Montreal 2026

Mondiale di ciclismo: l’assenza di Pogacar apre la sfida tra Evenepoel, Van Aert e Van der Poel

Senza il campione sloveno, il percorso impegnativo di Montreal diventa terreno di caccia per i principali rivali e occasione per l'Italia di tentare un rilancio

Filippo Ganna (Italia), Remco Evenepoel (Belgio) e Paul Seixas (Francia) sul podio della cronometro maschile élite ai Campionati del mondo di ciclismo su strada UCI a Montreal, in Canada, il 20 settembre 2026.  EPA/EDOUARD DESROCHES EPA

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Quando non c’è il gatto i topi ballano, dice un vecchio proverbio che s’adatta bene anche al ciclismo. Stiamo parlando, l’avrete capito, del gattone cannibale, quel Tadej Pogacar che, per i postumi della caduta alla Vuelta, dovrà disertare il Mondiale su strada che si svolgerà questa domenica a Montreal. Una prova molto impegnativa che si correrà su un percorso lungo 273 km con 3803 metri di dislivello.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Mancando Pogacar, campione del mondo in carica (ha vinto le ultime due edizioni) e dominatore quasi incontrastato delle ultime stagioni, inevitabilmente si avverte un vuoto quasi spiazzante. Difficile da colmare ma assai stimolante per un gruppo talmente abituato alla sua schiacciante presenza da apparire spesso rassegnato a un ruolo secondario. Soprattutto se il percorso è molto duro come questo di Montreal.

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Non è un fatto nuovo. Era successo anche con Eddy Merckx, non a caso considerato l’unico e vero Cannibale del ciclismo prima che apparisse sulla scena il campione sloveno. Anche con il belga si era creato una specie di “dominio preventivo”, cioè una tale paura di contrastarlo che alimentava ancor di più la sua ingordigia. Pochissimi i ribelli, che qualche rara volta riuscivano a suonarle a Eddy. Tra questi, oltre al nostro Gimondi, c’erano anche lo spagnolo Ocana, il francese Thevenet e il belga De Vlaeminck.

Erano gli unici, quasi a rotazione, che con il Cannibale riuscivano ad alzare la voce. Gli altri, a parte poche eccezioni, stavano ben nascosti nella pancia del gruppo cercando di ritagliarsi qualche residuale giornata di gloria.

Un Mondiale di nuovo aperto

Alla vigilia di questo Mondiale senza padrone, c’è lo stesso fermento e anche un certo piacere nel riscoprirsi finalmente protagonisti, liberi dal tallone di ferro dello sloveno che sarà pure bravissimo e sportivissimo ma che alla fine, con le sue straordinarie imprese, mette in ombra perfino campioni come Evenepoel, Van Aert e Van der Poel, corridori tostissimi ma non così universali da tenere testa a Pogacar per tutta la stagione. Ecco perché questo prova iridata è intrigante. Perché per una volta vedremo un Mondiale senza un re già incoronato.

Vediamoli allora questi pretendenti al trono. Il primo, va da sé, è Remco Evenepoel, 26 anni, fuoriclasse assoluto delle prove contro il tempo. Fresco del suo quarto consecutivo titolo mondiale a cronometro, impresa mai riuscita a nessuno, il belga vuole vincere anche quello su strada come già fece nel 2022. L’anno scorso a Kigali, si piazzò secondo dietro Pogacar. È la sua grande occasione per ribadire che lui, Remco, non è solo un fenomeno con le lancette. Vincere aiuta a vincere e dopo il poker nella crono, infilarci anche un bis nella strada, sarebbe un bel colpaccio per ricordare al mondo che non c’è solo Pogacar.

Tra il dire e il fare, oltre al mare, c’è però di mezzo Wout Van Aert, navigato specialista in classiche e recente protagonista alla Vuelta Espana con due vittorie di tappa e la maglia verde. Entrambi saranno leader della nazionale belga ma con caratteristiche e ruoli diversi. Il percorso, dopo un primo tratto pianeggiante, proporrà infatti 12 giri del circuito di Mount Royal con le rampe di Camillien-Houde e Chemin de la Polytechnique. Un tracciato quindi selettivo che potrebbe favorire, per una fuga, Evenepoel. Nel caso invece di un arrivo con un gruppo più ristretto Van Aert avrebbe più chances per spuntarla nel finale. Sulla carta è tutto chiaro e limpido. Ma sulla strada, soprattutto in un Mondiale, le cose possono andare diversamente. La storia è piena di questi patti chiari con amicizia corta. Soprattutto nella nazionale belga. «Penso che non ci saranno discussioni», dice Merckx che qui trionfò su Poulidor nel 1974. Però l’anno prima proprio per un disaccordo tra i belgi, il titolo andò a Gimondi, bravo a inserirsi tra le crepe dei litiganti.

Un altro da tener d’occhio è Mathieu Van Der Poel. L’olandese, tre Roubaix e tre Fiandre, già iridato nel 2023 e recente mattatore al Giro di Lussemburgo, da tempo ha nel mirino questo mondiale. Vero che il circuito non è adattissimo alle sue caratteristiche, ma l’olandese quando è al top diventa un concorrente temibile.

A cascata arrivano tutti gli altri. A partire da Isaac del Toro, protagonista di una stagione ad altissimo livello e reduce dal successo proprio al Gp di Montreal. Compagno di Pogacar nella Emirates, il messicano farà il possibile per tenere alta, oltre che la bandiera del suo Paese, anche quella della squadra del suo capitano. Proprio a Montreal Del Toro ha superato in volata il francese Paul Seixas, altro giovanissimo candidato al titolo che viene da un sorprendente bronzo nella cronometro mondiale. Aggiungiamoci il britannico Tom Piddock più il danese Mads Pedersen e il quadro dei principali favoriti si completa tenendo conto che in un Mondiale, soprattutto dove manca un faro, può succedere di tutto.

E l’Italia? Eccoci qua, a incrociare le dita. Una volta eravamo la “Squadra” da battere. Ma dal 2008 (Alessandro Ballan a Varese) non tocchiamo più palla, come nel calcio. Dal Paradiso all’Inferno. Quest’anno, con il nuovo ct Roberto Amadio, proviamo a risalire verso la luce. L’ossatura del gruppo non è male. Abbiamo come punte Giulio Ciccone, che arriva da un secondo posto al Gp del Quebec, e Giulio Pellizzari, reduce da una buona estate di successi dopo la delusione del Giro. Oltre a Piganzoli (gregario di lusso di Vingegaard) abbiamo una solida impalcatura con Bettiol e Trentin. Ultimo ma non ultimo, almeno in prospettiva, il golden boy Lorenzo Finn, 19 anni, genovese di origini britanniche da parte paterna, due mondiali vinti juniores e Under 23. Questa volta deve solo fare esperienza, d’accordo, però mai porre limiti al santo delle due ruote.

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Perfino il grande Bernard Hinault («Un potenziale campione, un corridore completo») si è speso per il nostro giovane talento, dominatore del Giro Nex Gen e dell’ultimo Tour de l’Avenir, la più importante corsa a tappe internazionale per Under 23.

Forte in salita ma potente anche sul piano, cresciuto nella canterA della Red Bull, Lorenzo sembra un predestinato. Glielo auguriamo. A lui e a tutto il ciclismo italiano che avrebbe bisogno come il pane di un nuovo giovane campione.

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