Open call Padiglione Italia

Papini: al fianco di Alemani in Biennale ho imparato molto

Per la curatrice, impegnata in progetti di arte pubblica, scegliere artisti italiani che con il loro lavoro rispondono a una sincera urgenza

di Marilena Pirrelli e Nicola Zanella

Marta Papini

4' di lettura

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Marta Papini (classe 1985, nata a Reggio Emilia) è una curatrice indipendente, che dal 2024 cura il nuovo progetto quadriennale di arte pubblica ideato Radis promosso dalla Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT, è anche curatrice associata di Il parlamento delle marmotte, 9° edizione della Biennale Gherdëina (2024), e di Pensare come una montagna (2024-2026), con Lorenzo Giusti. Nel 2023 ha fatto parte del comitato selezionatore del Future Generation Art Prize. È stata l’organizzatrice artistica de «Il latte dei sogni», 59esima edizione della Biennale di Venezia, a cura di Cecilia Alemani (2022). Ha curato e organizzato diverse mostre, tra cui «The Artist is Present» al Yuz Museum, Shanghai (2018, con Maurizio Cattelan). La sua proposta per il prossimo Padiglione Italia della Biennale Arte è stata selezionata dalla Commissione di valutazione del MiC.

Ci racconti di te, del tuo percorso e della tua visione curatoriale? Soprattutto quali mostre che per impatto ed importanza possono essere qualificanti del tuo percorso?

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Ho curato la prima mostra, «Shit and Die», a Torino, con Maurizio Cattelan e Myriam Ben Salah, in occasione di Artissima nel 2014. Mi ero formata, sempre a Torino, partecipando alla prima edizione di Campo, il corso per curatori promosso dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Dopo quell’esperienza ho continuato a curare mostre sia in spazi istituzionali (al Centro Pecci per cinque anni e alla Quadriennale di Roma nell’edizione del 2016) che in spazi pubblici e non convenzionali. Sono stata il braccio destro di Cecilia Alemani per «Il latte dei sogni», Biennale Arte 2022. Più recentemente ho curato commissioni di arte pubblica permanente per Radis, progetto promosso dalla Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT di Torino, e sono stata curatrice associata di progetti diffusi sul territorio come «Pensare come una montagna», promossa dalla GAMeC di Bergamo e di «The Parliament of Marmots», Biennale Gherdëina 9, entrambi con Lorenzo Giusti. Da più di dieci anni lavoro con Maurizio Cattelan nella curatela di progetti espositivi e questo ha sicuramente influenzato il mio modo di curare le mostre.

Guardando al passato c’è un Padiglione Italia che ti ha particolarmente colpito o ispirato e quali errori non vanno ripetuti? E ampliando lo sguardo a quelli internazionali?

Sono molto legata a «Il mondo magico», il Padiglione Italia curato da Cecilia Alemani nel 2017, a cui ho lavorato come assistente curatrice e co-curatrice del catalogo. È stata la mia prima esperienza curatoriale a Venezia e mi ha insegnato moltissimo. In quell’anno ho trascorso molto tempo alle Tese delle Vergini, perché l’allestimento era stato tra i primi ad iniziare: ho visto lentamente il Padiglione trasformarsi, e me ne sono innamorata. È uno spazio che presenta tante sfide, e credo che ogni modo di approcciarlo sia legittimo, ma personalmente ho preferito i progetti che ne hanno valorizzato l’architettura. Tra gli altri padiglioni recenti, l’anno scorso mi era piaciuto molto il Padiglione dell’Egitto di Wael Shawky, e quello polacco di Małgorzata Mirga-Tas nel 2022.

Cosa significa per te rappresentare l’Italia in campo artistico? E in generale quali sono i valori e le caratteristiche che rappresentano l’Italia contemporanea?

Credo che sia importante partire dalle opere, dalla qualità dei lavori degli artisti, dalla loro urgenza e necessità. La mia responsabilità come curatrice è trovare il modo migliore per mettere in mostra le opere che rispondono a questi criteri, e aiutarle a emergere sia in termini di allestimento che di percorso. Una volta fatto questo, l’altro aspetto che ritengo fondamentale è rendere accessibile le opere a qualsiasi tipo di pubblico, da quello di passaggio a quello più esperto: credo che tutti possano trovare nutrimento dall’incontro con l’arte contemporanea. Penso quindi che il curatore del Padiglione Italia debba scegliere artisti italiani che con il loro lavoro rispondono a una sincera urgenza, mettere le loro opere nelle migliori condizioni espositive, e fare in modo che quelle opere possano parlare a tutto il pubblico della Biennale. Rispondere a questi tre criteri credo sia il modo migliore per rappresentare l’Italia a livello internazionale.

Essere il curatore di un padiglione nazionale è un impegno che prevede molte qualità: capacità organizzative, di fundraising, di saper rispondere alle critiche e alle pressioni esterne. Quali sono i tuoi punti forti?

Ho avuto la fortuna di lavorare due volte in Biennale, come braccio destro di Cecilia Alemani nel ruolo di assistente curatrice al Padiglione Italia 2017, e in quello di organizzatrice artistica della Biennale Arte 2022. In entrambi i casi mi sono occupata di tutti gli aspetti che riguardano la costruzione di una mostra nel contesto della Biennale, dall’organizzazione e la logistica alle relazioni esterne e istituzionali. È un’esperienza che mi offre gli strumenti per affrontare questo impegno con la giusta consapevolezza.

A proposito di fundraising la Direzione Generale Creatività Contemporanea del MiC nel 2024 ha finanziato il PI con 800 mila euro, il resto è stato sostenuto da privati. Conosci già le cifre del Ministero per prossimo Padiglione Italia? Per la presentazione del progetto viene richiesto di avere già l’endorsement di potenziali sponsor, come sta andando? Raccontaci..

Sono stata contenta di leggere nel bando pubblico del 27 febbraio che il budget ministeriale sia stato aumentato rispetto a dieci anni fa, penso sia il segno della volontà di rendere il Padiglione Italia sempre più significativo sulla scena internazionale della Biennale di Venezia. Fortunatamente, anche il sostegno dei privati al Padiglione negli anni è diventato una pratica consolidata.

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