Intervista

Massimo Doris: «Non lascio Banca Mediolanum, nessuna avventura in politica»

Il ceo: «Solo lusingato e mi fa piacere di essere considerato per un ruolo del genere ma non ho assolutamente alcuna intenzione di fare politica»

di Alberto Grassani

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Il mercato guarda alla politica di distribuzione degli utili, non ai dividendi della politica e Banca Mediolanum, che ha raggiunto 15 miliardi di capitalizzazione e garantito ai soci un ritorno di oltre il 68% negli ultimi 12 mesi, assorbe totalmente l’interesse del suo amministratore delegato Massimo Doris. Con i mercati azionari, peraltro, che fanno registrare il nuovo record storico di Wall Street, nella sede della banca a Basiglio si parla come sempre di un solo argomento: il risparmio.

In una giornata gelata e piovosa, nella via intitolata a Ennio Doris, dove la Milano 3 di Silvio Berlusconi si apre alla pianura lombarda, si respira ottimismo: un consiglio d’amministrazione ha appena approvato anche quest’anno un bonus per tutti i dipendenti «per condividere», spiega Massimo Doris, «i risultati straordinari del 2025» e le prospettive restano positive anche per il 2026. Insomma, la possibile discesa in campo di Massimo Doris per la nuova Forza Italia, ipotesi che in questi giorni ha ricevuto diverse attenzioni da parte dei media, sembra esclusa almeno quanto un’acquisizione da parte del gruppo. Il focus è sui risultati in arrivo settimana prossima, con il consensus medio delle case d’affari (secondo la piattaforma Bloomberg) che parla anche per il 2025 di utili per oltre il miliardo di euro.

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Perché non le piace l’idea di un’acquisizione?

La banca ha la forza patrimoniale per crescere, un Cet 1 del 23,2% dopo la distribuzione di un extra dividendo interim legato alla vendita della quota in Mediobanca. Tuttavia, per il momento, escludo fusioni o acquisizioni. In primo luogo perché alcuni dei nostri concorrenti sono sopravvalutati rispetto a noi (Mediolanum ha un prezzo/utili al 14,3 e Fineco al 22,3, ndr) e un’integrazione sarebbe inevitabilmente diluitiva e poi perché nel settore del wealth management e delle banche reti le acquisizioni sono rischiose: il forte legame fra i private banker e la clientela rende complesse le aggregazioni ed espone le reti non fidelizzate alle azioni dei competitor, alla perdita di asset in gestione. Sono operazioni completamente diverse dalle classiche fusioni tra banche tradizionali, come ad esempio Intesa San Paolo con Ubi: tra banche reti invece si acquisiscono liberi professionisti che non è scontato che ti seguano con i loro clienti.

In estate si era parlato di un vostro interesse per Banca Generali

Non è un’ipotesi in agenda. La ragione principale oltre alla difficoltà come detto di capire cosa si acquista esattamente quando si rileva una rete di banker è legata alla governance del nostro gruppo: la mia famiglia controlla circa il 40% del capitale di Banca Mediolanum, e con Fininvest, c’è un azionariato stabile al 70%. Questo ci consente di prendere scelte di lungo termine nell’interesse dell’azienda; libertà che, con un assetto azionario diverso e diluito, un amministratore delegato a volte non si può permettere.

A una settimana dalle Olimpiadi, con molti gruppi in fase di riassetto da Anima a Mediobanca, lo sport preferito nel settore del wealth management sembra la pesca dei banker migliori dai concorrenti

Noi ne perdiamo pochi e ne acquistiamo pochi. Abbiamo un turnover sotto al 3% e non mi piace prendere i consulenti finanziari dalle altre reti. Non lo impedisco di base ai nostri manager ma nel caso preferisco inserire professionisti di estrazione bancaria: dipendenti stipendiati che cambiano vita diventando consulenti finanziari hanno una grande motivazione.

Piazza Affari è stata trasformata dalla stagione delle Opa. La principale partita finanziaria, la conquista di Mediobanca da parte di Mps vi ha visto protagonisti: come gruppo avete venduto a inizio estate le azioni Mediobanca e come famiglia avete aderito all’Ops, come giudica il riassetto e cosa si aspetta?

Il rapporto con Mediobanca è nato con l’alleanza industriale di Banca Esperia nel 2000 e con uno scambio azionario. In seguito loro sono stati costretti a vendere la quota in Mediolanum per ragioni normative mentre noi l’abbiamo mantenuta, anche quando sono venute meno le ragioni strategiche e industriali. Tuttavia quella partecipazione era un’eccezione nelle nostre attività di tesoreria (solo crediti alla clientela e titoli di stato, ndr.), con un impatto sul patrimonio netto e Cet 1. Con l’arrivo di Mps ho proposto di vendere la quota di Mediobanca e il consiglio all’unanimità ha votato a favore della cessione. Il problema è nato lì: non potevamo vendere in contemporanea la quota detenuta dalla finanziaria di famiglia, per evitare conflitti di interesse con l’operatività della banca, mentre vendere la quota nei giorni successivi ci avrebbe comunque esposto a rilievi nel caso in cui il prezzo di vendita fosse risultato più alto di quello realizzato con il collocamento accelerato. Così, il family office ha deciso di mantenere quella quota di circa lo 0,95% di Mediobanca e poi di conferirla all’Ops di Mps.

E adesso?

Per adesso restiamo nell’investimento. Potremmo magari limare un po’ la partecipazione in futuro, seppur sia convinto che il comparto bancario italiano continuerà a fare bene.

Come ha sottolineato, Banca Mediolanum ha sempre beneficiato di stabilità nella sua governance, il prossimo anno verrà rinnovato il cda, ci sarà il ritorno del socio storico Fininvest nel board?

Sì, nel 2027 al voto dell’assemblea dei soci andranno le nuove liste e certamente coinvolgeremo Fininvest, come è avvenuto in passato prima che nel 2014 intervenisse un provvedimento della Bankitalia. Ovviamente oggi Mediolanum Spa trasformata in Banca Mediolanum è sotto la vigilanza della Bce ma seguendo le regole della banca centrale apriremo il consiglio a Fininvest.

Potrebbe essere il ritorno di Luigi Berlusconi che è già stato per diversi anni consigliere?

Sarei felicissimo se fosse lui, anche perché ha realizzato importanti esperienze in ambito finanziario. Ma ovviamente la decisione sulle candidature va discussa con il socio Fininvest e deve avvenire nel rispetto delle regole di governance, ossia contemperare a tutti i requisiti su indipendenti, quote di genere e deve avere in ultima analisi l’approvazione di Bce, in particolare sui profili e competenze di ogni consigliere.

Parlando di investimenti mai come in quest’ultimo anno, il modo dei mercati è stato scosso dalla politica, quella americana su tutto ma non solo. E parlando dell’Italia, circola con insistenza il suo nome per un ruolo di primo piano nella prossima Forza Italia. Cosa c’è di vero? Le interesserebbe?

Solo lusingato e mi fa ovviamente piacere di essere considerato per un ruolo del genere ma non ho assolutamente alcuna intenzione di fare politica perché mi piace il mio lavoro, ci sono più portato e i risultati del gruppo dicono che mi riesca anche abbastanza bene. Se dovessi accettare di fare politica dovrei abbandonare Banca Mediolanum e non ci penso proprio.

Suo padre ha fatto più o meno la stessa scelta: ha condiviso con Silvio Berlusconi il progetto imprenditoriale della vita ma ha preferito non entrare in politica. La nuova generazione – lei e Marina Berlusconi - come si muove? Vi capita di parlare di politica?

Sì, anche. L’ho incontrata nei giorni scorsi, erano appena usciti gli articoli con l’ipotesi di una mia discesa in campo e ne abbiamo discusso anche con Danilo Pellegrino. Gli ho spiegato che non avevo assolutamente intenzione di entrare in politica e loro hanno totalmente condiviso la mia posizione.

Chiudendo con la politica, la finanziaria ha chiesto al settore bancario un contributo importante, ma lei cosa domanderebbe alla politica?

Di porre maggiormente l’attenzione sulla crescita. Si parla molto del debito pubblico e su questo il Governo, in particolare il ministro Giorgetti, ha fatto un lavoro eccellente, perché avere uno spread a 60 punti base oltre a ridurre gli oneri di rifinanziamento del debito pubblico abbassa i costi di finanziamento delle imprese, crea efficienza nel sistema Italia. Ma il rapporto debito/Pil deve essere gestito sia al numeratore sia al denominatore: bisogna puntare sulla crescita, fiducia, clima positivo e investimenti. La premier Meloni poi ha ridato in generale peso e centralità al nostro Paese.

Dazi, conflitti, rischi geopolitici, il periodo non aiuta?

Bisogna avere ottimismo soprattutto nelle situazioni di crisi, risolvere i problemi e trarne opportunità: è la più grande lezione di mio padre Ennio. Donald Trump, per esempio, non lo puoi certo cambiare ma l’Europa può sfruttare i problemi e il caos dazi, come ha fatto con l’accordo commerciale con l’India e, in parte, spingendo sul Mercosur. I problemi e le crisi vanno sfruttati per creare nuova crescita.

Quello di Banca Mediolanum è stato un cambio generazionale che ha funzionato; è già in arrivo la terza generazione?

Io ho due figli e Sara cinque. Noi due anche in questo ambito siamo della stessa idea: posto che ognuno nella vita deve scegliere la propria strada, qui in Banca Mediolanum le porte saranno naturalmente sempre aperte per tutti loro.

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