Monete digitali e tassazione finanziaria
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L’innovazione tecnologica applicata a moneta e finanza deve essere governata attraverso regole e tassazione, altrimenti sono guai. Lo ha dimostrato la Grande Crisi del 2008. E’ bene ricordarlo, visto il fenomeno delle monete digitali. La moneta privata è giustificabile solo è efficace in termini di assenza di rischi sistemici, da un lato, e leva per la crescita economica, dall’altro. Di riflesso, la regolazione e tassazione delle imprese finanziarie attive in tali attività deve rispondere a due criteri: la severità della regolazione deve crescere all’aumentare dei rischi sistemici, mentre la tassazione dei profitti deve aumentare al ridursi del contributo alla crescita economica
Chiedilo al Sole
Il Discorso al Mercato della Presidente della Consob Chiara Mosca ha efficacemente sottolineato la tematica della resilienza digitale delle infrastrutture finanziarie. Ma l’attenzione della politica, italiana ed europea, e di supervisori e banche centrali, deve essere più generale, e partire dalla seguente domanda: quali sono gli effetti macroeconomici di una innovazione tecnologica, nel caso dell’emissione di una moneta privata?
L’intreccio tra l’analisi economica e la storia monetaria ci dà la risposta, partendo da chi la moderna moneta privata la ha inventata, cioè i nostri mercati italiani. Furono loro a capire che per una impresa privata è assai conveniente che le sue passività vengano utilizzate come moneta, perché tale funzione speciale ne aumenta la domanda. Più aumentavano i cittadini, ma anche gli Stati, che utilizzavano la moneta privata dei mercanti, più essi, grazie all’aumento del proprio indebitamento, aumentavano giro di affari e profitti. Questa convenienza che oggi chiamiamo microeconomica - poteva avere effetti aggregati - che noi chiamiamo macroeconomici - sulla comunità nell’ambito dei quale i mercanti operavano. Effetti che potevano essere positivi, quando più diventavano volano per le attività di produzione e distribuzione di beni e servizi.
Ma attenzione: se il singolo mercante utilizzava in modo eccessivo l’effetto leva da debito, prima o poi la tossicità del suo eccesso di assunzione del rischio avrebbe colpito le sue controparti. Al crescere dell’eccesso di leva aumentava il rischio di conseguenze sistemiche, soprattutto se il mercante aveva messo in atto attività illecite, oltre che rischiose.
La pericolosità del rischio sistemico si coglie accendendo i riflettori sul “prima o poi”, cioè sull’elemento temporale dell’emersione del rischio sistemico. La rischiosità di un mercante - nonchè il danno per le sue controparti, e a raggiera per la comunità - emergeva solo con ritardo, accentuando i costi individuali e collettivi. Certo, alcune controparti poteva avere vantaggi competitivi, ad esempio per ragioni culturali e religiose. E’ emblematico uno studio, ancora inedito, su un mercante del Settecento, Francesco Saminiati, membro di una potente famiglia fiorentina, con attività nazionali ed internazionali, la cui pericolosità fu percepita prima dalle controparti italiane, poi da quelle cattoliche, ancorché non italiane, che minimizzarono i danni, a differenza delle controparti protestanti. L’eccesso di leva è comunque una tossina economica, che cresce quanto più la leva è rappresentata dalla moneta privata.







