Papini: al fianco di Alemani in Biennale ho imparato molto
Per la curatrice, impegnata in progetti di arte pubblica, scegliere artisti italiani che con il loro lavoro rispondono a una sincera urgenza
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Marta Papini (classe 1985, nata a Reggio Emilia) è una curatrice indipendente, che dal 2024 cura il nuovo progetto quadriennale di arte pubblica ideato Radis promosso dalla Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT, è anche curatrice associata di Il parlamento delle marmotte, 9° edizione della Biennale Gherdëina (2024), e di Pensare come una montagna (2024-2026), con Lorenzo Giusti. Nel 2023 ha fatto parte del comitato selezionatore del Future Generation Art Prize. È stata l’organizzatrice artistica de «Il latte dei sogni», 59esima edizione della Biennale di Venezia, a cura di Cecilia Alemani (2022). Ha curato e organizzato diverse mostre, tra cui «The Artist is Present» al Yuz Museum, Shanghai (2018, con Maurizio Cattelan). La sua proposta per il prossimo Padiglione Italia della Biennale Arte è stata selezionata dalla Commissione di valutazione del MiC.
Ci racconti di te, del tuo percorso e della tua visione curatoriale? Soprattutto quali mostre che per impatto ed importanza possono essere qualificanti del tuo percorso?
Ho curato la prima mostra, «Shit and Die», a Torino, con Maurizio Cattelan e Myriam Ben Salah, in occasione di Artissima nel 2014. Mi ero formata, sempre a Torino, partecipando alla prima edizione di Campo, il corso per curatori promosso dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Dopo quell’esperienza ho continuato a curare mostre sia in spazi istituzionali (al Centro Pecci per cinque anni e alla Quadriennale di Roma nell’edizione del 2016) che in spazi pubblici e non convenzionali. Sono stata il braccio destro di Cecilia Alemani per «Il latte dei sogni», Biennale Arte 2022. Più recentemente ho curato commissioni di arte pubblica permanente per Radis, progetto promosso dalla Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT di Torino, e sono stata curatrice associata di progetti diffusi sul territorio come «Pensare come una montagna», promossa dalla GAMeC di Bergamo e di «The Parliament of Marmots», Biennale Gherdëina 9, entrambi con Lorenzo Giusti. Da più di dieci anni lavoro con Maurizio Cattelan nella curatela di progetti espositivi e questo ha sicuramente influenzato il mio modo di curare le mostre.
Guardando al passato c’è un Padiglione Italia che ti ha particolarmente colpito o ispirato e quali errori non vanno ripetuti? E ampliando lo sguardo a quelli internazionali?
Sono molto legata a «Il mondo magico», il Padiglione Italia curato da Cecilia Alemani nel 2017, a cui ho lavorato come assistente curatrice e co-curatrice del catalogo. È stata la mia prima esperienza curatoriale a Venezia e mi ha insegnato moltissimo. In quell’anno ho trascorso molto tempo alle Tese delle Vergini, perché l’allestimento era stato tra i primi ad iniziare: ho visto lentamente il Padiglione trasformarsi, e me ne sono innamorata. È uno spazio che presenta tante sfide, e credo che ogni modo di approcciarlo sia legittimo, ma personalmente ho preferito i progetti che ne hanno valorizzato l’architettura. Tra gli altri padiglioni recenti, l’anno scorso mi era piaciuto molto il Padiglione dell’Egitto di Wael Shawky, e quello polacco di Małgorzata Mirga-Tas nel 2022.








