Festival dell’Economia

Montezemolo: «L’Italia e l’Europa più deboli se vince la deindustrializzazione»

Luca Cordero di Montezemolo al panel «Perché servono gli Stati Uniti d’Europa»

di Andrea Biondi

Perché servono gli Stati Uniti d’Europa Nella foto: Luca Cordero di Montezemolo

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L’Europa che Donald Trump tratta come una comparsa nel suo resort scozzese, quando riceve la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e quella che vede progetti che, emblematicamente, sembrano provare a costruire un mercato ferroviario comune partendo dai treni. Due immagini lontane, eppure tenute insieme da Luca Cordero di Montezemolo in un ragionamento che, al Festival dell’Economia di Trento, somiglia meno a una lezione sull’europeismo e più a un allarme industriale, a un alert su un rischio diplomatico, economico, strategico.

C’è un punto geopolitico: «Io credo che non ci sia mai stato un momento nel mondo così delicato e così potenzialmente pericoloso». Per l’ex presidente Ferrari e oggi presidente di Italo, Fondazione Telethon e Manifatture Sigaro Toscano, la questione è anche produttiva. Riguarda fabbriche, energia, tecnologie, lavoro. «Nel silenzio assistiamo a una deindustrializzazione dell’Italia che fa paura», dice intervistato da Agnese Pini, direttrice di Qn, Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione, durante l’incontro «Perché servono gli Stati Uniti d’Europa». E l’elenco che segue è la radiografia di un ridimensionamento nazionale: «Non abbiamo più l’automobile, non abbiamo più l’elettronica, rischiamo di non avere più l’acciaio».

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Montezemolo parla con il lessico di un capitalismo che ha ancora memoria della produzione. E da lì arriva alla politica con una considerazione valida per l’Italia come per l’intero Vecchio Continente: «Un’Europa senza industria è un’Europa molto debole». Debole davanti agli Stati Uniti di Trump, che «un giorno sì e un giorno no spara a zero sull’Europa». Debole davanti alla Cina, «oggi la manifattura del mondo». Debole perché frammentata, incapace di trasformarsi in soggetto politico mentre il mondo torna a organizzarsi per blocchi.

«Io vorrei che quando Trump parla dell’Europa possa trovarsi davanti un’Europa forte, unita, con investimenti sulla difesa, che debba essere considerata un’interlocutrice». Il bersaglio implicito è l’illusione che la globalizzazione potesse reggere senza basi produttive solide. Per anni l’Europa ha pensato di poter vivere di regole, finanza, consumi e servizi mentre la manifattura si spostava altrove. Adesso arriva il conto che, per Montezemolo, impone di dirigersi verso gli Stati Uniti d’Europa, non come sogno idealista, ma come una necessità strategica. Conforta, in questo quadro, il fatto che ci sia «una richiesta di Europa che non c’era stata prima», sottolinea citando una ricerca Swg secondo cui il 40% degli italiani, soprattutto giovani, vorrebbe un’identità anche europea, percependo così che nessun Paese europeo, da solo, ha più la massa critica sufficiente per competere.

Il discorso che ha come fulcro l’Europa non può non ricadere sull’Italia. «Io – dice Montezemolo – sarò un sognatore, però ho sempre pensato nella mia vita di lavoro che l’unione fa la forza, lo spirito di squadra fa la forza, lo stare insieme fa la forza». E che le priorità non hanno bandiera: «Sicurezza, sanità, scuola». Ma a mancare, secondo Montezemolo, è il filo: «Io non sento parlare di crescita, non sento parlare di sviluppo, non sento parlare di domani, non sento parlare di un progetto Paese». L’Italia dovrebbe fare l’opposto: «Io andrei nelle piazze a mobilitare la gente su questo, sul tema degli Stati Uniti d’Europa».

Quello di Montezemolo non è, in definitiva, un discorso astratto. Che diventa ancora più concreto quando parla di Italo e della Germania. Perché il progetto di espansione nel mercato ferroviario tedesco è raccontato quasi come una metafora dell’Europa che immagina: «Noi stiamo guardando alla Germania come un’operazione, non per realizzare un collegamento Roma-Berlino, ma per creare una vera azienda tedesca con management tedesco, treni tedeschi Siemens». Trent’anni di manutenzione, trenta treni ordinati, altri quattordici opzionati, 250 milioni l’anno per l’utilizzo della rete. Numeri considerevoli. E soprattutto un’idea: attraversare i confini senza più considerarli davvero confini.

Così la scena finale del suo ragionamento resta quella dell’umiliazione europea evocata da Agnese Pini: Ursula von der Leyen ricevuta da Trump nel resort scozzese del presidente americano, quasi fosse una dipendente e Putin accolto invece sul tappeto rosso ad Anchorage. Immagini. Che però portano, ancora di più, Montezemolo a insistere sul punto: «Più andiamo avanti, più le nostre debolezze emergeranno». Per questo, sostiene, sarebbe «un momento magico» per costruire gli Stati Uniti d’Europa.

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