vincolo interno alla relazione stessa. La Gilbert lo descrive, riprendendo una immagine rousseauiana, come un pool of wills, un’unione di volontà.








