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Mazzi: «Italia favorita dalla situazione internazionale»

Il ministro del Turismo vede nell’incertezza globale un assist per il Paese. E nella musica dal vivo un volano: «Settore da sostenere con forza»

di Andrea Biondi

Il ruolo della musica live nello sviluppo del turismo e nella crescita culturale sociale ed economica dei territori
Nella foto: Gino Castaldo; Nicoletta Polla Mattiot; Gianmarco Mazzi; Bruno Sconocchia

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«Lo dico a bassa voce», premette il ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, a margine del panel “Il ruolo della musica live nello sviluppo del turismo” al quale ha preso parte ieri al Festival dell’Economia di Trento: «La situazione favorirà il turismo italiano». Non perché il mondo stia meglio. Semmai il contrario. Perché quando le rotte lontane diventano incerte, i viaggiatori si stringono a un’Europa in cui l’Italia continua ad apparire come un atlante tascabile di desideri: mare, borghi, cibo e, anche, concerti.

«Dalle prime proiezioni che abbiamo i turisti europei sceglieranno l’Italia». E aggiunge Mazzi: «Nel 2026 ci sarà una crescita del 2% di presenze e arrivi sul 2025 e del 4% in termini di valore, anche se spero che queste percentuali siano molto superiori».

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Del resto, per il ministro «l’Italia è una miniera d’oro». Secco no, invece, all’arrendersi a considerare il Paese come una sorta di museo col cartello del tutto esaurito. Il tema dell’overtourism è respinto con forza: «Per me è una parola demenziale, perché ogni titolo sbagliato può spingere un turista a scegliere magari la Spagna o la Francia». L’obiettivo è invece accogliere meglio, distribuire meglio, vendere meglio.

La musica dal vivo, in questo quadro, è tutt’altro che contorno. Anzi, è da considerare una delle portate chiave in grado di muovere flussi, turisti, economia. Bruno Sconocchia, presidente di Assoconcerti, snocciola alcuni numeri in anteprima: nel 2025 pop, rock e musica leggera hanno totalizzato 40.324 spettacoli, 26.371.010 spettatori e una spesa del pubblico superiore al miliardo: il 21% in più del 2024. «Esiste un settore che è tutt’altro che finito», dice Sconocchia. Gli associati Assoconcerti organizzano il 5% degli spettacoli, ma valgono il 43% degli spettatori e il 68% degli incassi, circa 740 milioni (+42%).

C’è un dato, in particolare, sul quale Sconocchia punta l’attenzione: «Un euro speso per il biglietto vale quindi 4 euro di ricaduta economica sul territorio». Lo studio con l’Università di Pisa stima 4,3 miliardi di impatto e oltre 11 milioni di pernottamenti. Taylor Swift a Milano ha portato 73 milioni; David Gilmour a Roma, 60 milioni. «La musica live garantisce capillarità e diffusione culturale su tutto il territorio nazionale, dalle grandi città ai piccoli centri». Poi il presidente Assoconcerti alza il tiro: «Come per ogni comparto, è necessaria una politica industriale». Non sussidi, ma strumenti, perché «la musica popolare contemporanea è ora a tutti gli effetti un’industria».

Mazzi raccoglie. «Io sono arrivato alla conclusione di sostenere con forza questo sistema industriale», dice. Per il ministro, la musica pop è «una forma culturale anche più forte dello sport», perché crea «unità, unione, condivisione». Il conto lo impressiona: 40mila spettacoli all’anno sono «110 spettacoli al giorno». Gli eventi diventano così diplomazia: dagli accordi con Arabia Saudita, Emirati e India al 22 giugno al Circo Massimo. Poi la canzone napoletana candidata all’Unesco, con l’obiettivo di richiamare nel 2028 un milione di turisti delle radici.

«La musica è finita l’ho scritto perché penso esattamente il contrario», dice dal canto suo il critico musicale Gino Castaldo. I concerti restano «un baluardo» e la loro forza è la condivisione. Ricorda gli anni Sessanta, quando si poteva «andare a un concerto e uscire diversi». Allora era un settore agli albori. Oggi un’industria che sposta miliardi.

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