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Medicina generale: il territorio non è una periferia dell’ospedale

Il futuro della sanità non si costruisce con logiche feudali: il medico sul territorio dà continuità alla cura, volto alla prossimità, senso clinico alla complessità

di Luca Maschietto*

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C’era una volta il feudalesimo. Non era soltanto un sistema politico, ma una certa idea del mondo: il potere che scendeva dall’alto, concedeva territori, distribuiva funzioni, assegnava ruoli, pretendeva fedeltà. Il territorio non era pensato a partire da chi lo abitava, ma da chi lo governava. Il paragone storico va maneggiato con cautela. Il feudalesimo fu un intreccio di rapporti personali di fedeltà, protezione e dipendenza. Ma proprio qui sta la forza della metafora: il rischio, oggi, quando si parla di sanità territoriale, è tornare a una logica simile. Non più il feudo con il castello, ma un sistema che guarda il territorio dall’alto, come qualcosa da organizzare, assegnare, colonizzare. Riformare il territorio partendo dall’ospedale significa spesso compiere una forzatura prospettica. È come guardare la campagna dalla torre del castello: si vede la mappa, ma non le persone. Si vedono flussi, accessi, dimissioni, codici, posti letto, ma non ciò che costituisce la medicina generale: relazione longitudinale, conoscenza biografica, fiducia, prossimità.

Le provocazioni e le giuste conclusioni

L’articolo del collega Massimo Massetti, pubblicato su Il Sole 24 Ore del 20 maggio scorso, ha un merito: rimette il medico di medicina generale al centro della discussione. Dire che il MMG è “un protagonista che manca alla cura” è una provocazione giusta. Tuttavia, occorre discutere la conclusione. Il rischio è che la medicina generale venga celebrata mentre viene trasformata in altro. Prima si invoca il medico di famiglia, poi lo si colloca dentro modelli pensati altrove. È una forma sottile di riconoscimento apparente: ti chiamo protagonista, ma scrivo la sceneggiatura senza di te. Noi, invece, siamo qui. Non come custodi nostalgici di un passato da difendere, ma come generazione di mezzo: quella che ha scelto la medicina generale “per scelta”; quella che ha conosciuto la guardia medica, l’attesa della convenzione, la fatica di entrare in un sistema saturo. Siamo qui per discutere del nostro lavoro, con proposte concrete. Portare la Medicina Generale in luoghi condivisi con gli altri attori della cura è una necessità, ma non si deve rischiare che, per portare i MMG in luoghi comuni, si utilizzi una narrazione piena di luoghi comuni.

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La cura non è solo un problema organizzativo

Preoccupa la fallacia tecnocratica: pensare che il problema della cura sia soprattutto un problema di architettura organizzativa. E qui si apre il tema della formazione dei futuri medici. L’università italiana continua troppo spesso a formare piccoli specialisti prima ancora di formare medici. Insegna a guardare l’organo, il distretto, la procedura, il parametro, ma fatica a educare alla visione d’insieme. Il giovane medico conosce una parte sempre più piccola del corpo umano, ma rischia di smarrire la persona intera. Il mondo che ci attende non è fatto di pazienti ordinati per capitoli di manuale. È fatto di anziani fragili, multimorbidità, dolore cronico, solitudine, famiglie stanche. A questo mondo serve una medicina capace di tenere insieme.

Nel Carmide di Platone, Socrate ricorda che non bisogna curare gli occhi senza la testa, né la testa senza il corpo, né il corpo senza l’anima, perché la parte non può stare bene se non sta bene il tutto. La medicina generale deve salvare ciò che sa fare meglio: dare continuità alla cura, volto alla prossimità, senso clinico alla complessità. Il futuro della sanità territoriale non si costruisce tornando a una logica feudale. Si costruisce riconoscendo che il territorio non è una periferia dell’ospedale. Solo con intenti e visione si può riformare un sistema. Noi siamo qui.

*Direttivo SIMG

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