L’inchiesta

Moda, la procura di Milano accende un faro su altri 11 marchi

Richiesta di consegna di documenti per grandi brand tra cui Brunello Cucinelli, Etro, Chanel, Moncler

Palazzo di giustizia a Milano ANSA/MOURAD BALTI TOUATI  ANSA

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Ancora la moda nel mirino della procura di Milano. I Carabinieri del nucleo di tutela del lavoro di Milano si sono presentati nelle sedi di undici importanti marchi del settore - tra cui Chanel, Brunello Cucinelli e Etro -chiedendo di consegnare la documentazione relativa a forniture e condizioni di lavoro lungo la filiera.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Gli inquirenti - coordinati dal pm Paolo Storari - hanno acceso un faro sulle modalità di realizzazione di copriabiti, pochette e shopper, parte di quella filiera del lusso già finita in molti casi sotto amministrazione giudiziaria per caporalato. I casi più eclatanti sono stati Armani operations, Valentino Bags, Loro Piana, Manifactures Dior, Alviero Martini, Tod’s (i casi si sono risolti o si stanno risolvendo ripulendo la filiera con l’aiuto di un commissario).

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Anche in questo caso l’impianto accusatorio è lo stesso: i grandi brand avrebbero utilizzato per le forniture società “schermo”, garantite dalla buona reputazione; ma queste si sarebbero a loro volta rivolte a opifici cinesi privi di requisiti di igiene e sicurezza, all’interno dei quali i diritti dei lavoratori non sarebbero garantiti e i salari sarebbero stati molto al di sotto di quelli regolari.

Ecco le case di moda a cui è stato imposto l’ordine di consegna di documentazione: Owenscorp Italia (con sede a Torino); Chanel (Milano); Brunello Cucinelli (con sede a Corciano); Goyard Italie (Milano); Moncler (Milano); Stefano Ricci (Fiesole); Bulgari (Roma); Jacob Cohen Company (Milan0); Etro (Milano); F.Vl (Brogliano); Brandart (Milano).

Tutte queste aziende si sono rivolte alla Moda Fashion Style srl e alla Isacco Srl, perquisite lo scorso maggio, dove sono stati trovati pezzi firmati da questi marchi.

È emerso che «l’impresa impiega lavoratori in nero, privi di permesso di soggiorno; i macchinari sono privi di meccanismi di sicurezza; i lavoratori sono sottoposti a situazioni alloggiative degradanti; le risultanze sugli assorbimenti elettrici attestano lavorazioni durante tutto l’arco della giornata e nei giorni festivi; nel corso delle ispezioni sono state rinvenute etichette con la scritta made in Albania».

Ora le aziende dovranno spiegare agli inquirenti quali misure hanno adottato per evitare lo sfruttamento dei lavoratori, altrimenti anche per loro potrebbe aprirsi la strada del commissariamento.

«Abbiamo appreso con sorpresa e dispiacere che parte del nostro materiale è stato rinvenuto in un luogo di lavoro indecoroso - dichiara in una nota Cucinelli - Si tratta di prodotti non destinati alla vendita, la cui produzione è stata affidata ad una società diversa con sede in Veneto. Abbiamo svolto verifiche documentali che non hanno fatto emergere elementi di criticità. Abbiamo sempre corrisposto un prezzo congruo».

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