Content creator economy

Media agency e manager, servono corsi su fiscalità e inquadramenti lavorativi

Un nuovo adempimento è previsto dalla legge di Bilancio 2026 per le spese di funzionamento di Agcom

di Camilla Colombo

(Adobe Stock)

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La filiera della creator economy, che si compone di creator, brand, agenzie, piattaforme, utenti, è pronta a fare proprie le regole del Codice di condotta per gli influencer? Secondo Gilberto Nava, avvocato, equity partner di Gatti Pavesi Bianchi Ludovici, che ha partecipato al tavolo tecnico per gli influencer di Agcom che ha contribuito alla stesura del Codice di condotta, c’è ancora una certa confusione fra i professionisti. «Agcom ha assorbito le norme Iap, le ha rese regolamento, cioè norme amministrative con relative sanzioni pecuniarie, mentre Iap, essendo un organo di autogoverno, ha obiettivi e poteri differenti, tra cui soltanto quello di bloccare la diffusione di contenuti ritenuti inadeguati».

A questo proposito, il report 2025 di Iap, uscito di recente, ha reso noto che sono stati esaminati 251 casi di cui 218 risolti in via breve dal Comitato, 19 le ingiunzioni del Comitato, 12 le pronunce del Giurì e due i procedimenti estinti. Le segnalazioni esterne sono state 138, di cui il 38% ha avuto origine dal pubblico. «Molti inserzionisti hanno predisposto regole di condotta e procedure di compliance sui contenuti degli influencer molto attente allo scopo di tutelare la loro reputazione», chiarisce Nava. «In caso di procedimenti sanzionatori o di azioni di moral suasion da parte di Agcm spesso i contratti con gli influencer vengono sospesi fino alla fine del procedimento, perché anche l’inserzionista non ha interesse a vedere coinvolto il proprio brand con un influencer che potrebbe essere sanzionato».

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Corsi per media agency

Il comparto che andrebbe più educato è probabilmente quello delle media agency e dei manager che gestiscono gli influencer. «Devono essere aggiornati sulla parte fiscale, le questioni lavoristiche, la regolamentazione per supportare quotidianamente i loro influencer. Ad esempio, devono saper dire ai loro clienti come gestire la comunicazione per un bene ricevuto in dono nel passato», dice l’avvocato Nava, ricordando un’azione da non sottovalutare: avere un controllo scrupoloso dei beni ricevuti ed essere in grado di documentarne la provenienza. «Servono corsi per capire l’evoluzione delle piattaforme e delle forme di comunicazione».

La legge di Bilancio 2026

Un nuovo adempimento, che potrebbe generare ulteriore confusione, è sorto con la lettura attenta della legge di Bilancio 2026. «L’articolo 1, comma 273, stabilisce che a contribuire alle spese derivanti dal funzionamento di Agcom siano anche i soggetti che fanno attività di “fornitura, di creazione, produzione o organizzazione di contenuti sulle piattaforme per la condivisione di video”», fa notare l’avvocato. «L’aliquota è stabilita nella misura del 2 per mille dei ricavi per il 2026-2028, mentre l’esenzione si applica per i soggetti il cui contributo risulti pari o inferiore a 100 euro». Quindi il contributo va pagato quest’anno per tutti coloro che presentano ricavi rilevanti oltre 50mila euro. «L’assurdo a cui conduce questa norma non è solo la platea indefinita di soggetti a cui si rivolge», e che, secondo Nava, rischia di portare nuovi oneri al settore, «ma che questo contributo – conclude l’avvocato – sia richiesto anche agli influencer non rilevanti, cioè quelli non sottoposti al controllo dell’Autorità. Si rischia quindi un cortocircuito nell’implementazione della norma da parte di Agcom».

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